21/12/17

G.G. Belli e il pangiallo

Il “pangiallo" è un dolce tipico di Roma e del  Lazio, che secondo antiche leggende, risalirebbe addirittura all'epoca degli antichi romani. 
La leggenda. Così si racconta che nella Roma imperiale era usanza, in occasione del solstizio d’inverno, cioè il 21 o 22 dicembre,  preparare un dolce che per forma e colore ricordasse il sole e favorirne il ritorno. 
Qualcosa di molto simile al pangiallo lo si ritrova nel famoso manuale gastronomico di Apicio, celebre cuoco della Roma imperiale, in un capitolo della sua raccolta culinaria dedicato ai dolci "facilmente realizzabili in casa" lo chef di duemila anni fa consigliava: "mescola nel miele pepato del vino puro, uva passita e della ruta. Unisci a questi ingredienti pinoli, noci e farina d’orzo. Aggiungi le noci raccolte nella città di Avella, tostate e sminuzzate, poi servi in tavola".
Dono di Natale. In passato, quando non si erano ancora diffusi i dolci natalizi confezionati era un dono tipico che si faceva a Natale, e non poteva mancare sulle tavole romane.
Oggi la sua diffusione è notevolmente diminuita a favore dei classici pandori, panettoni (etc), che con le tradizioni romane non hanno nulla a che fare.
A Roma, ancora qualche forno o pasticceria lo prepara e fino a poco tempo fa si poteva trovare sulle bancarelle di piazza Navona, insieme al carbone dolce, al torrone e altri dolcetti in vendita per la festa della befana.
Il Pangiallo. Possiamo dire che è uno dei pochi dolci natalizi,  la cui origine sia prettamente romana e laziale. Anche se, attualmente è stato sostituito da prodotti di altre regioni (pandoro, panettone etc..).  

Tradizionalmente il pangiallo veniva ottenuto tramite l'impasto di frutta secca, miele e cedro candito, il quale veniva in seguito sottoposto a cottura e ricoperto da uno strato di pastella d'uovo.
Fino a tempi molto recenti nella preparazione del pangiallo le massaie romane mettevano i noccioli della frutta estiva (prugne e albicocche) opportunamente essiccati e conservati, in luogo delle costose mandorle e nocciole.
Ancora oggi, tradizione vorrebbe che il Pangiallo venisse prodotto in casa per poi essere regalato per le feste natalizie ad amici e parenti, ma è molto difficile che ciò accada!!!
Il Pangiallo nei Sonetti di Belli. Nella Roma del Poeta Belli, invece il pangiallo doveva essere diffuso, in quanto non è un caso che vien ripetutamente citato in alcuni Sonetti. 
Ne La Compaggnia de Vascellari   è utilizzato per fare un paragone dispregiativo nei confronti di qualcheduno apostrofato così: sor faccia de pangiallo. 

Negli altri casi è invece abbinato alla festa del Natale, all'altro dolce tipico romano il torrone.
I sonetti che contengono riferimenti al pangiallo sono:

220. La Dogana de terra a piazza-de-Pietra
262. La Compaggnia de Vascellari 
462. La fijja ammalata
661. Er tiro d’orecchia 
2076. Una serenata
75. Ar bervedé 1 tte vojjo 

Particolarmente commovente e terribile è il sonetto La figlia ammalata, dove viene toccato il tema della malattia di  una giovanetta, e della morte come momenti profondi dell'esistenza. 
Un sonetto cupo che nell'ultima riga il poeta Belli alleggerisce nominando appunto il pangiallo
Forse al padre-protagonista viene in mente proprio questo dolce che gli  ricorda gli altri bei Natali passati e quello terribile che lo aspetta se la figlia morirà... 
Infine anche Giggi Zanazzo nomina il pangiallo nel cibo che non poteva mancare sulle tavole romane dei suoi tempi per Natale  (da Usi e costumi del popolo romano: se magneno li vermicelli co’ l’alice, l’inguilla, er salamone, li bbroccoli, er torone, er pangiallo, et eccetra et eccetra.(si mangiano i vermicelli con le alici, l'anguilla marinata, il salmone, i broccoli fritti, il torrone, il pangiallo etc. etc.)

462. La fijja ammalata 
Ccos’è, ccos’è! cquer giorno de caliggine
 lei vorze (1) annà dde filo (2) ar catechisimo? 
Bbè, in chiesa j’ariocò (3) cquela (4) vertiggine 
ch’er dottore la chiama er passorisimo.(5) 
Mó er piede che cciaveva (6) er rumatisimo 
je se fa nnero come la fuliggine, 
e nnun ce sente manco er zenapisimo: 
li spropositi, fijja: (7) ecco l’origgine. 
Smania che in de la testa cià (8) uno spasimo 
che mmanco pò appoggialla ar capezzale... 
Te pare bbrugna (9) da nun stà in orgasimo? 
Ha er fiatone, (10) ha un tantin d’urcere in bocca... 
Pe mme, ddico che sgommera; (11)
e a Nnatale Dio lo sa cche ppangiallo (12) che mme tocca. 

[Versione. Cos'è. Cos'è! quel giorno di nebbia lei volle andare per forza al catechismo? Beh, in chiesa si ripetè quella vertigine che il dottore la chiama il parossismo. Adesso il piede che aveva il reumatismo si fece nero come la fuliggine, e non ci sente neanche il senapismo: gli stravizi, figlia: ecco l'origine. Smania che nella testa ha uno spasmo che non può neanche appoggiare la testa al capezzale.. Ti pare un disastro da non stare in apprensione? Ha il fiatone, ha un pò di ulcere in bocca..Per me dico che se ne va dal mond.. e a Natale lo sa Dio che pangiallo che mi tocca.

Roma, 19 novembre 1832 - Der medemo 
Note. 1 Volle. 2 Per forza. 3 Le ripeté. Traslato tolto dal giuoco di dadi, chiamato dell’Oca, dove ciascuna volta che arrestandosi sopra un punto nelle case, dispostevi in numero di 61, vi si trova segnata un’oca, si ripete in avanti il punto. Quindi il riocare. 4 Medesima osservazione, tra arioco e cquela, che si trova in nota al sonetto Er leggno a vvittura. 5 Parossismo. 6 Ci aveva. 7 Qui è termine di sola benevolenza. 8 Ci ha. 9 Disastro rilevante. 10 Affanno. 11 Sgombra: traslato preso dallo sgombro delle case, che in Roma dicesi lo sgommero. Qui sta per «partire dal mondo». 12 Specie di pane, con mandorle e uve appassite, che mangiasi a Natale. Esso è colorito sovente con dello zafferano.