06/02/17

Belli e Elia Marcelli, autore del poema LI ROMANI IN RUSSIA.

Nato nel 1915, Elia Marcelli era un romano dè Roma. E come quasi tutti quelli della sua generazione ebbe una vita difficile. Rimasto orfano di padre ben presto, conosce l'orfanatrofio e poi il collegio.
Si iscrive alla Facoltà di Lettere dell’Università di Roma, e si laurea nel 1939.

La seconda guerra mondiale
Proprio in quello stesso anno scoppia la seconda guerra mondiale e il giovane Elia Marcelli, come sottotenente di complemento, partecipa a quattro campagne di guerra sui fronti francese, jugoslavo, greco-albanese e russo
Ma è l'esperienza in Russia (1941-43) l'avventura più terribile. Rimpatriato da lì per congelamento, insieme a un gruppo di reduci fonda a Roma, nella clandestinità, il primo movimento pacifista italiano (LPI, Lega Pacifista Italiana).  Invalido di guerra, viene insignito della croce al merito di guerra e decorato al valor militare. 

Il poema per raccontare la guerra
E proprio dalla orrenda campagna di Russia (1941-1943) Marcelli trae ispirazione per scrivere un poema, usando il dialetto romano. 
LI ROMANI IN RUSSIA, questo il titolo, ricostruisce, con la forma tipica del genere epico, e cioè le ottave classiche, la disastrosa campagna di Russia, che durante la seconda guerra mondiale costò la vita a più di 200.000 ragazzi italiani. Racconta di treni che portano via una generazione: sorridente, giovane, sicura di tornare, perché la propaganda inganna sulla realtà della spedizione. E quella che doveva essere una  “passeggiata” si trasforma in tragedia: armi, abbigliamenti e viveri insufficienti, inadeguati, ridicoli. 
Rimangono solo fame, freddo, paura
Marcelli ricorda passo passo la spedizione: la partenza, il viaggio, i combattimenti, la neve, il freddo, la fame, la paura; i soldati, i muli, il nemico; la solidarietà, il cameratismo, l’egoismo; il rispetto del proprio dovere, sempre; la ritirata, la disfatta; la morte. E la solitudine e la disperazione di chi sopravvive.
Una volta tornato Marcelli vive per un obiettivo: quello di raccontare per non dimenticare e non far dimenticare 
E così la storia di Remo, Peppe, Mimmo, Sarvatore, Nicola, er Professore, e soprattutto Giggi, l'amico più fraterno della voce narrante, rivive davanti ai nostri occhi e a quelli dei più giovani.

Un grande poeta romanesco sul solco tracciato da G.G.Belli
E anche dal punto di vista della letteratura in romanesco della seconda metà del Novecento, il poema di LI ROMANI IN RUSSIA rappresenta uno dei momenti più importanti. 
Ispirandosi al grande poeta romanesco G.G. Belli, che usando proprio il romanesco, ha scritto un capolavoro e ha lasciato, riprendendo le sue parole, un monumento.. alla plebe romana, così il contemporaneo Elia Marcelli, che ovviamente apprezzava Belli, sceglie la poesia in dialetto, per dare a questi ricordi la forma più alta ed eterna. 
Il suo intento è di “lasciare un po’ di verità”, a partire dalla lingua scelta, il dialetto, un dialetto romano colloquiale e schietto, comprensibile ovunque, l’unica lingua capace di raccontare fino in fondo l’immane tragedia di quella vicenda non cercata ma imposta.
La prima uscita del poema, nel 1988, è passa inosservata, nonostante l'ampia presentazione del testo di Tullio De Mauro. Nello stesso anno l'Autore è scomparso, sicuramente amareggiato per lo scarso successo ottenuto.

All'epoca  chi usava il dialetto romanesco veniva preso poco in considerazione, come del resto era stato precedentemente per un altro capolavoro: quello del poeta romanesco G.G. Belli. 
Infatti bisogna arrivare al 1952 per vedere pubblicati integralmente i Sonetti , nell'edizione curata da Giorgio Vigolo, il primo dei cultori e studiosi belliani. 
I tre volumi, grazie anche al bel Saggio introduttivo dello stesso Vigolo, rivelarono finalmente centinaia di sonetti del tutto sconosciuti e fecero conoscere la personalità artistica e umana di Belli, altro romano dè Roma. 
Il Poeta, che era morto quasi un secolo prima, nel 1863fino a quel momento non aveva ricevuto quasi attenzione dal mondo dei critici e intellettuali, e lo stesso pubblico lo conosceva e apprezzava poco... 
Nemo propheta in patria...

Finalmente a dieci anni dalla morte di Marcelli e a venti dalla prima edizione, il poema è stato di nuovo pubblicato a cura di Marcello Teodonio, studioso belliano di fama e fra i massimi studiosi della letteratura in romanesco
Peccato, Elia Marcelli avrebbe sicuramente apprezzato la divulgazione che si sta facendo del suo poema. 
In occasione della Giornata della memoria, che si celebra il 27 gennaio, è stato presentato al teatro Argentina, a cura di Marcello Teodonio, presidente del Centro studi Giuseppe Gioachino Belli, uno spettacolo incentrato su questo capolavoro della letteratura romanesca.
La voce narrante è stata del bravo Stefano Messina.

estratto dal Poema 

Li Romani in Russia
.....
A ’sto punto guardàmose ne l’occhi;
lo so cosa pensate, fiji belli:
ch’io parlo der Paese dei Balocchi
o der Paese de li Campanelli,
’ndo se fanno i discorsi pe’ l’allocchi
e se pija la gente pei fondelli;
perché la storia detta a ’sta maniera,
pare fasulla perché è troppo vera!
***
Oggi, però che compio sessant’anni,
fiji, fratelli e nipotini mia,
che so’ acciaccato e pieno de malanni,
ve chiedo: v’ho mai detto una bucìa?
Me so’ rimasti pochi compleanni,
poi ve saluto e me ne vado via;
sioccome nun ciò sòrdi da lassà,
vorrei lassavve… un po’ de verità!
***
La verità, purtroppo, è come er vetro
ch’è trasparente si nun è appannato,
pe’ nascónne  quello che c’è dietro
basta ch’uno apre bocca e je dà fiato!
Cristo, l’ha rinnegato pure Pietro
e Giuda pe’ du’ sòrdi, l’ha baciato;
e le parole più so’ ricercate
più t’hai domannà chi l’ha pagate!
***
Voi leggerete tanti libbri belli
de poeti famosi e letterati;
io invece leggo er Gioacchino Belli
ched’è er poeta de li ciorcinati,
ched’è er poeta de li poverelli
che pàrleno, perdìo, come so’ nati!
Me sbajerò, perché so’ un ignorante
ma er Belli dà le mele pure a Dante!