27/02/14

Belli e le Marche

La va Flaminia in rosso
 e la Salaria in blu
Nonostante sia conosciuto come il più grande poeta dialettale di Roma,  Giuseppe Gioachino Belli per tutta la sua esistenza frequenta spesso e volentieri le Marche, regione che rappresenta per lui una benefica e salvifica fuga proprio dalla amata e odiata Roma.
Fuga dalla città che gli ha dato i natali, ispiratrice di tutti i suoi sonetti?  Si, in certi momenti  Belli ha la necessità di guardare Roma da lontano. 
E dalle  Marche, dove lo accolgono sempre con immutato affetto i suoi carissimi amici marchigiani può guardare la città eterna con maggiore disincanto  e rinfrancarsi dai problemi materiali che lo vedevano protagonista, fin da quando era rimasto orfano a soli 11 anni, con le gravi difficoltà economiche che lo accompagnarono in molti periodi della sua vita. 
Le Marche sono anche teatro di incontri speciali per approfondire e ricordare l'intenso legame fra il poeta romano e gli amati luoghi marchigiani.

All’epoca di Belli il viaggio per arrivare nelle Marche era lungo e difficoltoso: le strade, allora, erano impervie, bastava un temporale a renderle impraticabili. Da Roma, in carrozza, ci volevano giorni, e ogni tanto bisognava fermarsi in qualche posto per mangiare e dormire, far riposare i cavalli.  
Due importanti strade collegavano le Marche a Roma: la Flaminia (che arrivava a Fano) e la Salaria (che arrivava a Porto d'Ascoli). 
Di solito in partenza da Roma si percorrreva l'antica via consolare Flaminia, che portava a Foligno, si valicava la Scheggia (cioè la gola del Furlo), e si usciva a Fano per proseguire per Rimini, Bologna e Ferrara.  
Questa strada era importante perchè univa Roma al Santuario della Santa Casa di Loreto e viceversa, e risultava la più sicura per i pellegrini e altri viaggiatori che la battevano, in quanto lungo il suo percorso offriva numerosi luoghi di ospitalità .
La contessa Vincenza Roberti, 
detta Cencia
In occasione dei 150° anniversario della morte di G.G. Belli, è stato pubblicato un libro utile per ricostruire i viaggi di Belli nelle amate Marche (“In viaggio nelle Marche con Giuseppe Gioachino Belli”  da Manlio Baleani), dove si raccontano anche gustosi episodi vissuti dal Belli viaggiatore : il disgusto per una lercia locanda di Villa Potenza, l’amara sorpresa di un furto subito a Valcimarra di Caldarola e il rischio della galera per aver definito “pisciabotte” l’apparato della festa di San Nicola a Tolentino.
Ma cosa vide Belli vide nei suoi viaggi in terra marchigiana? Se lo è domandato e ha dato una risposta l'autore Manlio Baleani. Dal Piceno alla antica via Flaminia, nonché nella  “Marca” Maceratese e Anconetana nel periodo tra il 1820 ed il 1842. 
Spazio di tempo in cui matura e nacque l’opera in dialetto romanesco, che segnerà un traguardo nella letteratura italiana dell’Ottocento.

Ci sono tutti i luoghi, gli incontri, i personaggi marchigiani nel volume. 
Morrovalle, provincia di Macerata
Lunghi soggiorni a Morrovalledove nel 1824 e poi nel 1831, Belli rimase per oltre due mesi, legandosi alla famiglia Roberti e particolarmente – forse più di amicizia – alla marchesina Vincenza, da lui chiamata “Cencia”. Cencia è la ispiratrice delle "Lettere a Cencia", il fitto epistolario che copre il periodo tra il 1824 e il 1854 
Ricordiamo che nello stesso secolo sono addirittura  tre i Pontefici marchigiani [Leone XII di Genga (1823-1829); Pio VIII (1829-1830) di Cingoli e Pio IX di Senigallia (1846-1878), al secolo Giovanni Maria Mastai Ferretti (1846-1878], le cui vicende sono ricostruite in appendice al libro.