08/02/16

Belli e Gogol

Il destino fece incontrare  due grandi personaggi lontanissimi fra di loro : il Poeta romanesco Belli e il grande scrittore russo Gogol
Dove? Proprio a Roma e precisamente a Palazzo Poli, diventata dal 1816 al 1837 residenza di Belli, dopo il ricco matrimonio con la contessa Mariuccia Conti, e dove abitava al primo piano anche una scrittrice e poetessa russa la principessa Zinaida Volkonskaja (Dresda 1789 –Roma 1862).  
Così Palazzo Poli, su cui si appoggiava la famosa facciata di fontana di Trevi iniziata da Nicola Salvi nel 1732 e completata nel 1762e anche la residenza di campagna della Volkonskaja, una villa a Frascati, divennero i “salotti russi” di Roma, dove si faceva musica, si declamavano versi, si allestivano opere e pièces russe. 
E naturalmente li frequentò anche il Belli, che dette lettura pubblica dei suoi versi romaneschi presentandoli all' insegna di «casa Miseroschi», ovvero di una poesia povera. 
Ma in realtà fu apprezzato da quel cenacolo di intellettuali d' avanguardia, dove fu ascoltato nel 1838 anche da Nikolai Gogol, che se ne fece portavoce presso altri scrittori come il francese Sainte-Beuve, dal quale fu classificato come: Straordinario! Un grande poeta a Roma, un poeta originale
 Scrive dei Sonetti in dialetto trasteverino... Non pubblica, e le sue opere restano manoscritte. Sui quaranta: piuttosto malinconico nel fondo, poco estroverso..."

Gioachino Belli infatti non voleva che i sonetti fossero stampati, però li leggeva in alcuni salotti di amici sicuri. Li leggeva atteggiando il viso a estrema serietà, anche quando si trattava di versi comici, e facendo una grande attenzione alla pronuncia. Sembra che fosse un dicitore irresistibile.

Ma non basta..Gogol  ne rimase colpito tanto da parlarne all'amica ed ex allieva Balabina, che aveva visitato Roma. Nei suoi sonetti, raccontava Gogol’ in una lettera : “c’è tanto sale e tanta arguzia completamente inaspettata, la vita dei trasteverini di oggi è riflessa con tale verità, che Lei riderà, e la nuvola grave che spesso copre la sua testa volerà via…”.

Vedi il video dello spettacolo su Belli e Gogol: 
La mi’ Musa è de casa Miseroschi 
Gogol a Roma
Gogol (1809-1852) era arrivato a Roma nel marzo 1837 e "si era innamorato perdutamente della città" tanto da viverci, con brevi interruzioni, per dieci lunghi anni. 
Si allontanava solo in estate, perchè troppo caldo per un russo abituato al gelo della madre patria Russia ... (“in agosto, i cani urlano, camminando per strada”, raccontava a un corrispondente) . 
A Roma il grande scrittore soggiorna per ben nove volte, tra il 1837 e il 1847, in cerca di pace e di ispirazione.
A Roma scrive uno dei suoi capolavori, “Le anime morte” (così si esprimeva a proposito di Roma“...della Russia io posso scrivere solo a Roma, solo qui essa mi appare in tutta la sua grandezza.”). 
Sempre molto elegante, eccentrico e di buonumore,  Gogol  ce lo possiamo immaginare a spasso per la città più bella del mondo.....
A Roma, lo scrittore abitò in due diverse case, entrambe vicine a piazza Barberini: la prima era in via Sant’Isidoro (oggi via degli Artisti), la seconda in quella che oggi si chiama via Sistina, ma che a metà Ottocento per tutti era ancora confidenzialmente la “strada Felice”, dal nome del Pontefice che l’aveva voluta, aperta e risistemata, cioè Felice Peretti, Sisto V. 
Nel corso degli anni  Gogol apprezza tutto di Roma, anche le golosità della cucina e i prodotti che piacevano ai romani. E via quindi con i maccheroni, i ravioli, i broccoli romani, l’abbacchio e  il parmigiano  lo zucchero e i dolci in tutte le forme. Beveva il marsala, il caffè con la panna, il latte di capra mescolato con il rum, bevanda che egli aveva scherzosamente ribattezzato “gogol’-mogol’". 
Se la spassava, insomma... romanamente, come raccontarono divertiti i suoi amici. Spesso lo trovavano da solo a banchettare in certe osterie sotto Trinità dei Monti, mentre i camerieri che ne conoscevano i gusti imbandivano spropositate quantità di cibo.

Scrive Giuseppe Gioachino Belli a proposito...

"Invitato io dalla S.a Principessa Zenaide Volkonski a un pranzo ov’era commensale il poeta Russo Viasemski, ringraziai, ma recatomivi al levar delle mense fui pregato di far conoscere al Principe un saggio del mio stile romanesco. Per lo che cominciai dai versi seguenti." 

Sor’Artezza Zzenavida Vorcoschi,
perché llei me vò espone a sti du’ rischi
o cche ggnisun cristiano me capischi
o mme capischi troppo e mme conoschi?               

La mi’ Musa è de casa Miseroschi,
dunque come volete che ffinischi?
Io ggià lo vedo che ffinissce a ffischi
si la scampo dar zugo de li bboschi.
              
 Artezza mia, nojantri romaneschi0nun zapemo addoprà ttermini truschi,
com’e llei per esempio e ’r zor Viaseschi.
Bbasta, coraggio! e nnaschi quer che nnaschi.
Sia che sse sia, s’abbuschi o nnun z’abbuschi,
finarmente poi semo ommini maschi.