26/09/19

G.G.Belli e i minenti e le minenti.


A Roma, nei primi anni dell' Ottocento, erano chiamati "minenti" quei popolani agiati, ovvero artigiani, carrettieri, operai, divenuti discretamente benestanti grazie ai proventi dei loro mestieri. 
Tutti, volutamente, ostentavano il raggiunto benessere economico, in special modo dalle loro mogli, attraverso un modo di vestire vistoso e sfarzoso.
Probabilmente il termine derivava da Eminenti (dal latino eminens-eminentis = apparente, che sporge fuori) e voleva indicare il popolano, ma più frequentemente la popolana che vestiva con sfarzo ostentando anche numerosi monili d'oro. 

Le minenti infatti si ornavano di numerosi e vistosi monili che nel 1889 il settimanale di Roma “Chracas” così descriveva :
 “Le minenti splendevano per collane d’oro, gemme e pietre preziose, il collo e il seno ricoperti di catene d’oro; alle orecchie lunghe scioccaje di grossissime perle, vere perle orientali. L’oro, i brillanti e le perle false, lusso della moderna miseria, erano aborrite dall’opulenza plebea. I gioielli condensavano in breve spazio somme invidiabili di denaro. Di anelli tanto i maschi che le femmine ne avevano quattro o cinque per dito; gli uomini, oltre solide, pesantissime catene d’oro per l’orologio, portavano fibbioni massicci d’argento alle scarpe e orecchini d’oro che paiono cerchi di botte”.
Ottobrata romana
Questa espressione si usa per definire il clima mite che caratterizza il mese di Ottobre a Roma. Infatti la Capitale ad ottobre è unica e bellissima: praticamente vive una seconda estate con i colori e gli odori dell'autunno.
Le "ottobrate" erano le tradizionali feste che chiudevano il periodo della vendemmia nel mese di ottobre. Per celebrare il raccolto e la fine del duro lavoro, nelle giornate di giovedì e di domenica ogni famiglia organizzava una gita fuori porta (detta "ottobrata" per l'appunto) e da ogni rione partivano delle carrette adornate di campanacci, su cui sedevano le ragazze. Il resto della comitiva seguiva a piedi il carro fino alla destinazione
.

Non a caso i sonetti sono scritti da Belli proprio in ottobre, mese famoso a Roma per il tempo tiepido, la luce particolare e la vendemmia che invitava i popolani a gite fuoriporta.  

Belli e i pranzi dei minenti e delle minenti. 
Due sonetti scritti da Belli aprono un divertente siparietto sui pranzi che i minenti e le minenti spesso e volentieri consumavano nelle osterie fuoriporta; spesso semplicemente si andava a Testaccio. 
Versi come quelli del Belli  costituiscono anche una fonte per la storia dell'alimentazione e cucina romana, in quanto contengono riferimenti precisi ai cibi dell'epoca che la tradizione romana ci ha tramandato.
I due pranzi.
Belli descrive quindi due pranzi paralleli: quello degli uomini e quello delle donne. Beh!! In questa specie di sfida le donne risultano vincenti!! 
Mentre i minenti appaiono scontenti della modesta (per loro) quantità e qualità di cibo loro servito, in quanto probabilmente abituati ad altre pantagrueliche scorpacciate, si lamentano anche del conto presentato dall'oste. 
Le minenti invece appaiono soddisfatte dell'abbondanza e qualità  del cibo loro servito nell'osteria che doveva essere fuori porta, nonchè del relativo conto.
Alle donne quindi va tutto il merito per aver saputo scegliere una buona osteria, dove il binomia qualità/prezzo appare vincente. 



Le pietanze romane
Divertiamoci e leggere le pietanze che in quell'epoca venivano cucinate a Roma, alcune delle quali ancora  sono presenti anche oggi sulle tavole romane.
Antipasti: peperoni sottoaceto, salame, mortadella e caciofiore, carciofi fritti e granelli,  fritto alla romanafichi e prosciutto. 
I primi: lasagna con le regaie di pollo, riso e piselli, gnocchi, pizza ricresciuta.
I secondi: cosciotto e arrosto di abbacchio, bollito,  lesso di carne vaccina e gallinaccio, manzo in umido, trippa, stufato, salsicce e fegatelli allo spiedo,  agrodolce di cinghiale e uccelli, 
Infine: crostata, ciambelle caffè
Bevande: vino comune e vino d'Orvieto, rosolio.


189. Er pranzo de li Minenti 1 
C’avessimo? 2 un baril de vin asciutto, 3 
du’ sfojje 4 co rragajji 4a e ccascio tosto, 
allesso de mascello, 6 un quarto 7 arrosto, 
e ’na mezza grostata: 8 ecchete tutto! 
Ce fussi stato un frittarello, un frutto, 
o un piattino ppiú semprice e ccomposto!... 
Cert’antra ggente che ce stiede accosto 
c’ebbe armanco deppiú fichi e presciutto! 
Si ppoi vôi ride, mica pan de forno ce diede, sai? 
ma ppagnottoni a ppeso, neri arifatti 9 
de scent’anni e un giorno. Oh, tu azzecchece 10
 un po’ cquanto fu speso!... Du’ testonacci 11 a ttesta, 
o in quer contorno! 12 E cce vonno riannà? 
13 Bravo, t’ho ’nteso! 14 E io che mm’ero creso 15 
d’impiegà un prosperuccio-lammertini, 16 
ciò impeggnato a mmi mojje l’orecchini. 

Terni, 8 ottobre 1831 - De Pepp’er tosto 
[Versione. Il pranzo dei Minenti. Avemmo? un barile di vino brusco, due lasagne con regaje e cosciotto arrosto, lesso del macello, un quarto di abbacchio arrosto, e una mezza crostata: eccoti tutto! Ci fosse stato un frittarello, un frutto, o un piattino semplice e composto! Altra gente che ci stava vicino ebbe almeno di più fichi e prosciutto! Se poi vuoi ridere, mica pane del forno ci diede, sai? ma grosse pagnotte a peso, neri stantii da cento anni e un giorno. Oh, tu indovina quanto si spese ! Due testoni a testa circa. E ci vuoi riandare? Bravo ti ho capito! E io che mi ero creduto d'impiegare una liretta... ho impegnato a mia moglie gli orecchini.]
------------
 1 Minenti (da eminenti): così chiamansi coloro che vestono l’abito proprio del volgo romanesco. 2 Avemmo. 3 Vin brusco. 4 Lasagne. 4a Visceri di pollo. 5 Cacio pecorino. 6 Carne di macello dicesi la «carne grossa». 7 Quarto, assolutamente, è un «quarto di bacchio o abbacchio, cioè agnellino da latte». 8 Specie di sfogliata. 9 Stantii. 10 Indovinaci. 11 Testone è una moneta d’argento da tre paoli. 12 Incirca. 13 Riandare, ritornare. 14 Così dicesi da chi non vuol far nulla di quanto udì. 15 Creduto. 16 Vedi la nota… del Sonetto…

Er pranzo de le Minente 1 
Mo ssenti er pranzo mio. Ris’e ppiselli, 
allesso de vaccina e ggallinaccio, 
garofolato, 2 trippa, stufataccio, 3 
e un spido 4 de sarsicce 5 e ffeghetelli. 6 
Poi fritto de carciofoli e ggranelli, 
certi ggnocchi da fàcce er peccataccio, 7 
’na pizza aricresciuta de lo spaccio, 8 
e un’agreddorce de ciggnale 9 e ucelli. 
Ce funno peperoni sott’asceto 
salame, mortatella e casciofiore, 
vino de tuttopasto e vvin d’Orvieto. 
Eppoi risorio 10 der perfett’amore, 
caffè e ciammelle: e tt’ho llassato arreto 
certe radisce da slargatte er core. 
Bbè, cche importò er trattore? 
Cor vitturino che mmaggnò con noi, 
manco un quartin 11 per omo: 12 
e cche cce vòi? 
Terni, 8 ottobre 1831 - D’er medemo 


[Versione. Il pranzo delle minenti. Mo senti il mio pranzo. Riso e piselli, lesso di carne vaccina e gallinaccio, umido di manzo, trippa, stufato, e uno spiedo di salsicce e fegatelli. Poi carciofi fritti e granelli [= testicoli cotti], certi gnocchi da peccato di gola, una pizza ricresciuta comperata allo spaccio, e un agrodolce di cinghiale e uccelli. Ci furono peperoni sottoaceto, salame, mortadella e caciofiore, vino comune e vino d'Orvieto. E poi rosolio dell'amore perfetto, caffè e ciambelle: e ti ho lasciato dietro certi ravanelli da allargarti il cuore. Beh, quale fu l'importo del trattore? Con il vetturino che mangiò con noi, neanche un quartino cadauno: e che vuoi di più?]
1 Vedi la nota 1 del Sonetto precedente. 2 Garofanato: specie di umido di manzo. 3 Altro umido tagliato in pezzi. 4 Spiedo. 5 Salsicce. 6 Quando è così nominato, intendesi sempre per «fegato di maiale». 7 Peccato di gola. 8 Comperata. 9 Cinghiale. 10 Rosolio. 11 Il quartino era una moneta d’oro del valore di un quarto di zecchino; oggi è rarissima e quasi irreperibile, ma n’è restato il nome di convenzione fra il volgo per dinotare paoli cinque. 12 Per «cadauno»: e in questo senso, il per omo vale anche per «donna». 

14/09/19

G.G. Belli e le mance


Nel mondo della Roma di G.G.Belli, dove la precarietà del popolino indigente e la tracotanza dei potenti dominavano la scena, era tacito e risaputo che ogni occasione era buona per sollecitare mance, offerte e strenne.

Storia della mancia
Oggi la mancia è una modesta somma di denaro che è consuetudine lasciare, oltre al dovuto, come ricompensa per un servizio ricevutosi usa soprattutto nel settore alberghiero e della ristorazione. 
Ma la mancia ha una lunga storia, che la fa risalire addirittura agli antichi romani. Sembra infatti che gli antichi Romani conoscessero già l'uso della mancia o strenna, da "strena", dono augurale che si faceva in occasione di particolari festività, ma soprattutto per i Saturnali e le Calende di gennaio, da cui deriverà la nostra strenna natalizia. Era un regalo di buon augurio che i clienti solevano portare ai loro patroni, usanza che si diffuse poi ad ogni classe sociale, diventando un costume usuale e radicato.
Successivamente le mance vennero poi trasferite anche nell'epoca pontificia, con un progressivo sviluppo ed una rapida proliferazione non solo delle occasioni, rese obbligatorie dalla consuetudine, ma anche delle figure meritorie destinatarie delle mance. 
Spesso infatti alcuni lavori umili prevedevano solo vitto e alloggio, quindi la mancia era quanto mai essenziale.
Così si spiega il fatto che questa usanza era talmente radicata che esistevano ordini, tabelle, disposizioni legislative con precise indicazioni in merito, dove si stabiliva la natura, la quantità, l' occasione in cui dovevano essere elargite le mance
Nel secolo XIX Gaetano Moroni, autore del monumentale Dizionario Di Erudizione Storico-Ecclesiastica , spiega  il significato di mancia è: «strenna o dono che spontaneamente si fa agli inferiori per qualche cosa ben eseguita».

Occasioni per le mance
Così alle iniziali festività del Natale e dell'Assunzione, si aggiunse l'occasione del Carnevale, la festa di San MartinoSan Giovanni, San Pietro e quante altre, fino a trovare pretesto utile anche in fatti occasionali, come i periodi di "sede vacante". 

Per la morte di Paolo III nel 1549, ad esempio alcune magistrature del Comune di Roma, i tre Conservatori e il Senatore, ricevevano ogni 1O giorni 100 scudi d'oro, i Marescalchi 50, i Caporioni anch'essi 50. 
Talvolta le mance assumevano il valore di rimborso spese, come per la cavalcata del corteo al Laterano per la presa di possesso del papa: in quel caso venivano rimborsati non solo i Conservatori e i Caporioni, ma anche i paggi e i fornitori. Oppure c'era occasioni solenni in cui il papa stesso elargiva al popolo pezzente mance.

Derivazione del termine mancia
Varie sono le ipotesi sulla provenienza di questo termine. 
Per alcuni l’origine sembrerebbe derivare dal francese manche, cioè manica, e l’usanza si diffuse in tempi in cui la servitù non riceveva stipendio, ma solo vitto, alloggio e un vestito nuovo da far durare nel tempo. Le maniche dell’abito, inevitabilmente, erano le prime a consumarsi, perciò il padrone elargiva al servo una “mancia” per permettergli di comprare le maniche di ricambio.  Altri fanno derivare il termine sempre dall’antico francese “manche”, ossia manica, poiché le dame nel Medioevo usavano staccarsi le maniche appunto, durante lo svolgimento dei vari tornei, per offrirle come dono ai loro cavalieri. 

Il termine potrebbe invece derivare dal latino “mano” e successivamente assumere anche il significato di “regalo”. 
Nel periodo medioevale  la mancia, intesa come “regalo” per i servizi ricevuti, venne chiamata “Buonamano”, termine usato per molti secoli ma oggi in disuso.
Inoltre la mancia viene utilizzata anche nel senso più ampio di gratifica quando il datore di lavoro, in occasioni solenni o in riconoscimenti di particolari meriti, elargisce una somma di denaro ai propri dipendenti.

G.G. Belli e le mance
Nei Sonetti di G.G.Belli il tema delle mance torna più volte. Segno che in quell'epoca lontana la mancia era molto diffusaE quindi guai a chiunque la volesse cancellare!!
E proprio questo è il tema del sonetto intitolato "Le mance", dove il Poeta ne ipotizza l'abolizione da parte addirittura del papa nei confronti di chi stava a servire in tre importantissimi uffici della giustizia dello stato pontificio: 
  • la Sacra Rota, che era essenzialmente un tribunale di appello;  
  • la Segnatura  cioè il Tribunale della Segnatura di Giustizia, competente a giudicare ogni tipo di contenzioso civile e di procedimenti penali, sia avverso laici che ecclesiastici.  
  • l'Auditor Camerae, il più importante tribunale civile di primo grado di Roma.    
Le mance
Nò ccento vorte, e mmille vorte nò:
er Papa cuesta cqui nu la pò ffà.
C’è bbona lègge pe ffàllo abbozzà: 1 
e mmagara viè Iddio, manco lo pò.

Levà er Papa le mance che cce sò
da sí cc’antichità è antichità?!
Si ppuro2 la vedessi cuesta cqua,
tanto c’incoccería,3 guardeme un po’! 4 

Lègge più ssagrosanta e indove c’è
de cuelle mance pe cchi sta a sserví
in Rota, i n Zegnatura e in nel’A. C.? 5 

Levà le mance in tassa?6 eh nu lo dí,
nu lo dí, ddecan Giachemo; perché,
si ddura Roma, ha dda durà ccusí.

Roma, 3 dicembre 1832 - Der medemo
[Versione. No cento volte, e mille volte no:il Papa questa non la può fare. C'è una buona legge per farlo tacere:e magari viene Dio, neanche lo può fare.
Levare il papa le mance che ci sono da quando antichità è antichità? Se anche la vedessi questa qua, tanto mi ostinerei, guarda un po tu! 
Legge più sacrosanta e dove c'è di quelle mance per chi sta a servire in Sacra Rota, in Tribunale della Segnatura e nell'Auditor Camerae? Levare le mance in tassa? Eh non lo dire, non lo dire, decano Giachemo; perchè, se dura Roma, ha da durare così.
Note. 1 Farlo stare a segno, farlo tacere, ecc. 2 Seppure. 3 Mi ostinerei. 4 Vedi un po’ tu! 5 Le tre principali Curie di Roma. 6 Queste mance ai servitori di giudici sono legalmente stabilite ne’ codici di procedura. 


Il sonetto L'incerti de Palazzo
In  questo sonetto  Belli, con il solito spirito pungente che è solito esercitare verso i potenti e i loro sottoposti, ci presenta un'iperbole, un'esagerazione in fatto di richiesta di mancia. 
Per Palazzo s'intende il palazzo del papa, ma anche la corte pontifica. 
Gli incerti sono i guadagni che si potevano lucrare con l'affitto degli apparati cerimoniali. 
E tutti erano vittime di queste mmaggnerie: a partire dai semplici cristiani con la coltre e il catafalco dei funerali, ma anche i sovrani e le persone altolocate. 
In una nota particolarmente sarcastica, si elencano accuratamente   le "cinque famiglie" in cui si divideva l'apparato che ruotava intorno al papa. 
La tassa la rivendica uno "scopator segreto", cioè un inservienti del Papa a suo diretto servizio, che  infatti presenta un conto esagerato in seguito ad una visita al papa per aver provocato la "logoratura" di  un tappeto. 
La richiesta appare eccessiva e  Belli nel  sonetto la mette in satira e alla gogna.

 L'incerti de Palazzo
 Ggià cche ssete1 ar proposito, sor Marco,
 de tutte le storzione2 e mmaggnerie
 che cqui sse3 fanno in delle sagrestie
 a ttitolo de cortra e ccatafarco;
 sentitene mó un’antra4 de le mie.

Jeri un Conte, ch’è pprimo Maniscarco 5
in de la Corte d’un gran Re Mmonarco,
annò6 ddar Papa co ddu’ bbrutte zzie.

Come v’ho ddetto, sto sor Conte aggnede,7 
e llui co le su’ zzie sazziorno l’occhi
addoss’ar Papa e jje bbasciorno er piede.

Tornato a ccasa, un scopator zegreto 8
je portò un conto de sei bbelli ggnocchi9
a ttitolo de logro10 de tappeto.11
13 marzo 1834
[Versione. Già che siete a proposito, sor Marco, di tutte le estorsioni e mangerie che qui si fanno nelle sagrestie a titolo di coltre e catafalco ( si riferisce ai funerali che ovviamente si pagavano); sentine adesso un'altra delle mie. Ieri un Conte, che è primo Maniascalco nella corte di un grande Re Monarco, andò dal papa con due brutte zie; come vi ho detto, questo signor Conte andò, e lui con le sue zie saziarono gli occhi guardando il Papa e gli baciarono il piede. Tornato a casa, uno scopatore segreto gli portò un conto di sei belli scudi a titolo di consumo del tappeto.]

NOTE. 1 Siete. 2 Estorsioni. 3 Si. 4 Altra. 5 Maniscalco, invece di «scalco». 6 Andò. 7 Andò. 8 Gli scopatori-segreti sono i servi del papa. 9 Scudi. 10 Consumo. 11 Questa tariffa esiste realmente fra le propine delle cosídette Cinque famiglie. L’attuale pontefice Gregorio XVI dicesi che ne mediti l’abolizione e cosí dar gratis il Piede SS.mo alla divozione de’ baciatori. Le cinque famiglie dianzi nominate sono distinte in: 1a. Anticamera e sala pontificia. 2a. Sala di M.r Maggior duomo. 3a. Sala di M.r Uditore SS.mo. 4a. Sala di M.r Maestro di Camera. 5a. Sala del Segretario de’ Brevi. Nell’inverno 1833-1834, le mance delle cinque famiglie superarono gli scudi 15.000. Interessante articolo di romana statistica! 

07/09/19

7 settembre 1791 - Compleanno di G.G.Belli



Come ogni anno, il 7 settembre si ricorda la data di nascita del Poeta romanesco Belli
Per il 2017,  lo scenario in cui è stata organizzata l'annuale manifestazione era veramente significativo: palazzo Poli non solo per la sua bellezza ma un luogo, per chi ama  Roma e Belli, intriso di significati.
Palazzo Poli
Il palazzo, su cui poggia la costruzione della Fontana di Trevi, è il risultato di diverse fasi costruttive. Il nucleo più antico, con fronte su piazza di Ceri, terminato nei primi anni del XVII secolo, fu commissionato dal duca di Ceri, che nel 1566 aveva acquistato il palazzo Del Monte ubicato in quell’area. 
L’incarico di costruire il nuovo edificio, inglobando anche proprietà vicine, fu dato all’architetto Martino Longhi, il vecchio e, alla sua morte, a Ottaviano Mascherino.
Dopo ulteriori ingrandimenti effettuati dalla famiglia Borromeo, eredi della proprietà Ceri, il palazzo fu acquistato nel 1678 da Lucrezia Colonna, poi sposa di Giuseppe Lotario Conti, duca di Poli, da cui il nome del palazzo. 
Piazza Poli 
nel secolo XIX
A lui, fratello del papa Innocenzo XIII, infatti, si devono altri importanti ampliamenti e l’acquisto degli edifici adiacenti al suo palazzo con fronte sulla piazza di Trevi: il palazzetto già Schiavo dei Carpegna e la casa dell’Arte della Lana, già Vitelleschi. 
Stefano Conti, figlio di Giuseppe Lotario, compì i lavori di ristrutturazione delle nuove parti inglobate, estendendo il palazzo ai definitivi confini, fino alla piazza di Trevi, fra il 1728 e il 1730, poco prima dell’inizio dei lavori per la nuova fontana del Salvi, nel 1732.
Nel 1808, alla morte di Michelangelo Conti, senza figli, il palazzo passò alla nipote Geltrude, sposa di Francesco Sforza Cesarini, il quale già nel 1812 lo vendette a Luigi Boncompagni Ludovisi

Dopo poco più di 70 anni, la proprietà fu venduta ai costruttori Belloni, Basevi e Vitali, che stravolsero la parte più antica dell’antico palazzo Ceri, già parzialmente distrutta per i lavori di via del Tritone.
Nel 1888 il Comune di Roma espropriò la porzione ancora integra del palazzo Poli per salvaguardare la fontana e l’edificio fu destinato ad ospitare uffici, inizialmente della Sezione del Tribunale Civile, poi dalla Provincia fu affittato per gli uffici degli Ispettori Catastali. 
Nel 1939 l’edificio fu ceduto a privati come pagamento per la costruzione, per conto del Governatorato, di nuovi uffici sulla via del Mare.

Nel palazzo Poli vissero importanti personaggi fra cui G.G.Belli 
Le mura di questo palazzo ospitarono nel corso dell’800 diversi inquilini illustri, fra i quali si ricordano artisti e letterati: il pittore palermitano Francesco Manno, nonchè il pittore tedesco Peter Cornelius e l'inglese Joseph Severn, infine il poeta Gioacchino Belli. 
Anche la principessa russa Zenaide Wolkonski vi abitò dal 1834 e il suo esclusivo salotto era frequentato da Belli e Gogol. 
Palazzo della Calcografia
L’edificio fu sede di logge massoniche, del consolato inglese e, dal 1857 al 1885, del Collegio Poli, nota scuola francese (frequentata anche da Trilussa) che si trovava al primo piano dell’ala demolita e che dovette quindi trasferirsi nell’attuale sede fra via San Sebastianello e via Alibert, con la nuova denominazione di Istituto San Giuseppe.
Omaggio a Belli per il suo compleanno.
Esattamente da 20 anni, il Centro Studi Giuseppe Gioachino Belli il 7 settembre organizza un "Omaggio a Belli", per ricordare la data di nascita del poeta (7 settembre 1791). nel 2017 l'evento si è svolto nella sala Dante di palazzo Poli (così chiamata perché appunto Liszt vi eseguì la prima mondiale della sua Sinfonia Dante).
In questo Palazzo, Belli abitò insieme alla moglie Mariuccia dal 1816 al 1837 e dove scrisse molti dei suoi 2.279 sonetti in romanesco (e dove molto probabilmente incontrò Gogol, che rimase folgorato dalla bellezza dei sonetti che Belli lesse in quella occasione).
L'incontro, coordinato da Maria Antonella Fusco, dirigente dell'Istituto
nazionale per la grafica, e da
Marcello Teodonio, presidente del Centro Studi Giuseppe Gioachino Belli, ha alternato momenti di lettura di alcuni bellissimi sonetti (interpretati dai lettori belliani, gli attori Stefano Messina e Annalisa Di Nola) dedicati al tema dell'amore (incontri, liti, sesso), con serenate, presentate da Luigi Stanziani, e cantate da Sara Modigliani, accompagnata alla chitarra da Franco Pietropaoli.

06/08/19

G.G. Belli e l'estate

Achille Pinelli,
Venditore di cocomeri

 a Piazza Navona
Nella Roma del Belli in estate doveva fare un gran caldo!! E lo si desume da varie testimonianze esistenti sull'argomento..
Proprio in un sonetto intitolato "Er callo", Belli apre un siparietto su come il caldo della roma dei suoi tempi era mal sopportato da una popolana..
La donna si trovava infatti a dover resistere a un caldo definito d'inferno, con i mezzi naturali che si avevano a disposizione all'epoca, (in cui non c'erano i ventilatori, e soprattutto i condizionatori.)

Rimedi vari contro l'afa romana
A nulla valevano i vari rimedi dal lei escogitati contro l'afa..
In primis, muoversi il meno possibile: la donna era comunque stanca, fiacca da non poter muovere neanche le braccia, tormentata da caldane tutta la notte che la facevano sudare dannatamente, tanto da far diventare la camicia appiccicosa.
Anche il farsi vento col ventaglio, bere acqua e lo sguazzare nelle fontane, proibitissimo dalle autorità pontificie, servivano a poco, perchè appena finiti si ritornava ad avere più caldo di prima.
Altra conseguenza dell'afa era che si mangiava poco, addirittura, in mancanza di meglio, la nostra donna si nutriva solo di pane...
Per non parlare infine delle pulci, delle mosche e delle malefiche zanzare, animali fedeli compagne del caldo romano. Insomma al caldo nella Roma dei Papi non c'era rimedio..
ER CALLO
Uff! che bbafa d’inferno! che callaccia!
Io nun ho arzato un deto e ggià ssò stracca:
oh cche llasseme-stà! ssento una fiacca,
che nnun zò bbona de move le bbraccia.
Sto nnott’e ggiorno co li fumi in faccia,
sudanno a ggocce peggio d’una vacca;
che inzino la camiscia me s’attacca
su la pelle. Uhm, si ddura nun ze caccia.
Ho ttempo a ffamme vento cor ventajjo,
a bbeve acqua e sguazzamme a le funtane:
è ttutto peggio, perché ppoi me squajjo.
P’er maggnà, ccrederai? campo de pane.
E nnun te dico ggnente der travajjo

de ste purce, ste mosche e ste zampane.
Roma, 7 febbraio 1833
Bartolomeo Pinelli,
Il cocomeraio
a Fontana di Trevi
1 Caldo. 2 Afa. 3 Alzato un dito. 4 Sono. 5 Il lassame stà (lasciami stare) è quella mala voglia che nasce da lassitudine. 6 Muovere. 7 Sudando. 8 Non si cava, cioè: «non se ne esce vittoriosi». 9 Farmi. 10 Bere. 11 Sguazzarmi. 12 Pulci. 13 Zanzare.  
[Versione. Il caldo. Uff! Che afa d’inferno! Che calura! Non ho fatto il minimo movimento, eppure sono già stanchissima: oh, che apatia! Sento una debolezza tale che non posso neanche alzare le braccia. Notte e giorno ho le caldane sul viso, sudando a gocce peggio di una vacca, tanto che perfino la camicia mi si attacca alla pelle. Uhm, se dura questa situazione non se ne esce. Tempo sprecato a farmi vento col ventaglio, bere acqua, e sguazzare nelle fontane, è peggio, perché poi mi squaglio. In quanto al mangiare, ci crederai? vivo di pane. E non ti dico nulla del fastidio di queste pulci, mosche e zanzare.]
Il cocomero
Un rimedio molto popolare nella Roma papalina, e non solo, era mangiare la classica fetta di cocomero fresca.
Accanto ad alcune delle fontane romane più importanti infatti erano allestite bancarelle di venditori di cocomeri.
La fontana serviva per tenere i cocomeri in fresco, altra cosa proibitissima dai bandi e dagli editti emanati periodicamente dalle autorità pontificie. Collocare frutta, verdura, cestini di gamberi etc nelle vasche otturavano infatti le belle fontane romane con le conseguenze che si possono immaginare.
Ma il popolino romano non si arrendeva di fronte ai divieti e imperterrito continuava ad utilizzare le fontane per i suoi comodi..
Le stampe dei cocomerai
Jean-Baptiste Thomas,
 Il cocomeraio (a piazza Colonna) 
Grazie ad alcuni grandi incisori e acquerellisti dell' 800 abbiamo testimonianza visiva di queste bancarelle di cocomeri e dell'amore dei romani per questo frutto saporito e colorato.
Nelle rappresentazioni fatte dal francese
Antoine-Jean-Baptiste Thomas (Parigi, 31 ottobre 1791 – Parigi, 1833) , e dai due romani Bartolomeo Pinelli (Roma, 20 novembre 1781 – Roma, 1º aprile 1835)  e il figlio Achille  (Roma, 1809 – Napoli, 5 settembre 1841) non mancano infatti spunti per immaginare uno spaccato di vita popolare che ruotava attorno a queste coloratissime rivendite.

25/07/19

G.G Belli e il degrado di Roma "Caput mundi"


La Roma dei tempi in cui visse G.G. Belli era ancora una città a misura d'uomo, il cui tessuto urbano si sviluppava tutto entro le mura. 

E il poeta Belli, che cambiò molte abitazioni nel corso della sua vita, abitò sempre nella bellissima Roma del centro storico. 
Nacque vicinissimo  a piazza Sant'Eustachio e a piazza del Pantheon, poi da sposato andò nel palazzo adiacente addirittura alla splendida Fontana di Trevi, poi una volta vedovo andò ad abitare in via Monti della Farina, oggi traversa di Corso Vittorio Emanuele, e infine morì in una casa, poi demolita, in vicolo dè Cesarini, oggi fra via dei Cestari e largo delle Stimmate. 
[Per approfondire il tema delle abitazioni belliane clicca qui..],

Insomma al Poeta bastava uscire di casa, fare due passi e ammirare ..la robba che ciavemo qui..., come dice a proposito dei monumenti nel Sonetto Roma capumunni.

Belli e l'amore per Roma antica.
G.G. Belli era un ammiratore della Roma antica, quella la cui grandezza si poteva ancora ammirare grazie ai tanti monumenti sparsi per la città, tutti testimonianza  di un glorioso passato. 
E chi non può esserlo!!!
Anche se il suo interesse maggiore, quando cominciò a scrivere i 2279  Sonetti, era quello di guardare ad una Roma viva, fatta di carne e non alla Roma fatta di pietra, e talvolta in parecchi Sonetti emerge un senso di orgoglio, una stupefatta ammirazione per le Mirabilia Urbis disseminate ovunque nella città. 
Casa in demolizione
in vicolo dei Cesarini,
dove G.G. Belli morì
Del glorioso passato di Roma rimangono un gran numero di rovine e monumenti, risalenti a periodi diversi, in quanto la storia di Roma è stata molto lunga, quasi più di mille anni.
Roma è stata infatti capitale di un impero universale e in seguito della Chiesa universale, crocevia di pellegrini, di papi, di vescovi e imperatori. 
«Se vvoi fa’ quello che te pare a Roma te devi fa’ prete», così un detto recitava. 

Roma caput mundi
Nell'ottobre del 1831, mentre si trovava fuori Roma, forse preso dalla nostalgia, scrive proprio uno di questi sonetti dedicati a Roma eterna
Già il titolo è indicativo: Roma caput mundi.
L'espressione latina caput mundi, riferita alla città di Roma, significa capitale del mondo noto, e si ricollega alla grande estensione raggiunta dall'impero romano tale da fare - secondo il punto di vista degli storiografi imperiali - della città capitolina il crocevia di ogni attività politica, economica e culturale .

La Roma del Sonetto. 
Nel Sonetto Roma capomunni, dopo una atteggiamento di orgoglio del romano di fronte ai grandiosi resti della millenaria e formidabile storia della sua città,  Belli fa delle affermazioni poco chiare e contraddittorie
Cita "cose meravigliose" di Roma, che però sono indicate con il termine buggere.
Cioè vale a dire che i monumenti sono fregature, i ricordati Mirabilia Urbis sono cose meravigliose, ma ingannevoli

Degrado di Roma. Forse anche Belli, in quei tempi ormai lontani, è colpito dal degrado di quella che era stata la città più bella e potente del mondo, e che invece in quei tempi accusava una sostanziale perdita d'importanza, di cui il Poeta prova molto rammarico.

E la causa di tutto ciò era da imputare agli odiati francesi. 

Di qui un aperto atteggiamento di accusa nei confronti dei francesi nella persona di François Cacault, politico e diplomatico, che fu uno dei negoziatori a Roma del Concordato del 1801 e poi ministro plenipotenziario a Roma dal 1802 al 1803.

E proprio in questo senso di decadenza, di degrado che vede nella Roma dei suoi tempi, rispetto alla Roma dal glorioso passato, che deve essere cercato il vero significato dell'uso del termine buggere.. 

Figuriamoci, se per uno scherzo del destino, G.G.Belli potesse vedere come è ridotta oggi Roma, come
F.Cacault
la definirebbe? 



Roma capomunni 
Nun fuss’antro pe ttante antichità 
bisognerebbe nassce tutti cquì, 
perché a la robba che cciavemo cquà 
c’è, sor friccica 1 mio, poco da dí. 
Te ggiri, e vvedi bbuggere de llí: 
te svorti, e vvedi bbuggere de llà: 
e a vive l’anni che ccampò un zocchí 2 
nun ze n’arriva a vvede la mità. 
Sto paese, da sí cche 3 sse creò, 
poteva fà ccor Monno a ttu pper tu,
 sin che nun venne er general Cacò. 4 
Ecchevel’er motivo, sor monzú, 
che Rroma ha perzo l’erre, 5 
e cche pperò de st’anticajje nun ne pô ffà ppiú. 

Terni, 5 ottobre 1831 - Der medemo  1. Nome di scherno. 2. Un non-so-chi. 
3. Da quando. 4 Principio della Repubblica Francoromana. 5 Perdere l’erre: perdere il di sopra, la importanza, e i simili. 

[Versione, Roma Caput Mundi. 
Non fosse altro per le tante cose antiche bisognerebbe nascere tutti qui, perchè, sor Friccica mio, c'è poco da dire alle cose che abbiamo qui. 
Ti giri, e vedi cose meravigliose di lì: ti volti, e vedi cose meravigliose  di là: e anche se si vivesse gli anni che campò non so chi sia non si arriverebbe a vederne la metà. Questo paese, da quando che è stato creato, poteva fare con il Mondo a tu per tu, finchè non venne il generale Cacault. Eccovi il motivo, signor monsignore, che Roma ha perso l'importanza, e che però di queste cose antiche non ne può fare altre.]