28/04/21

G.G.Belli e l'attrice Amalia Bettini

Per G.G. Belli molto coinvolgente fu la vicenda, in bilico tra amicizia e amore,  con l'attrice Amalia Bettini, che gli fu presentata da un amico nel settembre 1835. 

Amalia Bettini (1809-1894) 
Amalia era figlia d'arte: il padre e la madre erano attori drammatici.  
Dai 22 anni la Bettini fu primattrice nelle maggiori compagnie del tempo (Nardelli, Mascherpa, Compagnia reale sarda..)
Nell'autunno del 1835 la compagnia Mascherpa, in cui lavorava la Bettini, si trasferì a Roma per una serie di spettacoli al Teatro Valle, che dettero occasione a Belli e all'attrice di incontrarsi. 

L'incontro e la frequentazione fra il poeta e l'attrice
Il 9 settembre del 1835 , al teatro Valle, si recitava la prima del dramma Estella, ossia il padre e la figlia ddel drammaturgo francese A. E. Scribe.
Tra gli spettatori c'era  G.G. Belli, all'epoca frequentatore assiduo dei teatri (per saperne di più), che, in preda all'entusiasmo, scrisse all'amico Giacomo Ferretti, letterato estremamente prolifico nei generi più disparati, autore di numerosi libretti d'opera, fra cui la commedia di Scribeche in quell'anno  si rappresentava di nuovo al teatro Valle. 
E subito il Poeta, affascinato dall'attrice, scrisse un articolo encomiastico sul giornale "Spigolatore" e  dei sonetti, di cui uno in romanesco "Er padre e la Fijja", l'unico del Commedione pubblicato in vita. 
Sta di fatto che, forse grazie a Ferretti o agli scritti dedicati all'attrice, fu subito invitato a casa della Bettini, a via Monterone (vicino al Pantheon) per una serata fra amici. 
Jacopo Ferretti

Intanto il 29 settembre dello stesso 1835 una lettera del Poeta,  che accompagnava l'omaggio della novella in versi Amore infermo, inaugurò la corrispondenza con la Bettini, che andò avanti in maniera discontinua fino al 1847. 
Da questo momento comincia anche un'assidua frequentazione fra i due, che durerà per tutto il soggiorno romano della Bettini, cioè fino al 16 febbraio 1836, quando la compagnia lasciò Roma.  
Il Belli fu veramente affascinato dall'attrice, con cui, lui uomo riservato  e schivo, trovò sfogo a tante sue idee e anche a problemi. 
Intanto nel 1837 la situazione di G. G. Belli diventò drammatica: rimasto vedovo della moglie Mariuccia, si trovò anche in gravi problemi economici. 

Comunque dal 1838 i rapporti  fra Belli e la Bettini  andarono avanti per via epistolare, anche se con discontinuità. 
L'attrice era ricercatissima per la sua arte recitativa e per i favolosi incassi, che ogni sua apparizione in pubblico registrava.
I sentimenti di "amorosa amicizia" nutriti da Belli furono ricambiati dalla Bettini, con una cordialità che però non lasciò mai troppe speranze al Poeta . 
Altro ritratto
di Amalia Bettini
Da parte sua la Bettini mostrò  interesse per quell'uomo maturo, e insoddisfatto, per le sue doti intellettuali, per la sua personalità. Aveva capito di trovarsi di fronte ad un grande poeta, che scriveva in italiano e in dialetto.

Il successo, i trionfi della Bettini a Roma.
Il tutto poi sullo sfondo di un periodo  particolarmente propizio per l'attrice: il successo in una città come Roma, tanti corteggiatori importanti.
La Bettini infatti può annoverarsi fra una delle maggiori attrici dell'Ottocento. La sua recitazione spontanea (era l'epoca in cui le attrici recitavano "a singulti, e i più rinomati attori "predicavano enfaticamente"), il suo "parlato" naturale e la sua abilità scenica ne fecero una delle attrici italiane più intelligenti. 
Infine il rapporto con il poeta romanesco non fu il solo a caratterizzare la brillante carriera della Bettini: le sue recite romane del 1835 accesero di viva passione anche Stendhal, che la ricordò nella Vie de Henri Brulard e nei suoi taccuini. Per la sua arte nutrirono grande ammirazione personaggi eminenti della cultura dell'epoca, anche se la Bettini preferì a tutti proprio Belli
Il sonetto che segue è del 1835 quando al teatro Valle si rappresentò il dramma Estella, ossia il padre e la figlia del drammaturgo francese A. E. Scribe adattato dal librettista Jacopo Ferretti, buon amico di Belli.

Er padre e la Fijja.(1)
Sì, è stata una commedia troppa corta,
ma è stata una commedia accusí bbella,
ch’io pe ssentilla ar Monno un’antra vorta

me sce farebbe2 strascinà in barella.
C’era una fijja d’una madre morta,
bbona e ggrazziosa, e sse3 chiamava Stella.
Poi sc’era un padre, una testaccia storta,

che strepitava:4 è cquella e nun è cquella.
Amalia Bettini
 La parte de sta fijja tanta cara,

senti, la rescitò ’na scerta5 Amalia,
un angelo de ddio, ’na cosa rara.
Che pparlate! che mmosse! tutte fatte
da intontí.6 Bbenedetta quela bbalia

che ll’ha infassciata e cche jj’ha ddato er latte!

25 settembre 1835

Note 1) Estella, ossia il padre e la figlia, commedia di Scribe, tradotta liberamente e ridotta all’uso della scena italiana dal nostro amico Giacomo Ferretti. Fu rappresentato al teatro della Valle dalla drammatica Compagnia Mascherpa; e i caratteri de’ due protagonisti vennero sostenuti dai sommi artisti Luigi Domeniconi e Amalia Bettini.2) Mi ci farei. 3) E si. 4) Che gridava strepitando. 5) Una certa 6) Da incantare.

[Versione. Il padre e la figlia. Si, è stata una commedia troppo corta, ma è stata una commedia così bella, che io per sentirla al mondo un'altra volta, mi ci farei trascinare in barella. C' è una figlia di una madre morta, buona e graziosa, che si chiamava Stella. Poi c'era un padre, una testa storta, che gridava strepitando: è quella  e non è quella. La parte di questa figlia tanto cara, senti, la recitò una certa Amalia, un angelo di Dio, una cosa rara. Che dialoghi! Che movenze! tutte fatte da intontire. Benedetta quella balia che l'ha fasciata e e che gli ha dato il latte.]

La Bettini si sposa e lascia il teatro
Improvvisamente tutto finì nel 1842Amalia, dopo i trionfi nella Iginia d'Asti di Pellico del  giugno 1841,  lasciò per sempre le scene, per sposare a Bologna un medico, Raffaele Minardi. 
Con A. Bettini


Così 
scriveva, il 21 aprile 1842, a Belli:
"...conosci tu, mio poeta l'Amore? ah lo conosci senza dubbio!..un cuore bello come il tuo non può essere stato privo di quel palpito, che, se produce tormento, ha pure in sè stesso dolci momenti, che pagano ad usura ogni pena"

Il poeta, come detto, aveva scritto per lei poesie italiane,  sestineun'epistola in terza rima, e 4 sonetti romaneschi  e in tale occasione ne scrisse un quinto:  Ar zor come-se-chiama ( 1842), pieno d'amarezza per il matrimonio di Amalia.
Quello con l'attrice era stato per lui a lungo un amore incofessato: e ora, innanzi alla repentina decisione della primadonna di sposarsi, diveniva irreparabilmente un amore " mancato".
Ne fanno fede le lettere scritte da Belli a Amalia a partire dal 29 aprile 1837.

Il sonetto "Ar zor come-se-chiama" 
Questo Sonetto romanesco è l'unico scritto da Belli nel 1842 ed è piuttosto singolare in quanto vi traspare amarezzamalinconiarimpianto per quello che poteva essere e non è stato, fra le righe poi c'è un sottile rimprovero verso la Bettini sposa. Malinconica è poi l'ultima strofa che fa riferimento alla solitudine amara del poeta che finisce per cciancià segrete.


Belli rimane doppiamente solo, e con i suoi problemi economici, evidenziatesi dopo la morte della moglie. Il sonetto è scritto un mese prima del rientro nell'amministrazione pontificia come Capo della corrispondenza nella Direzione Generale del debito pubblico, dove resterà fino al 1845, anno del suo pensionamento
 (leggi qui ...).

Ar zor come-se-chiama (1)
Disce che vvoi, c’a cquella pascioccona
state in prescinto d’infilà ll’anello,
sete bbono in zur gusto d’un aggnello
e bbello com’un angiolo in perzona.
 Ma avete una gran zorte bbuggiarona,
pe la raggione che ssi Iddio, fratello,
v’ha ffatto accusí bbono e accusí bbello,
lei puro è bbella bbella e bbona bbona.
       
Pe sta vostra bbellezza e bbontà ddoppia
Quanno ve vederanno avanti ar prete
Tutta la ggente strillerà: “Cche ccoppia!„.
Io solo ho da rimane co la sete
De vedevve ché er diavolo me stroppia
E mme tiè a Rroma a cciancicà ssegrete!

19 maggio 1842
Giovanni Paolo PanniniTeatro Argentina di Roma
 nel 1747

[Versione. Al sor come si chiama. Dice che voi, che a quella pacioccona state in procinto d'infilare l'anello, siete buono nel suo gusto  come un agnello e bello come un angelo in persona. Ma avete un gran sorte meravigliosa, per la ragione che Dio, fratello, vi ha fatto così buono e bello, lei pure è bella bella e buona buona. Per questa vostra bellezza e doppia bontà quando vi vedranno avanti al prete tutta la gente strillerà " Che coppia". Io solo devo rimanere con la sete di vedervi perchè il diavolo mi storpia e mi tiene a Roma a masticare segrete (cioè le preghiere che il prete dice fra sè durante la messa)
Note
  1. Salta Allo sposo di Amalia Bettini, la quale poi nella sua lettera di Bologna 23 giugno 1842 mi scrisse chiamarsi Raffaele Minardi, ed essersi con lui maritata colà il 2 di quel mese.

22/04/21

G.G.Belli e i minenti e le minenti.


A Roma, nei primi anni dell' Ottocento, erano chiamati "minenti" quei popolani agiati, ovvero artigiani, carrettieri, operai, divenuti discretamente benestanti grazie ai proventi dei loro mestieri. 
Tutti, volutamente, ostentavano il raggiunto benessere economico, in special modo dalle loro mogli, attraverso un modo di vestire vistoso e sfarzoso.
Probabilmente il termine derivava da Eminenti (dal latino eminens-eminentis = in questo caso: che si distingue dagli altri) e voleva indicare il popolano, ma più frequentemente la popolana che vestiva con sfarzo ostentando anche numerosi monili d'oro. 

Le minenti infatti si ornavano di numerosi e vistosi monili che nel 1889 il settimanale di Roma “Chracas” così descriveva :
 “Le minenti splendevano per collane d’oro, gemme e pietre preziose, il collo e il seno ricoperti di catene d’oro; alle orecchie lunghe scioccaje di grossissime perle, vere perle orientali. L’oro, i brillanti e le perle false, lusso della moderna miseria, erano aborrite dall’opulenza plebea. I gioielli condensavano in breve spazio somme invidiabili di denaro. Di anelli tanto i maschi che le femmine ne avevano quattro o cinque per dito; gli uomini, oltre solide, pesantissime catene d’oro per l’orologio, portavano fibbioni massicci d’argento alle scarpe e orecchini d’oro che paiono cerchi di botte”.
Ottobrata romana [Leggi qui.. ]
Questa espressione si usa per definire il clima mite che caratterizza il mese di Ottobre a Roma. Infatti la Capitale ad ottobre è unica e bellissima: praticamente vive una seconda estate con i magici colori e  odori dell'autunno.
Le "ottobrate" erano le tradizionali feste che chiudevano il periodo della vendemmia nel mese di ottobre. Per celebrare il raccolto e la fine del duro lavoro, nelle giornate di giovedì e di domenica ogni famiglia organizzava una gita fuori porta (detta "ottobrata" per l'appunto) e da ogni rione partivano delle carrette adornate di campanacci, su cui sedevano le ragazze. Il resto della comitiva seguiva a piedi il carro fino alla destinazione
.

Non a caso i sonetti sono scritti da Belli proprio in ottobre, mese famoso a Roma per il tempo tiepido, la luce particolare e la vendemmia che invitava i popolani a gite fuoriporta.  

Belli e i pranzi dei minenti e delle minenti. 
Due sonetti scritti da Belli aprono un divertente siparietto sui pranzi che i minenti e le minenti spesso e volentieri consumavano nelle osterie fuoriporta; spesso semplicemente si andava a Testaccio
Versi come quelli del Belli  costituiscono anche una fonte per la storia dell'alimentazione e cucina romana, in quanto contengono riferimenti precisi ai cibi dell'epoca che la tradizione romana ci ha tramandato.
I due pranzi.
Belli descrive quindi due pranzi paralleli: quello degli uomini e quello delle donne
In questa specie di sfida le donne risultano vincenti!! 
Mentre i minenti appaiono scontenti della modesta quantità e qualità di cibo loro servito, in quanto probabilmente abituati ad altre pantagrueliche scorpacciate, si lamentano anche del conto presentato dall'oste. 
Le minenti invece appaiono soddisfatte dell'abbondanza e qualità  del cibo loro servito nell'osteria che doveva essere fuori porta, nonchè del relativo conto.
Alle donne quindi va tutto il merito per aver saputo scegliere una buona osteria, dove il binomio qualità/prezzo appare vincente. 

Le pietanze romane
Divertiamoci a elencare le pietanze, che in quell'epoca venivano cucinate a Roma, alcune delle quali ancora  sono presenti anche oggi sulle tavole romane.
Antipasti: peperoni sottaceto, salame, mortadella e caciofiore, carciofi fritti e granelli,  fritto alla romanafichi e prosciutto. 
I primi: lasagna con le regaie di pollo, riso e piselli, gnocchi, pizza ricresciuta.
I secondi: cosciotto e arrosto di abbacchio, bollito,  lesso di carne vaccina e gallinaccio, manzo in umido, trippa, stufato, salsicce e fegatelli allo spiedo,  agrodolce di cinghiale e uccelli, 
Infine: crostata, ciambelle, caffè
Bevande: vino comune e vino d'Orvieto, rosolio.

 Er pranzo de li Minenti 1 
C’avessimo? 2 un baril de vin asciutto, 3 
du’ sfojje 4 co rragajji 4a e ccascio tosto, 
allesso de mascello, 6 un quarto 7 arrosto, 
e ’na mezza grostata: 8 ecchete tutto! 
Ce fussi stato un frittarello, un frutto, 
o un piattino ppiú semprice e ccomposto!... 
Cert’antra ggente che ce stiede accosto 
c’ebbe armanco deppiú fichi e presciutto! 
Si ppoi vôi ride, mica pan de forno ce diede, sai? 
ma ppagnottoni a ppeso, neri arifatti 9 
de scent’anni e un giorno. Oh, tu azzecchece 10
 un po’ cquanto fu speso!... Du’ testonacci 11 a ttesta, 
o in quer contorno! 12 E cce vonno riannà? 
13 Bravo, t’ho ’nteso! 14 E io che mm’ero creso 15 
d’impiegà un prosperuccio-lammertini, 16 
ciò impeggnato a mmi mojje l’orecchini. 

Terni, 8 ottobre 1831 - De Pepp’er tosto 
[Versione. Il pranzo dei Minenti. Avemmo? un barile di vino brusco, due lasagne con regaje e cosciotto arrosto, lesso del macello, un quarto di abbacchio arrosto, e una mezza crostata: eccoti tutto! Ci fosse stato un frittarello, un frutto, o un piattino semplice e composto! Altra gente che ci stava vicino ebbe almeno di più fichi e prosciutto! Se poi vuoi ridere, mica pane del forno ci diede, sai? ma grosse pagnotte a peso, neri stantii da cento anni e un giorno. Oh, tu indovina quanto si spese ! Due testoni a testa circa. E ci vuoi riandare? Bravo ti ho capito! E io che mi ero creduto d'impiegare una liretta... ho impegnato a mia moglie gli orecchini.]
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 1 Minenti (da eminenti): così chiamansi coloro che vestono l’abito proprio del volgo romanesco. 2 Avemmo. 3 Vin brusco. 4 Lasagne. 4a Visceri di pollo. 5 Cacio pecorino. 6 Carne di macello dicesi la «carne grossa». 7 Quarto, assolutamente, è un «quarto di bacchio o abbacchio, cioè agnellino da latte». 8 Specie di sfogliata. 9 Stantii. 10 Indovinaci. 11 Testone è una moneta d’argento da tre paoli. 12 Incirca. 13 Riandare, ritornare. 14 Così dicesi da chi non vuol far nulla di quanto udì. 15 Creduto. 16 Vedi la nota… del Sonetto…

Er pranzo de le Minente 1 
Mo ssenti er pranzo mio. Ris’e ppiselli, 
allesso de vaccina e ggallinaccio, 
garofolato, 2 trippa, stufataccio, 3 
e un spido 4 de sarsicce 5 e ffeghetelli. 6 
Poi fritto de carciofoli e ggranelli, 
certi ggnocchi da fàcce er peccataccio, 7 

’na pizza aricresciuta de lo spaccio, 8 
e un’agreddorce de ciggnale 9 e ucelli. 
Ce funno peperoni sott’asceto 
salame, mortatella e casciofiore, 
vino de tuttopasto e vvin d’Orvieto. 
Eppoi risorio 10 der perfett’amore, 
caffè e ciammelle: e tt’ho llassato arreto 
certe radisce da slargatte er core. 
Bbè, cche importò er trattore? 
Cor vitturino che mmaggnò con noi, 
manco un quartin 11 per omo: 12 
e cche cce vòi? 
Terni, 8 ottobre 1831 - D’er medemo 
[Versione. Il pranzo delle minenti. 
Mo senti il mio pranzo. Riso e piselli, lesso di carne vaccina e gallinaccio, umido di manzo, trippa, stufato, e uno spiedo di salsicce e fegatelli. Poi carciofi fritti e granelli [= testicoli cotti], certi gnocchi da peccato di gola, una pizza ricresciuta comperata allo spaccio, e un agrodolce di cinghiale e uccelli. Ci furono peperoni sottoaceto, salame, mortadella e caciofiore, vino comune e vino d'Orvieto. E poi rosolio dell'amore perfetto, caffè e ciambelle: e ti ho lasciato dietro certi ravanelli da allargarti il cuore. Beh, quale fu l'importo del trattore? Con il vetturino che mangiò con noi, neanche un quartino cadauno: e che vuoi di più?]
1 Vedi la nota 1 del Sonetto precedente. 2 Garofanato: specie di umido di manzo. 3 Altro umido tagliato in pezzi. 4 Spiedo. 5 Salsicce. 6 Quando è così nominato, intendesi sempre per «fegato di maiale». 7 Peccato di gola. 8 Comperata. 9 Cinghiale. 10 Rosolio. 11 Il quartino era una moneta d’oro del valore di un quarto di zecchino; oggi è rarissima e quasi irreperibile, ma n’è restato il nome di convenzione fra il volgo per dinotare paoli cinque. 12 Per «cadauno»: e in questo senso, il per omo vale anche per «donna». 

03/04/21

G.G.Belli e la benedizione pasquale


A Roma sparita la Pasqua non era soltanto cibo e vino in abbondanza... per chi poteva permetterseli....
Era anche il ripetersi di riti quali la benedizione nelle famiglie e delle case.

La benedizione
E' una tradizione molto antica nella Chiesa e ha come scopo di far entrare nella famiglia la forza di Gesù Risorto, vittorioso sulla morte e sul male. 
La Benedizione delle case, o Benedizione delle Famiglie, viene effettuata dal parroco e da suoi collaboratori visitando una a una le famiglie del suo territorio. 
Per tutta la giornata del sabato santo girano per le case di Roma i parrochi e altri preti sostituti, seguiti ciascuno da un chierico, tutti in sottana e cotta, benedicendo le camere, i letti e gli arredi, nonché le uova sode (simbolo del rinnovamento, della nascita) e i salumi, come da tradizione. 
Nel giorno di Pasqua la Chiesa si intende rinnovata spiritualmente grazie alla risurrezione di Cristo, che compì il riscatto degli uomini.

L'indicazione del Tempo Pasquale come periodo in cui effettuare la benedizione annuale ha origine dal rito stesso della benedizione, che prevede che le case e le famiglie vengano asperse con l'acqua santa benedetta proprio nella solenne Vigilia Pasquale.
Le norme del rito prevedono che non si benedica una casa in assenza dei membri della famiglia che vi abitano, poiché la benedizione riguarda propriamente la famiglia, non i locali. 
Ma cosa scrive a tal proposito G.G. Belli? Un Belli sarcastico e irriverente si scaglia contro i riti della Chiesa celebrati da preti, che approfittano della loro posizione per fare prepotenze ai poveri e deboli. 




Infatti il poeta, contrario ad ogni tipo di rito liturgico,  non risparmia la pasqua, una delle feste più importante per i cristiani.                                                                               
Il sonetto "riprende" un momento del vivere romano: quello del prete ingiusto e imbroglione che benedice quella "ficona" della contessa con grande e meticolosa attenzione (addirittura benedice il suo "orinale"); mentre dedica poco tempo agli altri comuni mortali.
E così il popolano che la sa lunga, sapendo come andrà a finire,  non si limita solo a pazientare ma affoga insieme alla monetina la sua rabbia nel secchietto del Chirichetto.
Così in questo quadretto pur entrando in aspetti minimi della vita romana, diventa manifestazione esemplare dei rapporti tra gli uomini.
Paroli volgari
E in Belli le parole  sono pietre.... due termini volgari:  "figona"  per definire la contessa, e "urinale" per precisare fino a che punto si spinge il parroco sono per chi legge uno schiaffo, che impressiona il lettore che si aspetterebbe al contrario una parola di devozione in queste rime "pasquali"..
La bbonidizzione de le case1 
Me fanno ride a mmé: nnun penzà ar male! 
Io so ch’er prete da cuela 2 ficona de Contessa 
sc’è stato un’ora bbona a bbenedijje 3 
inzino l’urinale. E dda mé ssu la porta de le scale 
’na sbruffata d’asperge a la scappona, 
eppoi parze 4 ch’er diavolo in perzona 
je soffiassi in ner culo un temporale. 
Er chirico però, cche la sapeva, 5 
rimase arreto cor zu’ bber zecchietto 
pien d’acqua-santa e dde cuadrini a lleva. 6 
«Ho ccapito», fesc’io, «sor chirichetto: 
finissce cor pagà: ggià sse sapeva. 
Affogamo per dio st’antro papetto». 


Roma, 6 aprile 1833 

[Versione La benedizione delle case. 
Mi fanno ridere: non pensare male! Io so che il prete da quel bel pezzo di donna di contessa c'è stato un'ora buona a benedirgli persino l'orinale. E da me sulla porta delle scale una spruzzata di aspersorio di fretta, e poi parve che il diavolo in persona gli soffiasse nel sedere un temporale. Il chierichetto, però che 
era furbo, rimase indietro con il suo bel secchiello pieno d'acqua santa e di quattrini per leva. 
«Ho capito» feci io« sor chirichetto: finisce con il pagare: già si sapeva. Affoghiamo per Dio un'altro papetto (moneta romana) »

Il sonetto descrive un momento: quello del prete ingiusto e imbroglione che benedice quella ficona della contessa con grande e meticolosa attenzione; dall'altra il popolano che non si limita solo a pazientare ma , sapendo come andrà a finire, afoga insieme al paetto la sua rabbia. Così da questo quadretto pur rappresentando aspetti minimi della vita romana, diventa manifestazione esemplare dei rapporti tra gli uomini. 

Note 1. Per tutta la giornata del sabato santo girano per le case di Roma i parrochi e altri preti sostituti, seguiti ciascuno da un chierico. 2 Quella. 3 Benedirle. 4 Parve. 5 Cioè: «furbo». 6 Il chierico suole portare da una mano un secchietto di acqua santa in cui il prete immerge il suo aspersorio, e dall’altra un canestro. Nel primo i fedeli tuffano i testimoni metallici della lor divozione, al quale fine credono i maligni porsi anticipatamente in parrocchia alcuna moneta, per leva, voglio dire per pio eccitamento, non diversamente da quanto si vede praticare nelle beneficiate teatrali. Nel secondo poi si raccolgono le oblazioni in commestibili per sostituzione o giunta al danaro: e quei commestibili sono sempre una porzione de’ salami e delle uova benedette dai preti e perciò fatte mezzo dritto di stola. I preti poi riuniti tutti in parrocchia fanno una divota refezione in comune.  

21/03/21

G.G. Belli e le liti fra le donne romane

Teta, Nina, Betta, Maria, Checca,
Ggiartruda, Agnesa, Lalla, Clementina, Antonia, Marta , Maddalena; Nunziata, Nannarella, 
Carlotta 
etc. sono alcuni nomi di donne romane che troviamo nei versi del poeta Belli, e che occupano quasi metà della sua vastissima produzione poetica. 

 Le Donne romane
Nei versi di Belli sono imperdibili i siparietti, in cui le donne si prendono la scena. Sono caratteri pieni di una vivacità e di una umanità straordinarie, che usano parole spesso crude, dirette da farle sembrare spesso villane, pettegole, alcune volte addirittura violente. E' il loro modo di reagire di fronte all'ingiustizia e alla debolezza della loro condizione. 
Le popolane di Belli non si identificano assolutamente nella casalinga, ma sono girandolone  che si incontrano spesso in strada, alla fonte, nei prati, all'osteria, in chiesa. 
E così il Poeta alcune volte descrive i dialoghi infuocati fra le comari, le donne plebee, famose per non aver peli sulla linguaQuesta tipologia di donna, in tempi più recenti, è stata rappresentata nel cinema dalla grandissima Anna Magnani. Tre sonetti sono intitolati proprio alle "Le donne litichíne" (=litigiose) e.. qui chi più ne ha più ne metta.

Elemosine per l'incoronazione del papa
L'elemosina che si faceva in occasione dell'incoronazione di un nuovo papa permette al Poeta di presentarci uno di questi vivaci siparietti.
Per l'occasione si usava distribuire un'elemosina a tutti quelli che si presentavano nel cortile del Belvedere in Vaticano.
Belli, contrarissimo a ogni tipo di umiliante elargizione, ci fa rivivere una scenetta ambientata tra le donne plebee, in fila con la prole, per accaparrarsi una moneta utile al bilancio familiare.  

Già in altro sonetto aveva denunziato gli imbrogli che connotavano tale operazione (Leggi qui >)

Lite tra le donne in fila per l'elemosina
Il dialogo tra le donne romane parte sui toni alti della lite. La prima donna che parla non capisce perchè solo all'altra è stato dato un paolo (moneta), l'altra risponde che è incinta. Ma la prima non ci crede, e così si passa alle ingiurie vorticose sotto forma di domande incalzanti nella seconda quartina. 
Poi però l'atteggiamento cambia, perchè la seconda donna confessa di avere ingannato le autorità, mettendosi un cuscino per fingere di avere la pancia; e allora la prima si rammarica che l'altra non le abbia suggerito la medesima idea. Il dialogo si presenta vivace e si passa, con pochi tratti, dalla rabbia all'insolenza alla complicità al rammarico.

Er grosso a Bbervedé 1
«Io un grosso, tu un grosso, quella un grosso,
e pperché sta vecchiaccia de San Zisto 2
ha da avé avuto un pavolo, pe ccristo?
Pe li bbell’occhi sui cor cerchio rosso?»
«Che! ssete sceca? 3 Nu l’avete visto
ch’ero gravida?» «Tu, rrospa de fosso?!
Co cqueli quattro carnovali addosso?
E cchi tte porti in corpo? L’anticristo?»
«Zzitta llí, bbrutta serva de Pasquino.
Ggià ho ttrentun’anno solo; eppoi, sorella,
oggni donna pò mméttese 4 un cusscino».
«Quann’è cquesto eri gravida sicuro.
Dímmelo a ttempo, ché, ssibbè 5 zzitella,
sta gravidanza la trovavo io puro». 6
30 marzo 1836

[Versione. IL GROSSO AL BELVEDERE. "Io un grosso, tu un grosso, quella un grosso, e perchè questa vecchiaccia del san Sisto deve avere un paolo, per Cristo? Per i suoi begli occhi suoi cerchiati di rosso?"
"Che siete ceca? Non avete visto che ero gravida?"  "Tu rospa di fosso? Con quei quattro stracci addosso? E chi porti in  corpo l'AntiCristo?" "Stai zitta, brutta serva di Pasquino. Già ho solo 31 anni; e poi, sorella, ogni donna si può mettere un cuscino" "Dovevi dirmelo per tempo, che, perchè, sebbene zitella, una gravidanza la trovavo pure io"]
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NOTE. 1 Nell’anniversario dell’incoronazione del Pontefice regnante, si dispensa un grosso di argento a tutti che vadano a prenderlo nella gran corte di Belvedere in Vaticano. Le donne incinte hanno doppia largizione. 2 Chiamasi di S. Sisto un ospizio pe’ vecchi. Quindi alle persone molto annose dicesi vecchio o vecchia da S. Sisto. 3 Siete cieca? 4 Può mettersi. 5 Sebbene. 6 Pure.

14/03/21

G.G. Belli e i frati cappuccini diventati criminali

Il 13 maggio 1837 a Venafro, provincia di Isernia, avvenne un fatto di cronaca che ha dell'incredibile
Fu rapito il canonico Alessandro Del Prete con il suo cocchiere da parte di una banda di frati cappuccini e laici. La banda poi fuggì in montagna dopo aver chiesto il riscatto di ben 30.000 ducati. Il canonico fu ucciso da un frate nella macchia di Torcino.  
Allora intervenne la forza pubblica, ci fu uno scontro a fuoco e i rapitori furono catturati; perquisito il convento, furono trovate armi e munizioni sotto l'altare.
Si parlò molto del fatto che i frati, insieme ai laici avessero costituito una vera e propria associazione a delinquere, diretta dal Padre Guardiano e che si nascondessero nel convento di S. Nicandro a Venafro
Il sonetto contro i frati cappuccini.
Belli rimase sicuramente molto impressionato dalle vicende criminose e, partendo da quel fatto di cronaca nera, trae anche spunto per ribadire una forte critica ai frati cappuccini.
Infatti contemporaneamente a questo fattaccio, nel maggio del 1837, il Poeta romanesco compose un sonetto dal titolo “Er fattarello de Venafro”.
Con questo sonetto si prendeva a pretesto questo rapimento  per esprimere le sue pesanti critiche ai poco amati frati cappuccini di Roma. 
Dopo la notizia di questo crimine, per paura Belli dichiarava che preferiva stare chiuso a catenaccio in casa. E comunque evitare di passare per piazza Barberini, dove era situato un loro importante convento, che conosceva bene e vedremo perchè.
Nei suoi versi Belli menziona poi il  cardinale Ludovico
Micara(Frascati 1775 Roma, 1847) , frate cappuccino, creatura di Leone XII, che aveva avuto modo di conoscere e apprezzare in passato. Per Belli il governo tirannico del cardinal Micara era assolutamente necessario per tenere a bada i terribili frati, che in tutti i sonetti, e, in particolare in questo che si basa su un fatto autentico, sono ritratti come dissoluti, immorali e indegni dell'abito.
Belli, da giovane, rimasto orfano e senza dimora, aveva avuto la possibilità di alloggiare in una stanza proprio presso quel convento dei cappuccini a via Veneto  grazie all'interessamento dell'allora frate Ludovico.

Lo apprendiamo da una lettera  indirizzata a Gaetano Bernetti *, padre del suo amico Peppe, dove parla, fra l'altro, dei favori e dell'amicizia ricevuti dal frate Micara,  diventato poi cardinale. 
In datata 3 ottobre 1816, il Belli scrive: “Ognuno sa che nel passato tempo una catena di circostanze sinistre mi aveva assoggettato alla necessità di provvedere alla mia sussistenza e al mio ricovero nel modo il più decente, ed insieme più adeguato alla povertà che mi opprimeva. I miei parenti a S. Lorenzo in Lucina mi offrirono il vitto, e mancando io ancora di un tetto che mi ricettasse, i miei parenti medesimi pregarono il suo figlio a procurarmi una camera ai Capuccini la quale ottenni di fatti mercè i buoni uffici di lui uniti agli altri, anch'essi efficaci, del Padre Lodovico Micara”. 
Micara  viene menzionato anche in un'altra lettera, datata 4 luglio 1838 e indirizzata a Giacomo Ferretti. 
Ludovico Micara
Convento dei cappuccini
a via Barberini
Cardinale vescovo di Frascati dal 2 ottobre 1837 fino al giugno 1844, Ludovico Micara era nato a Frascati il 12 ottobre 1775. Di carattere forte e intransigente, fu ordinato sacerdote nel 1798, successivamente fu arrestato sotto il governo di Napoleone, caduto il quale divenne Ministro Generale dell’Ordine dei Cappuccini e predicatore apostolico di papa Pio VII (Barnaba Niccolò Maria Luigi Chiaramonti, da Cesena). Il 13 marzo 1826 fu fatto cardinale da papa Leone XII . 

Nel giugno 1844 divenne vescovo di Ostia e Velletri. Morì a Roma il 24 maggio 1847 e per suo volere fu sepolto nella Chiesa dei Cappuccini tra Piazza Barberini e Via Veneto, dove una lapide lo ricorda.
Intanto, mentre sarebbe da far luce se si trattasse effettivamente di sequestratori, che si travestivano da frati o di frati che facevano i sequestratori, vale la pena rileggere il sonetto  “Er fattarello de Venafro”.
Er fattarello de Venafro (1)
Quanno dunque sia vero sto rifresco
che li poveri frati cappuccini
fanno mó da serafichi assassini
pe le macchie in onor de san Francesco,
d’oggi’impoi pe ssarvà ppelle e cquadrini
dal loro amor-der-prossimo fratesco
me serro a ccatenaccio; e ssippuro (2) esco
nun passo ppiú da Piazza Bbarberini(3).
E nun zerve de dimmelo (4) nemmeno
c’ar convento de Roma, o bbene o mmale,
ciàbbita (5) un Cardinal (6) che li tiè (7) a ffreno.
Pe ddavve (8) quarch’idea de li rispetti
ch’hanno pe Ssu’ Eminenza er Cardinale
ve posso aricordà li bbucaletti (9).
31 maggio 1837

[Versione. Il fatterello di Venafro.
Quanto dunque sia vero questo rinfresco che i poveri frati cappuccini da serafici assassini fanno adesso per le macchie in onore di San Francesco, da oggi in poi per salvare la pelle e i quattrini dal loro amore del prossimo fratesco mi chiudo col catenaccio; e se anche esco non passo più da piazza Barberini. E non serve di dirmi nemmeno che al convento di Roma, o bene o male, ci abita il Cardinal che li tiene a freno. Per darvi qualche idea del rispetto che hanno per sua eminenza il Cardinale vi posso ricordare i boccaletti.]
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BERNETTI, Gaetano - Patrocinatore presso il Tribunale di prima istanza di Roma (1811-1814). Abitante in via di Campo Marzo 46 (1811) ed in via Corso 51 o 151 (1812-1814). 
(1) Presso Venafro, nel Regno di Napoli. (2) Seppure;(3) Dove in Roma è il convento dei cappuccini, (4) Dirmelo,(5) Ci abita,(6) Il cardinale Ludovico Micara, cappuccino, creatura di Leone XIII.(7) Tiene, (8) Darvi, (9) Creato cardinale dal Papa, questi gli conservò la dignità di generale dell’Ordine, che poco prima egli stesso aveagli conferita, conculcando le prerogative del Capitolo. Pel governo tirannico del Cardinal generale i frati lo presero un giorno a colpi di boccali in refettorio. Ora non è più generale, ma dimora in convento.