03/07/22

G.G. Belli e l'estate

A. Pinelli,
Venditore di cocomeri
a Piazza Navona
Nella Roma del Belli in estate doveva fare un gran caldo!! E lo si desume da varie testimonianze esistenti sull'argomento..
Proprio in un sonetto intitolato "Er callo", Belli apre un siparietto su come il caldo della roma dei suoi tempi era mal sopportato da una popolana..
La donna si trovava infatti a dover resistere a un caldo definito d'inferno, con i mezzi naturali che si avevano a disposizione all'epoca, (in cui non c'erano i ventilatori, e soprattutto i condizionatori.)

Rimedi vari contro l'afa romana
A nulla valevano i vari rimedi dal lei escogitati contro l'afa..
In primis, muoversi il meno possibile: la donna era comunque stanca, fiacca da non poter muovere neanche le braccia, tormentata da caldane tutta la notte che la facevano sudare dannatamente, tanto da far diventare la camicia appiccicosa.
Anche il farsi vento col ventaglio, bere acqua e lo sguazzare nelle fontane, proibitissimo dalle autorità pontificie, servivano a poco, perchè appena finiti si ritornava ad avere più caldo di prima.
Altra conseguenza dell'afa era che si mangiava poco, addirittura, in mancanza di meglio, la nostra donna si nutriva solo di pane...
Per non parlare infine delle pulci, delle mosche e delle malefiche zanzare, animali fedeli compagne del caldo romano. Insomma al caldo nella Roma dei Papi non c'era rimedio..
ER CALLO
Uff! che bbafa d’inferno! che callaccia!
Io nun ho arzato un deto e ggià ssò stracca:
oh cche llasseme-stà! ssento una fiacca,
che nnun zò bbona de move le bbraccia.
Sto nnott’e ggiorno co li fumi in faccia,
sudanno a ggocce peggio d’una vacca;
che inzino la camiscia me s’attacca
su la pelle. Uhm, si ddura nun ze caccia.
Ho ttempo a ffamme vento cor ventajjo,
a bbeve acqua e sguazzamme a le funtane:
è ttutto peggio, perché ppoi me squajjo.
P’er maggnà, ccrederai? campo de pane.
E nnun te dico ggnente der travajjo

de ste purce, ste mosche e ste zampane.
Roma, 7 febbraio 1833

Bartolomeo Pinelli,
Il cocomeraio
a Fontana di Trevi
1 Caldo. 2 Afa. 3 Alzato un dito. 4 Sono. 5 Il lassame stà (lasciami stare) è quella mala voglia che nasce da lassitudine. 6 Muovere. 7 Sudando. 8 Non si cava, cioè: «non se ne esce vittoriosi». 9 Farmi. 10 Bere. 11 Sguazzarmi. 12 Pulci. 13 Zanzare.  
[Versione. Il caldo. Uff! Che afa d’inferno! Che calura! Non ho fatto il minimo movimento, eppure sono già stanchissima: oh, che apatia! Sento una debolezza tale che non posso neanche alzare le braccia. Notte e giorno ho le caldane sul viso, sudando a gocce peggio di una vacca, tanto che perfino la camicia mi si attacca alla pelle. Uhm, se dura questa situazione non se ne esce. Tempo sprecato a farmi vento col ventaglio, bere acqua, e sguazzare nelle fontane, è peggio, perché poi mi squaglio. In quanto al mangiare, ci crederai? vivo di pane. E non ti dico nulla del fastidio di queste pulci, mosche e zanzare.]
Il cocomero
Jean-Baptiste Thomas,
 Il cocomeraio (a piazza Colonna
Un rimedio molto popolare nella Roma papalina, e non solo, era mangiare la classica fetta di cocomero fresca. Accanto ad alcune delle fontane romane più importanti infatti erano allestite bancarelle di venditori di cocomeri.
La fontana serviva per tenere i cocomeri in fresco, altra cosa proibitissima dai bandi e dagli editti emanati periodicamente dalle autorità pontificie. Collocare frutta, verdura, cestini di gamberi etc nelle vasche otturavano infatti le belle fontane romane con le conseguenze che si possono immaginare.
Ma il popolino romano non si arrendeva di fronte ai divieti e imperterrito continuava ad utilizzare le fontane per i suoi comodi.

Le stampe dei cocomerai

Grazie ad alcuni grandi incisori e acquerellisti dell' 800 abbiamo testimonianza visiva di queste bancarelle di cocomeri e dell'amore dei romani per questo frutto saporito e colorato.

Nelle rappresentazioni fatte dal francese
Antoine-Jean-Baptiste Thomas (Parigi, 31 ottobre 1791 – Parigi, 1833) , e dai due romani Bartolomeo Pinelli (Roma, 20 novembre 1781 – Roma, 1º aprile 1835)  e il figlio Achille  (Roma, 1809 – Napoli, 5 settembre 1841) non mancano infatti spunti per immaginare uno spaccato di vita popolare che ruotava attorno a queste coloratissime rivendite.

23/06/22

G.G. Belli e la festa di san Giovanni

Nei Sonetti Belli ricorda la ricorrenza di san Giovanni Battista, patrono di Roma che si festeggia il 24 giugno. 
Questa ricorrenza, oltre che molto sentita, e' stata sempre molto speciale perchè si assiste all'intreccio  di due tradizioni opposte.
Da un lato la saga pagana simboleggiata dalla  "notte delle streghe" e dall'altro quella cristiana dedicata al culto di un importante santo.

La notte più lunga dell'anno
Poi quella fra il 23 e il 24 giugno è la notte più lunga dell'anno, quando cade il solstizio d'estate, comincia l’estate.  
Lo avevano scoperto anche gli antichi astronomi e infatti ci sono notizie che riportano indietro ad antichi rituali. 
E così su questa traccia la chiesa innestò la tradizione dei festeggiamenti con la ricorrrenza dedicata a San Giovanni Battista, e non basta.
Infatti anche nel giorno dell' altro solstizio, quello del 27 dicembre, con cui entra l'inverno, si festeggia San Giovanni evangelista
Così i due Giovanni santi erano accontentati...

La notte delle streghe
A Roma i festeggiamenti iniziavano la notte della vigilia, cioè il 23 giugno, la cosiddetta “notte delle streghe”, durante la quale la tradizione voleva che le streghe andassero in giro a catturare le anime.

Una folla di gente partiva in gruppo allora da tutti i rioni di Roma, al lume di torce e lanterne, e si concentrava a San Giovanni in Laterano per pregare il santo e per mangiare le lumache nelle osterie e nelle baracche allestite per l'occasione.
Mangiare le lumache, le cui corna rappresentavano discordie e preoccupazioni, significava distruggere le avversità.
La partecipazione popolare era massiccia, si mangiava e si beveva in abbondanza e soprattutto si faceva rumore con trombe, trombette, campanacci, tamburelli e petardi di ogni tipo per impaurire le streghe, affinché non potessero cogliere le erbe utilizzate per i loro incantesimi.
La festa si concludeva all’ alba quando il papa si recava a San Giovanni per celebrare la messa, dopo la quale dalla loggia della basilica gettava monete d’oro e d’argento, scatenando così la folla presente.

Il sonetto di Belli
Belli  non perde occasione per dedicare un sonetto a questa festa, vista l'importanza dell'avvenimento che coinvolgeva il popolo romano da...."seimila anni".
Il Poeta nel sonetto ripercorre tutte le leggende diffuse tra il popolino romano ignorante (e non solo quello) legate a questa ricorrenza: le streghe che si trasformano in bestie, il patto con il diavolo, l'aglio  e la scopa come antidoti per allontanare le streghe...

Ma c'è di più....il riferimento negativo di Belli verso gli ebrei, quando paragona la loro fisionomia a quella delle streghe diventate bestie. 
Ricordiamo che nell’immaginario collettivo gli ebrei erano ritenuti abilissimi incantatori.

Ecco come viene ricordata la festa di san Giovanni
San Giuvan-de-ggiuggno
Domani è Ssan Giuvanni? Ebbè ffío1 mio,
cqua stanotte chi essercita er mestiere
de streghe, de stregoni e ffattucchiere
pe la quale2 er demonio è er loro ddio 3, 

se straformeno 4 in bestie; e tte dich’io
c’a la finosomia 5 de quelle fiere,
quantunque tutte-quante nere nere
ce pòi riffigurà6 ppiú dd’un giudio. 7
              
E accusì vvanno tutti a Ssan Giuvanni,
pe la meno che ssia, da un zeimilanni. 8
Ma a mmé, cco ’no scopijjo9 ar giustacore
e un capo-d’ajjo10 o ddua sott’a li panni,
m’hanno da rispettà ccome un Ziggnore.

[Versione
Domani è san Giovanni? Allora flglio mio,
qui stanotte chi esercita il mestiere di streghe, stregoni e fattucchiere
per i quali il demonio è il loro dio,
si trasforma in bestia; e ti dico
che la fisionomia di quelle fiere
sebbene siano tutte nere-nere
può raffigurare più di un ebreo.
E così vanno tutti a san Giovanni, 
perlomeno da seimila anni.
Ma a me, con in mano una scopa 
e una testa d'aglio sotto il vestito
mi devono rispettare come un Signore.]
_________

Salta
 1.Figlio 2; Di questo pronome relativo il romanesco non usa che il femminino singolare, e di questo i soli casi la quale e per la quale; 3.I due versi antecedenti sono tratti quasi letteralmente dalla Dottrina del Cardinal Bellarmino; 4.Si trasformano5.Ci puoi raffigurare; 6.I giudei passano per abilissimi maliardi 8.Da un seimil’anni 9. Scopiglio: aglio. Alla scopa e all’aglio  attribuito l’onore di predominare le streghe e renderne innocue le malie.

18/06/22

G.G. Belli e il papa Gregorio XVI

Il pontificato del Papa Gregorio XVI si svolge durante un arco di tempo di 15 anni, cioè dal 1831 al 1846,  periodo in cui Belli si dedica anima e corpo alla stesura dei suoi Sonetti. 

Belli, assente dall'Ufficio, scrive e viaggia.
Sono gli stessi anni in cui Belli, che per campare rivestiva la modesta mansione di commesso presso la Direzione generale del Bollo e registro di Roma, riesce ad ottenere un periodo di assenza dal poco amato lavoro di impiegato dell'amministrazione pontificia. [per approfondire clicca qui >>]

Così dal 1827 al 1842approfittando di un cavillo di un regolamento interno, viene messo "interinamente  in quiescienza", cioè a riposo per motivi di salute, continuando a percepire lo stipendio.  
In tale posizione, gli impiegati potevano essere richiamati in servizio. Per Belli questo non accadrà mai e così rimase senza il noioso obbligo di presentarsi in ufficio a riposo per ben 15 anni, continuando a percepire lo stipendio!!
Durante questo periodo, il Poeta si dedicò intensamente alla stesura dei sonetti, ormai libero da un lavoro che non amava, e inizierà anche una serie di viaggi per tanti luoghi, spesso collegati ai suoi interessi letterari ed economici, puntualmente rendicontati nelle tante Lettere che scrisse. 

Gregorio XVI nei Sonetti
Belli è irritato da un Vicario di Cristo corrotto e da una chiesa politicizzata, così sommerge  questo papa, il più presente nei suoi versi, di aggressioni verbali. 
Gregorio XVI diventa un personaggio dei Sonetti e viene evocato spesso e volentieri in vari modi: «Er Papa», «er zor Papa», «er zor Grigorio», «er zommo Pontefice», «er Papa Cappellaro», «un Papa raro/suda fracico, e piagne, e se dispera».
Gregorio XVI in una feroce caricatura
di Filippo Caetani (1)
 
Addirittura in un sonetto Belli lo chiama:  Er Papa Micchelaccio, cioè quello la cui occupazione principale era : Maggnà, bbeve e annà a spasso. Ecco l’arte der Micchelaccio
(vedi dopo sonetto Er Papa  Michelaccio)  

Spietata e talvolta ridicola è la sua rappresentazione. Si veda il sonetto :  Le faccenne der Papa dove il papa è rappresentato non solo come un burlone, ma anche un fannullone egoista che non si assume responsabilità e abbandona la plebe al suo destino.
Anche il ritratto fisico che ne fa Belli è agghiacciante: Gregorio XVI ha un naso da elefante, è pieno di cerotti perché è sempre ammaccato e, con tutto quel che succede a Roma, non fa altro che mangiare, ubriacarsi, giocare a “nisconnarello” ( nasondarello), a moscacieca, assumendo tratti evidentemente clowneschi....
A Roma, dove la caricatura era di casa, Filippo Caetani (1805- 1865) ci ha lasciato uno schizzo del volto di questo papa particolarmente irriverente: lo disegnava flaccido e col naso a forma di pene moscio (vedi immagine all'inizio).
Quando morì, Belli ‎dichiarerà in un suo appunto una paradossale nostalgia : A papa Grigorio je volevo bene perché me dava er gusto de potenne dì male.
In effetti Gregorio XVI non fu un grande papa, sebbene la sua fama sia stata troppo maltrattata dallo stesso poeta romanesco e dagli storici liberali.  
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Le faccenne der Papa
Fra ttanti sturbi 1, er Papa s’è anniscosto
ner Palazzo-der-Papa, e llà in giardino
spasseggia, fischia, e ppoi ruzza2 un tantino
cor un prelato suo garbàt’e ttosto. 3
Lo porta a un gioco-d’acqua accost’accosto
e tte lo fà abbaggnà ccome un purcino;
e arriva ar punto de mettéjje4 infino
drent’in zaccoccia li pollastri arrosto.
De le vorte5 lo pijja sott’ar braccio,
poi je fa la scianchetta,6 e, ppoverello,
je leva er piommo7 e jje fa ddà un bottaccio8.
Accusí er Papa se9 diverte; e cquello
s’ammaschera da tonto10 e ffa er pajjaccio
pe mmerità l’onore der cappello.
15 gennaio 1834

(Versione
Le faccende del papa. Fra le tante faccende, il papa si è nascosto nel palazzo del papa, e là in giardino passeggia, fischia, e poi scherza un pò con un suo prelato garbato e tosto. Lo porta ad un gioco d'acqua piano piano e lo fa bagnare come un pulcino; e arriva pure al punto di mettergli dentro le tasche  i polli arrosto. Altre volte lo prende sotto braccio, gli fa lo sgambetto, e poveraccio gli fa perdere l'equilibrio, e lo fa cadere . Così il Papa si diverte; e quello si machera da tonto e fa il pagliaccio per diventare cardinale.)
Note. 1 Faccende. 2 Scherza. 3 Garbato e tosto: modo schernitivo o di celia. Questo prelato garbato e tosto è monsignor Soglia, Elemosiniere SS.mo. 4 Di mettergli. 4a Alle volte: talvolta. 5 Gli fa la cianchetta: la gambetta. Far la gambetta è «interporre una propria gamba fra le altrui nel momento del moto, onde farlo inciampare». 6 Gli leva l’appiombo. 7 Gli fa dare (fare) una caduta. 8 Si. 9 Affetta il semplice. 
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Er Papa Michelaccio 1 
Sai che ddisce2 sta perzica-durasce? 3
“Ho fatto tanto pe arrivà ar Papato,
Che mmó a la fine che cce sò arrivato
Io me lo vojjo gode4 in zanta pasce.

Vojjo bbeve5 e mmaggnà ssino c’ho ffato:
Vojjo dormí cquanto me pare e ppiasce;
E ar Governo sce penzi chi è ccapasce,
Perch’io nun ce n’ho spicci6 e ssò Ppilato„7.

     Lui nun l’ha un cazzo8 er maledetto vizzio
De crede9 che cquer bon Spiritossanto
J’abbi dato le chiave pe un zupprizzio.

     E le cose accusí vvanno d’incanto. 10
Mó la pacchia11 è la sua: poi chi ha ggiudizzio
Quanno ch’è ppapa lui facci antrettanto.12
14 marzo 1834
[VersioneIl papa Michelaccio
Sai che dice questa uomo robusto?"Ho fatto tanto per arrivare al Papato, che adesso che ci sono arrivato me lo voglio godere in santa pace. Voglio bere, mangiare fin che son vivo: voglio dormire quanto mi pare e piace; e al governo ci pensi chi è capace, perche io non ho spicci e me ne lavo le mani." Lui non ha affatto il vizio di credere che quel buono Spirito Santo gli abbia dato le chiavi per un supplizio. E così le cose vanno d'incanto. Adesso la pacchia è la sua: poi chi ha giudizio quando diventa papa lui faccia altrettanto.]
Note. 1 Maggnà, bbeve e annà a spasso: Ecco l’arte der Micchelaccio. Questi sono due versi rimati che rinchiudono una sentenza romanesca. 2 Dice. 3 Pèsca-duràcina: dicesi di coloro che hanno robusta complessione. Tale è infatti quella del nostro sommo Pontefice Gregorio XVI, che Iddio guardi nella sua santa custodia. 4 Voglio godere. 5 Bere. 6 Non averne spicci (spicciolati) è metafora presa dalla moneta, quasi volesse dirsi: «io non ne ho per questo mercato». 7 Sono Pilato, cioè: «me ne lavo le mani». 8 Non l’ha affatto. 9 Di credere. 10 Vanno a maraviglia bene. 11 Pacchia è «tutto ciò che di comodo ed utile ci derivi dalla fortuna». Potrebbe servir di sinonimo a cuccagna. 12 Faccia altrettanto. 



30/05/22

Giuseppe Gioachino Belli e l'attore Tommaso Sgricci.

Un personaggio famosissimo, quasi contemporaneo di G.G.Belli, è Tomasso Sgricci (1798-1836).
Costui era un attore molto famoso a Roma e in Europa per la sua abilità particolare di improvvisare sul palcoscenico.  
Durante le rappresentazioni teatrali, il pubblico lanciava una parola o una frase e Sgricci, con una abilità portentosa, era in grado di creare dal nulla non solo sonetti, ma interi poemi e commedie
Il suo talento era proprio tutto nel creare versi dal nulla, e questa sua caratteristica lo portava in tournée, nei palcoscenici di tutta Europa.
Sgricci, omosessuale
Sgricci fu però anche un personaggio molto controverso proprio per la sua dichiarata omosessualità, non faceva infatti mistero della sua passione per gli uomini....Possiamo immaginare che scandalo provocasse una tale situazione in quei tempi....
E proprio a causa di questo orientamento sessuale, apertamente dichiarato, Belli lo nomina nel sonetto Er Cardinale solomíto, in quanto rappresentava in quei tempi il clichè dell'omosessuale
I vizi dei preti corrotti
E proprio grazie ai Sonetti belliani conosciamo i vizi dei preti corrotti del suo tempo: avidità, ipocrisia, edonismo, lussuria, gola, sodomia... e chi più ne ha, più ne metta….
Un duro  giudizio quello trasmesso, tramite la sua arte  dal Poeta che, riferendosi proprio agli ecclesiastici, li definisce  con poche, colorite parole .. pretacci maliggni e traditorie li classifica secondo  le loro debolezze accidiosi, rrabbiosi, jotti (=ghiotti), avari, superbi, e fottitori..
(vedi il sonetto "L’essempio").
Sempre a proposito dei preti, Belli non va tanto per il sottile contro uno dei vizi da sempre condannato dalla chiesa : la sodomia, l'omosessualità con cui ancora oggi le gerarchie ecclesiastiche devono fare i conti.

Condanna della sodomia e dell'ipocrisia. 
I vizi degli ecclesiastici sono un tema dominante nei sonetti di Belli
Interessante un famoso sonetto, dove vengono trattati questi argomenti: Li dilitti d’oggiggiorno (leggi dopo).
Qui le parole di condanna scritte da Belli sembrano colpire piuttosto l’ipocrisia delle alte sfere ecclesiastiche nel nascondere e negare i reati, compresi quelli legati alla sfera sessuale, quando a commetterli è uno di loro. 
La denuncia è contro l'atteggiamento ipocrita, falso, doppio, tenuto  in questo caso, addirittura da papa Gregorio XVI in persona. Si riferisce al caso di un certo Don Marco, autore di atroci delitti: rapporti sessuali con donne sposate, stupro di bambini, furti e frodi di ogni genere. 

Il prete però ogni volta che viene chiamato a rispondere delle proprie azioni, viene però assolto dal Papa, il quale finge di non credere alla veridicità delle accuse.
Esecuzione capitale 
di cinque sodomiti
a Gand (Belgio) nel 1578.
Ma inaspettatamente giunge, paradossale, come dire, il lieto fine: una spia suggerisce al Papa che Don Marco possa essere un liberale iscritto alla Massoneria, e così il Papa lo condanna, in segreto, senza processo.
Contro i cardinali
Molto 
più dura è la condanna di Belli contro il reato di sodomia, contenuta in un altro  sonetto:  Er Cardinale solomíto (leggi dopo).
Qui l'atteggiamento  moraleggiante di Belli si mostra tutto, quando mette in scena un Dio intransigente e duro contro chi commette questi gravi atti, e che non sente ragioni, non fa sconti di sorta anche se il peccatore è un Cardinale.
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I Sonetti

Li dilitti d’oggiggiorno.
Don Marco fu cconvinto d’adurterio,
e er Papa l’assorvé ccome innoscente.
Diede in culo a li fijji de Saverio,
e er Papa disse: «Nun è vvero ggnente»

Ha ffatto stocchi, furti, e un diavolèrio
de fede farze contro tante ggente,
e er Papa se n’e usscito serio serio:
 «Nun ci vojjamo crede un accidente».
Arfine jjeri pe vvoler divino
una spia je soffiò ste du’ parole:
«Santo Padre, don Marco è ggiacubbino».

E er zanto Padre, in ner momento istesso,
sentennose toccà ddove je dole,
lo condannò da lui senza proscesso.
(4 giugno 1834)
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1.Trufferie di danano. 2.Se n’è uscito: se n’è disimpegnato col dire, ecc.
3.Sentendosi. 4. Da sé medesimo
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Er Cardinale solomíto
Rogo per sodomia
del cavaliere 
di Hohenberg e del 
suo servo sotto le mura di Zurigo
 (
1482)
Bbadi, Eminenza. Iddio sto perzichino
nu lo vò un corno: Iddio è un cane grosso [2]che un giorno o ll’antro[3] 
pò arrivavve all’osso
e ddavve er gusto de strillà Ccaino. [4]
             
Lui ve sopporterà ssor prete rosso
un anno, dua, tre, cquattro, ccinque, inzino 

che jje zzompi la mosca sur nasino
eppoi ve striggnerà lli panni addosso.
              
 Dio fa ccampana e ccapoccella,[5] e vvedee 
ssente tutto, e cce n’ha ppochi spicci e ggnente da spiccià,[6] ssi[7] llei sce crede.
              
Com’è ito a ffiní ppe sti crapicci
quer tar[8] prelato?. Morze e sse n’aggnede [9]
a aspettà ar callo[10] er zor Tomasso Sgricci.

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1. Sodomita.2.È un personaggio potente.3.Altro.4.Così dicesi dell’abbaiare, anzi dell’ululare e doloroso deicani.5.Sta in ascolto e fa capolino.6 Non bada: è risoluto nell’operare.
7.Se.8.Quel tal.9.Morì e se ne andò.10.Adaspettare al caldo.