08/01/19

G.G.Belli e l'attrice Amalia Bettini

Per G.G.Belli molto coinvolgente fu la vicenda, in bilico tra amicizia e amore,  con l'attrice Amalia Bettini, che gli fu presentata da un amico nel settembre 1835. 
Amalia Bettini
Amalia (1809-1894) era figlia d'arte: il padre e la madre erano attori drammatici.  
Dai 22 anni la Bettini fu primattrice nelle maggiori compagnie del tempo (Nardelli, Mascherpa, Compagnia reale sarda..)
Nell'autunno del 1835 la compagnia Mascherpa, in cui lavorava la Bettini, si trasferì a Roma per una serie di spettacoli al Teatro Valle, che dettero occasione a Belli e all'attrice di incontrarsi. 

L'incontro tra G.G.Belli e l'attrice
Il 9 settembre del 1835 , al teatro Valle, si recitava la prima del dramma Estella, ossia il padre e la figlia. Tra gli spettatori c'era Belli, all'epoca frequentatore assiduo dei teatri (per saperne di più), che in preda all'entusiasmo scrisse all'amico Giacomo Ferretti, letterato estremamente prolifico nei generi più disparati, autore di numerosi libretti d'opera, fra cui la commedia di Augustin Eugène Scribeche appunto in quel periodo si rappresentava al teatro Valle. 
E subito il Poeta, affascinato da Lei, scrisse un articolo encomiastico sullo "Spigolatore" e  dei sonetti, di cui uno in romanesco "Er padre e la Fijja", l'unico del Commedione pubblicato in vita. 
Sta di fatto che forse grazie a Ferretti o agli scritti dedicati all'attrice, fu invitato a casa della Bettini, a via Monterone (vicino al Pantheon) per una serata fra amici. 
Jacopo Ferretti
Intanto il 29 settembre dello stesso 1835 una lettera del Belli,  che accompagnava l'omaggio della novella in versi Amore infermo, inaugurò la corrispondenza con la Bettini, che andò avanti in maniera discontinua fino al 1847. 
Da questo momento comincia anche un'assidua frequentazione fra i due, che durerà per tutto il soggiorno romano della Bettini, fino al 16 febbraio 1836, quando la compagnia lasciò Roma.  
Il Belli fu veramente affascinato dall'attrice, con cui, lui uomo riservato  e schivo, trovò sfogo a tante sue idee e anche problemi. 
Intanto nel 1837 la situazione di G. G. Belli diventò drammatica: rimasto vedovo della moglie Mariuccia, si trovò anche in gravi problemi economici. 

Comunque dal 1838 i rapporti  fra Belli e la Bettini  andarono avanti per via epistolare, anche se con discontinità. 
L'attrice era ricercatissima per la sua arte recitativa e per i favolosi incassi, che ogni sua apparizione in pubblico registrava.

I sentimenti di "amorosa amicizia" nutriti da Belli furono ricambiati dalla Bettini, con una cordialità che però non lasciò mai troppe speranze al Poeta . 
Altro ritratto
di Amalia Bettini
Da parte sua la Bettini mostrò  interesse per quell'uomo maturo, e insoddisfatto, ma per le sue doti intellettuali, per la sua personalità. Aveva capito di trovarsi di fronte ad un grande poeta, che scriveva in italiano e in dialetto.

Il successo, i trionfi della Bettini a Roma.
Il tutto poi sullo sfondo di un periodo  particolarmente propizio per l'attrice: il successo in una città come Roma, tanti corteggiatori importanti.
La Bettini infatti può annoverarsi fra quelli delle maggiori attrici dell'Ottocento. La sua recitazione spontanea (era l'epoca in cui le attrici recitavano "a singulti, e i più rinomati attori predicavano enfaticamente"), il suo "parlato" naturale e la sua abilità scenica ne fecero una delle attrici italiane più intelligenti. 
Infine il rapporto con il poeta romanesco non fu il solo a caratterizzare la brillante carriera della Bettini: le sue recite romane del 1835 accesero di viva passione anche Stendhal, che la ricordò nella Vie de Henri Brulard e nei suoi taccuini. Per la sua arte nutrirono grande ammirazione personaggi eminenti della cultura dell'epoca, anche se la Bettini preferì a tutti proprio Belli

Er padre e la Fijja.(1)
Sì, è stata una commedia troppa corta,
ma è stata una commedia accusí bbella,
ch’io pe ssentilla ar Monno un’antra vorta

me sce farebbe2 strascinà in barella.
C’era una fijja d’una madre morta,
bbona e ggrazziosa, e sse3 chiamava Stella.
Poi sc’era un padre, una testaccia storta,

che strepitava:4 è cquella e nun è cquella.
 La parte de sta fijja tanta cara,

senti, la rescitò ’na scerta5 Amalia,
un angelo de ddio, ’na cosa rara.
Che pparlate! che mmosse! tutte fatte
da intontí.6 Bbenedetta quela bbalia

che ll’ha infassciata e cche jj’ha ddato er latte!
25 settembre 1835

Note 1) Estella, ossia il padre e la figlia, commedia di Scribe, tradotta liberamente e ridotta all’uso della scena italiana dal nostro amico Giacomo Ferretti. Fu rappresentato al teatro della Valle dalla drammatica Compagnia Mascherpa; e i caratteri de’ due protagonisti vennero sostenuti dai sommi artisti Luigi Domeniconi e Amalia Bettini.2) Mi ci farei. 3) E si. 4) Che gridava strepitando. 5)Una certa 6) Da incantare.

[Versione. Il padre e la figlia. Si, è stata una commedia troppo corta, ma è stata una commedia così bella, che io per sentirla al mondo un'altra volta, mi ci farei trascinare in barella. C' è una figlia di una madre morta, buona e graziosa, che si chiamava Stella. Poi c'era un padre, una testa storta, che gridava strepitando: è quella  e non è quella. La parte di questa figlia tanto cara, senti, la recitò una certa Amalia, un angelo di Dio, una cosa rara. Che dialoghi! Che movenze! tutte fatte da intontire. Benedetta quella balia che l'ha fasciata e e che gli ha dato il latte.]

La Bettini si sposa e lascia il teatro
Improvvisamente tutto finì nel 1842Amalia, dopo i trionfi nella Iginia d'Asti di Pellico del  giugno 1841,  lasciò per sempre le scene, per sposare a Bologna un medico, Raffaele Minardi. Così scriveva, il 21 aprile 1842, a Belli:
"...conosci tu, mio poeta l'Amore? ah lo conosci senza dubbio!..un cuore bello come il tuo non può essere stato privo di quel palpito, che, se produce tormento, ha pure in sè stesso dolci momenti, che pagano ad usura ogni pena"

Belli, come detto, aveva scritto per lei poesie italiane,  sestineun'epistola in terza rima, e 4 sonetti romaneschi  e in tale occasione ne scrisse un quinto:  Ar zor come-se-chiama ( 1842), pieno d'amarezza per il matrimonio di Amalia.
Quello con l'attrice era stato per lui a lungo un amore incofessato: e ora, innanzi alla repentina decisione della primadonna di sposarsi, diveniva irreparabilmente un amore " mancato".
Ne fanno fede le lettere scritte da Belli a Amalia a partire dal 29 aprile 1837.

Il sonetto "Ar zor come-se-chiama" 
Questo Sonetto romanesco è l'unico scritto da Belli nel 1842 ed è piuttosto singolare in quanto vi traspare amarezzamalinconiarimpianto per quello che poteva essere e non è stato, fra le righe poi c'è un sottile rimprovero verso la Bettini sposa. Malinconica è poi l'ultima strofa che fa riferimento alla solitudine amara del poeta che finisce per cciancià segrete.

Belli rimane doppiamente solo, e con i suoi problemi economici, evidenziatesi dopo la morte della moglie. Il sonetto è scritto un mese prima del rientro nell'amministrazione pontificia come Capo della corrispondenza nella Direzione Generale del debito pubblico, dove resterà fino al 1845, anno del suo pensionamento (leggi qui ...).

Ar zor come-se-chiama (1)
Disce che vvoi, c’a cquella pascioccona
state in prescinto d’infilà ll’anello,
sete bbono in zur gusto d’un aggnello
e bbello com’un angiolo in perzona.
 Ma avete una gran zorte bbuggiarona,
pe la raggione che ssi Iddio, fratello,
v’ha ffatto accusí bbono e accusí bbello,
lei puro è bbella bbella e bbona bbona.
       
Pe sta vostra bbellezza e bbontà ddoppia
Quanno ve vederanno avanti ar prete
Tutta la ggente strillerà: “Cche ccoppia!„.
Io solo ho da rimane co la sete
De vedevve ché er diavolo me stroppia
E mme tiè a Rroma a cciancicà ssegrete!

19 maggio 1842
Giovanni Paolo PanniniTeatro Argentina di Roma
 nel 1747

[Versione. Al sor come si chiama. Dice che voi, che a quella pacioccona state in procinto d'infilare l'anello, siete buono nel suo gusto  come un agnello e bello come un angelo in persona. Ma avete un gran sorte meravigliosa, per la ragione che Dio, fratello, vi ha fatto così buono e bello, lei pure è bella bella e buona buona. Per questa vostra bellezza e doppia bontà quando vi vedranno avanti al prete tutta la gente strillerà " Che coppia". Io solo devo rimanere con la sete di vedervi perchè il diavolo mi storpia e mi tiene a Roma a masticare segrete (cioè le preghiere che il prete dice fra sè durante la messa)
Note
  1. Salta Allo sposo di Amalia Bettini, la quale poi nella sua lettera di Bologna 23 giugno 1842 mi scrisse chiamarsi Raffaele Minardi, ed essersi con lui maritata colà il 2 di quel mese.

31/12/18

G.G. Belli e il pangiallo

Il “pangiallo" è un dolce tipico di Roma e del  Lazio, che secondo antiche leggende, risalirebbe addirittura all'epoca degli antichi romani. 
La leggenda. Così si racconta che nella Roma imperiale era usanza, in occasione del solstizio d’inverno, cioè il 21 o 22 dicembre,  preparare un dolce che per forma e colore ricordasse il sole e favorirne il ritorno. 
Qualcosa di molto simile al pangiallo lo si ritrova nel famoso manuale gastronomico di Apicio, celebre cuoco della Roma imperiale, in un capitolo della sua raccolta culinaria dedicato ai dolci "facilmente realizzabili in casa" lo chef di duemila anni fa consigliava: "mescola nel miele pepato del vino puro, uva passita e della ruta. Unisci a questi ingredienti pinoli, noci e farina d’orzo. Aggiungi le noci raccolte nella città di Avella, tostate e sminuzzate, poi servi in tavola".
Dono di Natale. In passato, quando non si erano ancora diffusi i dolci natalizi confezionati era un dono tipico che si faceva a Natale, e non poteva mancare sulle tavole romane.
Oggi la sua diffusione è notevolmente diminuita a favore dei classici pandori, panettoni (etc), che con le tradizioni romane non hanno nulla a che fare.
A Roma, ancora qualche forno o pasticceria lo prepara e fino a poco tempo fa si poteva trovare sulle bancarelle di piazza Navona, insieme al carbone dolce, al torrone e altri dolcetti in vendita per la festa della befana.
Il Pangiallo. Possiamo dire che è uno dei pochi dolci natalizi,  la cui origine sia prettamente romana e laziale. Anche se, attualmente è stato sostituito da prodotti di altre regioni (pandoro, panettone etc..).  

Tradizionalmente il pangiallo veniva ottenuto tramite l'impasto di frutta secca, miele e cedro candito, il quale veniva in seguito sottoposto a cottura e ricoperto da uno strato di pastella d'uovo.
Fino a tempi molto recenti nella preparazione del pangiallo le massaie romane mettevano i noccioli della frutta estiva (prugne e albicocche) opportunamente essiccati e conservati, in luogo delle costose mandorle e nocciole.
Ancora oggi, tradizione vorrebbe che il Pangiallo venisse prodotto in casa per poi essere regalato per le feste natalizie ad amici e parenti, ma è molto difficile che ciò accada!!!
Il Pangiallo nei Sonetti di Belli. Nella Roma del Poeta Belli, invece il pangiallo doveva essere diffuso, in quanto non è un caso che vien ripetutamente citato in alcuni Sonetti. 
Ne La Compaggnia de Vascellari   è utilizzato per fare un paragone dispregiativo nei confronti di qualcheduno apostrofato così: sor faccia de pangiallo. 

Negli altri casi è invece abbinato alla festa del Natale, all'altro dolce tipico romano il torrone.
I sonetti che contengono riferimenti al pangiallo sono:

220. La Dogana de terra a piazza-de-Pietra
262. La Compaggnia de Vascellari 
462. La fijja ammalata
661. Er tiro d’orecchia 
2076. Una serenata
75. Ar bervedé 1 tte vojjo 

Particolarmente commovente e terribile è il sonetto La figlia ammalata, dove viene toccato il tema della malattia di  una giovanetta, e della morte come momenti profondi dell'esistenza. 
Un sonetto cupo che nell'ultima riga il poeta Belli alleggerisce nominando appunto il pangiallo
Forse al padre-protagonista viene in mente proprio questo dolce che gli  ricorda gli altri bei Natali passati e quello terribile che lo aspetta se la figlia morirà... 
Infine anche Giggi Zanazzo nomina il pangiallo nel cibo che non poteva mancare sulle tavole romane dei suoi tempi per Natale  (da Usi e costumi del popolo romano: se magneno li vermicelli co’ l’alice, l’inguilla, er salamone, li bbroccoli, er torone, er pangiallo, et eccetra et eccetra.(si mangiano i vermicelli con le alici, l'anguilla marinata, il salmone, i broccoli fritti, il torrone, il pangiallo etc. etc.)

462. La fijja ammalata 
Ccos’è, ccos’è! cquer giorno de caliggine
 lei vorze (1) annà dde filo (2) ar catechisimo? 
Bbè, in chiesa j’ariocò (3) cquela (4) vertiggine 
ch’er dottore la chiama er passorisimo.(5) 
Mó er piede che cciaveva (6) er rumatisimo 
je se fa nnero come la fuliggine, 
e nnun ce sente manco er zenapisimo: 
li spropositi, fijja: (7) ecco l’origgine. 
Smania che in de la testa cià (8) uno spasimo 
che mmanco pò appoggialla ar capezzale... 
Te pare bbrugna (9) da nun stà in orgasimo? 
Ha er fiatone, (10) ha un tantin d’urcere in bocca... 
Pe mme, ddico che sgommera; (11)
e a Nnatale Dio lo sa cche ppangiallo (12) che mme tocca. 

[Versione. Cos'è. Cos'è! quel giorno di nebbia lei volle andare per forza al catechismo? Beh, in chiesa si ripetè quella vertigine che il dottore la chiama il parossismo. Adesso il piede che aveva il reumatismo si fece nero come la fuliggine, e non ci sente neanche il senapismo: gli stravizi, figlia: ecco l'origine. Smania che nella testa ha uno spasmo che non può neanche appoggiare la testa al capezzale.. Ti pare un disastro da non stare in apprensione? Ha il fiatone, ha un pò di ulcere in bocca..Per me dico che se ne va dal mond.. e a Natale lo sa Dio che pangiallo che mi tocca.

Roma, 19 novembre 1832 - Der medemo 
Note. 1 Volle. 2 Per forza. 3 Le ripeté. Traslato tolto dal giuoco di dadi, chiamato dell’Oca, dove ciascuna volta che arrestandosi sopra un punto nelle case, dispostevi in numero di 61, vi si trova segnata un’oca, si ripete in avanti il punto. Quindi il riocare. 4 Medesima osservazione, tra arioco e cquela, che si trova in nota al sonetto Er leggno a vvittura. 5 Parossismo. 6 Ci aveva. 7 Qui è termine di sola benevolenza. 8 Ci ha. 9 Disastro rilevante. 10 Affanno. 11 Sgombra: traslato preso dallo sgombro delle case, che in Roma dicesi lo sgommero. Qui sta per «partire dal mondo». 12 Specie di pane, con mandorle e uve appassite, che mangiasi a Natale. Esso è colorito sovente con dello zafferano. 


G.G. Belli e la vigilia di Natale

Un vecchio detto romanesco, sempre attuale, recita: "Chi se vò imparà a magnà, da li preti bisogna che va".
Lo sapeva bene il Poeta Belli che nei suoi sonetti si sofferma  spesso sull' ingordigia, sugli eccessi commessi da alcuni preti del suo tempo...
I cardinali, i monsignorilo stesso papa vengono spesso presentati nei Sonetti belliani come avidi, sfrenati, ingordi di cibo e di vino. 
E nelle epoche passate il peccato della gola era particolarmente malvisto, in quanto la miseria e la fame erano molto diffuse.

Tradizioni natalizie. Non a caso l'estro corrosivo del poeta Belli si esercita anche verso le tradizioni del Natale. Proprio in quel periodo infatti, ieri come oggi, si manifestava in modo più evidente il divario fra i poveri e i ricchi
Insomma c'era chi magnava e chi pativa la fame......
E nella Roma del Belli questa differenza era molto molto evidente.
Di fronte ad una miseria generalizzata, ad un popolino sempre affamato e cencioso..esisteva un altro mondo: quello dei nobili, dei ricchi borghesi e dei preti, che non si facevano mancare nulla.
Ebbene era proprio così!! Non solo le alte gerarchie ecclesiastiche, i cardinali, i monsignori  vivevano bene, ma anche i semplici preti, le suore e i fraticelli avevano comunque il vitto e l'alloggio assicurato
E non era poco..

I peccati di gola di monsignori e cardinali
Imperdibile il sonetto La viggija de Natale,
Qui Belli fa una satira feroce puntando il dito sul divario fra il cosìdetto bendidio, che arrivava sulla tavola del papa, dei cardinali e dei monsignori in netto contrasto con quello che si trovava sulle tavole del popolo.
Nel sonetto viene presentata un' ironica scenetta: si invita un popolano a mettersi, il 24 dicembre, vigilia di Natale, davanti alla dimora di un cardinale, di un monsignore per vedere tutti i doni, che, come in una lunga processione, man mano vengono consegnati... Si trattava di cibi e bevande prelibate e costose, che avrebbero ben figurato sulla ricca tavola imbandita della vigilia di Natale. 
Come già detto, il sarcasmo del Poeta denuncia l'opulenza, i ricchi e prelibati cibi ricevuti in dono dagli ecclesiastici (rispetto alla povertà dei cibi dei poveri) con la descrizione delle prelibatezze che rendevano ricche le tavole: torrone, caviale, maiale, pollastro, cappone, fiasco di vino padronale, gallinaccio, abbacchio, oliva dolce, pesce del lago di Fogliano e Anguilla di Comacchio.
Alla faccia del popolino che a stento riusciva a mettere insieme il tradizionale cenone di magro!
Il cenone di magro 
Nella Roma dell'800, per la cena del 24 dicembre, la vigilia di Natale, tutta la famiglia si riuniva per il tradizionale cenone di magro.
Il cenone di magro iniziava con un antipasto di olive, anguille e pescetti marinati; seguiva la pasta al sugo di tonno, poi il baccalà in umido con pinoli e zibibbo, accompagnato da broccoli e mele renette fritti in pastella.
Finalmente almeno una volta l'anno il popolo, che normalmente viveva di cucina "povera", si concedeva qualche pietanza sfiziosa.
Ben diverse erano le tavole di potenti cardinali e monsignori, come pure quelle dei ricchi aristocratici, dove non poteva mancare il pesce fresco (carissimo) e altri cibi prelibati e tipici, che ben descrive Giuseppe Gioachino Belli nel famoso sonetto...
Dopo la cena, erano di rigore la tradizionale tombola ed il cosidetto "sermone", la poesia natalizia recitata dai bambini davanti al presepe.
Infine tutta la famiglia andava alla messa di mezzanotte (particolarmente solenne era quella nella basilica di Santa Maria Maggiore).

La viggija de Natale
Ustacchio(1), la víggija de Natale
Te mmettete de guardia sur portone
De quarche mmonzignore o cardinale,
E vederai entrà sta prícissione(2).

Mo entra una cassetta de torrone,
Mo entra un barilozzo de caviale,
Mo er porco, mo er pollastro, mo er cappone,
E mmo er fiasco de vino padronale.

Poi entra er gallinaccio, poi l’abbacchio,
L’oliva dolce, er pesce de Fojjano(3),
L’ojjio, er tonno, l’anguila de Comacchio.

Insomma, inzino a nnotte, a mmano ammano,
Te llì tt’accorgerai, padron Ustacchio,
Cuant’è ddivoto er popolo romano.


Roma, 30 novembre 1832 
(Versione. La vigilia di Natale. Eustachio, la vigilia di Natale mettiti di guardia sul portone di qualche monsignore o cardinale, e vedrai entrare una processione. Ora entra una cassetta di torrone, ora un barilotto di caviale, ora il maiale, ora il pollastro, ora il cappone, e ora il fiasco di vino padronale. Poi entra il gallinaccio, poi l’abbacchio [agnello giovane], le olive dolci, il pesce di Fogliano, l’olio, il tonno, e l’anguilla di Comacchio. Insomma, fino a notte, a poco a poco, tu lì ti accorgerai, padron Eustachio, quanto è devoto il popolo romano.)
Note.1 Eustachio. 2 Processione. 3 Lago nelle paludi pontine, assai apprezzato per la pesca del pesce, che vi rimonta dal vicino mare per via di un canale. 

20/11/18

G.G. Belli e il "carrozzone" del papa



La vita del Poeta Belli fu abbastanza lunga, essendo nato nel 1791 e morto all'età di 72 anni nel 1863. 
In questo lungo periodo si avvicendarono sul trono pontificio addirittura sei papi: Pio VI, Pio VII, Leone XII, Pio VIII, Gregorio XVI e Pio IX. 
Un record! (leggi qui....)
La sua Roma è una città dove è netta la separazione fra la Curia e la plebe. Da una parte ci sono i rappresentanti dello stato teocratico e – il “papa-Vicecristo”-, accompagnato da un immenso stuolo di cardinali,  tutti privilegiati, insieme a decrepita nobiltà ereditaria - dall'altra una plebe abbandonata a se stessa.
Il Carrozzone del Papa
In alcuni Sonetti, Belli fa riferimento al mezzo di trasporto con cui il papa, spesso accompagnato dai cardinali, soleva spostarsi dentro e fuori Roma. Questo veicolo viene indicato dal Poeta  sempre e solo con il termine romanesco dispregiativo di "carrozzone". 
La costruzione della bellissima Berlina Pontificia di Gala si completò negli anni '20 del  secolo XIX e quindi si fa risalire al pontificato di Leone XII, al secolo Annibale Sermattei della Genga, rimasto sul Soglio di Pietro dal 28 settembre 1823 al 10 febbraio 1829. 
Ciononostante non fu questo papa a commissionarla, nè ad usarla (1).
Secondo la linea stabilita alla fine del '700 da Pio VI, lo scopo di questa lussuosa e molto costosa carrozza era quella di mettere in evidenza a tutti la sovranità del papa e della sua corte. 
Uno status simbol del papato, con cui si voleva esaltare la figura del papa, sottolineandone il suo centrale ruolo nei riti nei cerimoniali romani. 
Questa carrozza di gran lusso  fu usata fino al 1870.


Simboli del potere
In contrasto con questa linea di sfarzo, invece di usare la sontuosa berlina, Leone XII, come mezzo di trasporto,  preferì il modesto frullone, un mezzo di servizio, una specie di utilitaria, impiegata per i viaggi del pontefice o per il seguito della famiglia pontificia. 

Addirittura l'apertura del giubileo del 1825, Leone XII guidò le processioni andando a piedi, quasi scalzo per dare al popolo e ai forestieri un messaggio di maggiore spiritualità, e di poco interesse agli sfarzi mondani. 

E figuriamoci quanto infastidiva Belli l'ostentazione, lo sfoggio  adottati dal papa e dalla Corte, contrario come era a tutti i simboli e alle forme in cui si esteriorizzava l'immenso potere papale. Secondo Belli l Papa, invece di disinteressarsi totalmente dell'umanità dolente, nella sua doppia natura di capo spirituale e politico, avrebbe dovuto invece impegnarsi a  risolvere il problema della divisione in classi e dell’ingiustizia.
Neppure per idea!! Infatti il papa era sempre più chiuso nel suo sovrano disinteresse per l’umanità dolente, teso solo a realizzare i suoi sogni di potenza.

Il carrozzone nei Sonetti
I sonetti in cui Belli cita il veicolo usato dal papa sono cinque e sono scritti nell'arco cronologico che va dal 1832 al 1838. 
Il papa cui il poeta Belli si riferisce è quindi  Gregorio XVI (1831-1846)
Il pontificato di questo papa si svolge durante un arco di tempo di 15 anni,  dal 1831 al 1846, periodo in cui Belli si dedica anima e corpo alla stesura dei suoi Sonetti. 
E proprio nei confronti di questo papa Belli prova grande irritazione, in quanto lo considera un  Vicario di Cristo corrotto  e così lo sommerge di aggressioni verbali.
E così anche il  carrozzone serve a sottolineare lo sfarzo, che circonda ogni uscita del papa, ogni cerimonia papale..
Salvo poi ridicolizzare il papa, detto anche zor Grigorio,  quando lo ritrae nel carrozzone, dove si deve rifugiare per salvarsi dalla folla inferocita, o ancora quando trasforma l'atto isimbolico e carico di significato della benedizione papale in bbenedizzionaccia lesta lesta... (vedi: E cciò li testimoni).

Lo stesso carrozzone  serve poi al papa perbarricarsi dentro e difendersi dalla folla inferocita, che minacciosamente, durante una delle tante processioni,  lo circonda...
...strillanno: «Pane, o vve scannamo ar covo»... 
(...strillando...pane, o vi scanniamo nel vostro )

I sonetti in cui si cita il carrozzone sono i segg.::
489. Er Papa novo del 1832
1491. Tutto cambia del 1835
1936. La priscissione a Ssan Pietro del 1837
1977. E cciò li tistimònî del 1838
380. Er trionfo de la riliggione 1832

La Berlina di gran gala.
Realizzata a Roma  tra il 1823 e il 1829, come da iscrizione sulla carrozza. I suoi costruttori furono gli affermati Fratelli Casalini, fabbricanti e negozianti di carrozze rinomati non solo in Italia, ma anche all’estero, i cui laboratori si trovavano in via Margutta, nei pressi di Piazza di Spagna, ed erano in grado di costruire ogni tipologia di carrozza. 
La loro firma compare infatti sui pignoni delle ruote. Realizzata in legno e metallo, essa è magnificamente decorata con intagli dorati in ogni sua parte. 
Costruita per essere tirata da sei cavalli, non ha posto per il guidatore poiché veniva condotta da tre postiglioni con guida alla “Daumont”. Poichè i cocchieri non potevano dare le spalle al Papa la carrozza era tirata da un tiro à la Daumont, dove i “cocchieri” siedono sui cavalli di sinistra che quindi vengono sellati. In questo modo la guida della carrozza avviene agendo direttamente sui cavalli dalla sella e non più dal sedile del cocchiere.
Eliminando il sedile del cocchiere si ottiene un veicolo più elegante soprattutto nelle carrozze aperte, dove la mancanza della cassetta del cocchiere fornisce molta più visibilità alle persone che siedono nella stessa. Per questo motivo il tiro à la Daumont venne usato soprattutto nelle carrozze di gala.
Sormontata da quattro pennacchi, che secondo il protocollo distinguono il “Servizio Pontificio” di alcune cerimonie solenni, al suo interno, interamente tappezzato in damasco di seta cremisi, era posizionato un trono sovrastato da un capocielo, finemente ricamato a rilievo in filo d’argento, con la rappresentazione della colomba dello Spirito Santo al centro di una raggiera d’oro. 
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(1) Cfr. «La nuova stufa nobile in servizio di Nostro Signore». Committenza di corte per rappresentare la sovranità pontificia: la carrozza di Leone XII, in "La corte papale nell'età di Leone XII", a cura di I. Fiumi Sermattei e R. Regoli, Ancona 2015, pp. 149-170


02/10/18

Belli e la canzoncina "Maramao perchè sei morto"

Una canzonetta leggera può nascondere delle allusioni ad avvenimenti accaduti,  che rimangono spesso sconosciute ai tanti che la ascoltano per puro divertimento? Sembrerebbe di si!! 
E' il caso del brano musicale Maramao perché sei morto?, composto nel 1939 da M. Consiglio e da M. Panzeri, che addirittura suscitò problemi nella censura dell'epoca fascista, perchè sospettata di riferirsi alla morte del gerarca Ciano, genero di Mussolini.

Così i versi incriminati:
Maramao perché sei morto? 
Pan e vin non ti mancava, 
l’insalata era nell’orto, 
Maramao, perché sei morto? 

Sospetti veramente ridicoli se confrontati con il fatto che questo ritornello riprendeva una filastrocca o un canto popolare risalente alla prima metà del XVI secolo e che avrebbe avuto origine nel Regno di Napoli. 
Ma in quell'epoca non lo sapevano e la mancanza di ironia era connaturata alla dittatura fascista. Così qualsiasi fatto poteva suscitare pericolosi sospetti e indagini.

Maramao al tempo del potere pontificio
La triste vicenda del gatto Maramao in sostanza veniva narrata da secoli, e, almeno da quanto riferito da Vitaliano Brancati in "Ritorno alla censura" (Bompiani),  aveva già causato qualche problema ai gendarmi pontifici.
Scriveva Brancati :"La notte del 10 febbraio 1831 un povero storpio arrancava per le vie di Roma cantando: Maramao, perché sei morto? Pane e vin non ti mancava, l'insalata avevi all'orto… 
Subito venne arrestato, sotto l'imputazione di alludere al recente funerale del papa. Ma perché doveva alludere al papa? Quale riferimento poteva esserci fra l'insalata all'orto e i giardini vaticani? Queste domande, prima di noi, se le fece Gioacchino Belli, in uno dei sonetti rimasti inediti sino a pochi anni fa...

Il sonetto in questione era stato composto nel 1833, due anni dopo il fatto riferito sopra. 
Nel sonetto si scrive di una canzoncina, ancora oggi nota, che costa ad un uomo la prigione, e questo crea nel personaggi che parla una reazione furiosa. In  sostanza chi parla difende l'uomo negando i riferimenti politici, che si attribuivano ai versi. 
Ciò facendo però conferma quei fatti, come si legge nella quartina dopo.  

Perciò, proprio a  causa della difformità delle date,  il sonetto sembrerebbe piuttosto frutto di un'invenzione fantasiosa del Poeta e non la riscrittura di un fatto di cronaca: nel 1833 già regnava Gregorio XVI(1831-1846), e l'ultimo funerale era stato quello celebrato a seguito della morte, avvenuta nel 1830, di papa Pio VIII (1829-1830) celebrato nel 1831(1).

Er canto provìbbito 
1 Sta in priggione, ggnorzí, 2 ppovero storto! 
Io da l’abbíle 3 sce faría 4 la bbava. 
Sta in priggione: e pperché? pperché ccantava 
jer notte: Maramào, perché ssei morto. 5 
Ebbè? ssi 6 è mmorto er Papa? e cche cc’entrava 
de dì cche ccojjonassi 7 er zu’ straporto? 8 
E cché! ttieneva l’inzalata all’orto 
er Zanto-Padre? e cché! fforze 9 maggnava? 
Teste senza merollo: 10 idee brislacche. 11 
Duncue puro a ccantà cce vò er conzenzo 
de sti ssciabbolonacci a ttricchettracche! 
Io me sce sento crèpa 12 da la rabbia. 
«Ma», ddisce, «è bben trattato»: 
eh, bber compenzo d’avé la canipuccia e dde stà in gabbia


Roma, 11 febbraio 1833 

[Versione. Il canto proibito. Sta in prigione, sissignore, povero storpio! Io dalla bile farei la bava. Sta in prigione e perché? Perché cantava ieri notte “Maramao perché sei morto”. E allora? Se è morto il Papa? E che c’entrava dire che schernisce il suo funerale? E che? Forse aveva l’insalata nell’orto il Santo Padre, e che, forse mangiava? Teste senza midollo, idee bislacche! Dunque, anche per cantare ci vuole il permesso di questi sciabolonacci da marionette! Io mi sento morire dalla rabbia. Ma, dice, è ben trattato. Eh, bel compenso avere la canapuccia e stare in gabbia.]


Note -1 Proibito. 2 Gnorsì: signor sì. 3 Bile. 4 Ci farei. 5 Antica canzone volgare: Maramao, perché sei morto? / Pane e vin non ti mancava: / L’insalata avevi all’orto: / Maramao, perché sei morto? 6 Se. 7 Schernisce. 8 Trasporto. 9 Forse. 10 Midollo. 11 Stravaganti. 12 Modo d’ingiuria, invece di dire «io mi sento crepare». 


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(1) Quanto ai versi della  canzone Maramao perchè sei morto, citata da Belli, si sono fatte altre interpretazioni come quella che la collega a Francesco Maramaldo, oppure a un personaggio della commedia dell'Arte : tal Maramau...sempre però va ricordato che ancora oggi la parola accompagna un gesto di dileggio (fare maramau)