21/02/20

G.G. Belli e le conseguenze del carnevale


A Romail popolo, i nobili, il clero aspettavano tutti il Carnevale perchè:
 «Semel in anno licet insanire».(=una volta all'anno è lecito impazzire).

E così per alcuni giorni la Chiesa consentiva di trasgredire le rigide norme di ordine pubblico, anche se le macchine di tortura, la «corda» e il «cavalletto» erano ben esposte come monito a non esagerare.  

Balli, feste, travestimenti  e anche competizioni.  Nonostante i bandi e gli avvisi papali che cercavano di  regolamentare il carnevale, migliaia di persone di tutte le estrazioni sociali si riversavano in piazza con una grande voglia di trasgressione e ..per dare vita ad uno spettacolo improvvisato. 
Ricchi, poveri, ecclesiastici, e.. anche donne con maschere stravaganti si mischiavano nella folla, dimenticando ogni gerarchia sociale. 

Solo alle prostitute era vietato mascherarsi. E da una certa epoca anche agli ecclesiastici.. 
In questi giorni ci si prendeva gioco di tutto e tutti, anche delle autorità pontificie e non solo! 
Tutto era concesso, un intervallo dai pesanti schemi che la vita quotidiana dell'epoca imponeva. 
Insomma per otto giorni era sconvolto ogni ordine sociale e religioso.


Maggiore libertà sessuale nel Carnevale
E le conseguenze di quei giorni di totale follia ce le suggerisce Giuseppe Gioacchino Belli, che del Carnevale romano doveva essere un attento osservatore.
Fra i vari Sonetti dedicati agli eventi che caratterizzavano questa festa, nel 1837 Belli scrive un irriverente sonetto dedicato indirettamente al carnevale e alla.. libertà sessuale che i Romani vivevano in quel periodo dell'anno.

In prossimità dell'imminente parto della moglieun marito preoccupato cerca la mammana, cioè la levatrice.
La mammana però non si trova e al suo posto risponde la vicina pettegola, che con la solita schiettezza tutta romana, riferisce quanto la mammana sia indaffarata per le molte nascite a cui la stessa deve assistere, e che avvenivano tutte proprio in quel periodo.
Perchè si chiede il marito meravigliato?   
Allora la maliziosa vicina risponde con un interessante congettura:  l'incremento delle nascite avveniva nel mese di novembre, perchè nove mesi prima, all'inizio di febbraio, si era festeggiato il Carnevale e in quel clima di assoluta libertà aumentavano in tutte le classi sociali i rapporti sessuali leciti e ..non. 
Il risultato era un notevole aumento delle gravidanze e di conseguenza anche  un aumento del lavoro per le levatrici.
Da notare poi che le donne romane nel periodo in cui scrive il poeta, nonostante la gravidanza, lavoravano fino al parto, perchè la donna gravida del sonetto, quando si rompono le acque, si trovava alla fontana a prendere l'acqua o a lavare i panni.  
La Mammana in faccenne 
«Chi ccercate, bber fijjo?» «La mammana».
«Nun c’è: è ita a le Vergine a rriccojje».
«Dite, e cquanto starà? pperché a mmi’ mojje
je s’è rrotta mó ll’acqua ggiú in funtana».
«Uhm, fijjo mio, quest’è ’na sittimana
che jje se ssciojje a ttutte, je se ssciojje.
Tutte-quante in sti ggiorni hanno le dojje:
la crasse arta, la bbassa e la mezzana».
«E cche vvor dì sta folla?» «Fijjo caro,
semo ar fin de novemmre; e ccarnovale
è vvenuto ar principio de frebbaro.
Le donne in zur calà la nona luna
doppo quer zanto tempo, o bben’o mmale
cqua d’oggni dua ne partorissce una».



31 gennaio 1837
[Versione. La levatrice affaccendata. 
"Chi cercate, bel figliolo?" La levatrice". "Non c'e': e' andata a via delle Vergini per un parto". "Dite, e quanto stara'? perche' a mia moglie si sono rotte le acque giu' in fontana". "Uhm, figlio mio, questa e' una settimana che si scioglie a tutte, si scioglie. Tutte quante in questi giorni hanno le doglie: la classe alta, la bassa e la media". "E che vuol dire questa folla (di partorienti)?" "Figlio caro, siamo alla fine di novembre; e carnevale e' venuto al principio di febbraio. Le donne alla fine del nono mese dopo quel santo tempo (del carnevale), o bene o male qua (a Roma) ogni due ne partorisce una.]



14/02/20

G.G. Belli e Gogol

Il destino fece incontrare  due grandi personaggi lontanissimi fra di loro: il Poeta romanesco Belli e il grande scrittore russo Gogol
Dove? Proprio a Roma e precisamente a Palazzo Poli, diventata dal 1816 al 1837 residenza di Belli, dopo il matrimonio con la contessa Mariuccia Conti, e dove abitava, al primo piano, anche una scrittrice e poetessa russa: la principessa Zenaide Wolkonsky (Dresda 1789 – Roma 1862).  
Salotto culturale di Zenaide Wolkonsky  a palazzo Poli.
Così sia Palazzo Poli, su cui si appoggiava la famosa facciata di fontana di Trevi iniziata da Nicola Salvi nel 1732 e completata nel 1762e sia la residenza di campagna della Zenaide Wolkonsky, una villa a Frascati, divennero i “salotti russi” di Roma, dove si faceva musica, si declamavano versi, si allestivano opere e pièces russe e non solo. 
Anche il Poeta Belli talvolta frequentò le riunioni della principessa, dando lettura pubblica dei suoi versi romaneschi. I sonetti recitati erano presentati dal suo autore sotto l' insegna di «casa Miseroschi», ovvero di una poesia povera. 

Zenaide Wolkonsky

Ma in sostanza Belli fu apprezzato da quel cenacolo di intellettuali d' avanguardia, dove fu ascoltato nel 1838 anche dal grande scrittore Nikolai Gogol, che amava a Roma. 
Belli e Gogol.
Anzi Gogol si fece portavoce delle novità romane presso altri scrittori come il francese Sainte-Beuve,  del quale rimane testimonianza in queste parole di apprezzamento:  
Straordinario! Un grande poeta a Roma, un poeta originale. Scrive dei Sonetti in dialetto trasteverino... Non pubblica, e le sue opere restano manoscritte. Sui quaranta: piuttosto malinconico nel fondo, poco estroverso..."

Gioachino Belli infatti non voleva che i sonetti fossero stampati, però li leggeva in alcuni salotti di amici sicuri. Li leggeva atteggiando il viso a estrema serietà, anche quando si trattava di versi comici, e facendo una grande attenzione alla pronuncia. Sembra che fosse un dicitore irresistibile.

Ma non basta..Gogol  ne rimase colpito tanto da parlarne all'amica ed ex allieva  Balabina,  che aveva visitato Roma. E fu il primo ad apprezzare il poeta romanesco!
Nei sonetti di Belli, raccontava Gogol’ in una lettera : “..c’è tanto sale e tanta arguzia completamente inaspettata, la vita dei trasteverini di oggi è riflessa con tale verità, che Lei riderà, e la nuvola grave che spesso copre la sua testa volerà via…”.

Vedi il video dello spettacolo su Belli e Gogol: 
La mi’ Musa è de casa Miseroschi 
Gogol a Roma
Gogol (1809-1852) era arrivato a Roma nel marzo 1837 e "si era innamorato perdutamente della città" tanto da viverci, con brevi interruzioni, per dieci lunghi anni. 
Si allontanava solo in estate, perchè troppo caldo per un russo abituato al gelo della madre patria Russia ... (in agosto, i cani urlano, camminando per strada, raccontava a un corrispondente) . 
A Roma il grande scrittore soggiorna per ben nove volte, tra il 1837 e il 1847, in cerca di pace e di ispirazione.
A Roma scrive uno dei suoi capolavori, “Le anime morte” (così si esprimeva a proposito di Roma“...della Russia io posso scrivere solo a Roma, solo qui essa mi appare in tutta la sua grandezza.”). 
Sempre molto elegante, eccentrico e di buonumore,  Gogol  ce lo possiamo immaginare a spasso per la città più bella del mondo.....A Roma, lo scrittore abitò in due diverse case, entrambe vicine a piazza Barberini: la prima era in via Sant’Isidoro (oggi via degli Artisti), la seconda in quella che oggi si chiama via Sistina, ma che a metà Ottocento per tutti era ancora confidenzialmente la “strada Felice”, dal nome del Pontefice che l’aveva voluta, aperta e risistemata, cioè Felice Peretti, Sisto V. 
Nel corso degli anni  Gogol apprezzerà tutto di Roma, anche le golosità della cucina e i prodotti che piacevano ai romani. 
E via quindi con i maccheroni, i ravioli, i broccoli romani, l’abbacchio e  il parmigiano  lo zucchero e i dolci in tutte le forme. Gli piaceva anche il marsala, il caffè con la panna, il latte di capra mescolato con il rum, bevanda che egli aveva scherzosamente ribattezzato “gogol’-mogol’". 
Se la spassava, insomma... romanamente, come raccontarono divertiti i suoi amici. Spesso lo trovavano da solo a banchettare in certe osterie sotto Trinità dei Monti, mentre i camerieri che ne conoscevano i gusti imbandivano spropositate quantità di cibo.

Giuseppe Gioachino Belli scrive anche una premessa al sonetto, privo di titolo e volontariamente escluso dal Poeta da una ideale raccolta, fu recitato nella dimora della principessa davanti al poeta russo Vyasemsky ed è caratterizzato dall'aver riprodotto la rima in schi, sillaba finale dei cognomi slavi.

"Invitato io dalla S.a Principessa Zenaide Volkonski a un pranzo ov’era commensale il poeta Russo Viasemski, ringraziai, ma recatomivi al levar delle mense fui pregato di far conoscere al Principe un saggio del mio stile romanesco. Per lo che cominciai dai versi seguenti." 
Gennaio 1835
Sor’Artezza Zzenavida Vorcoschi,
perché llei me vò espone a sti du’ rischi
o cche ggnisun cristiano me capischi
o mme capischi troppo e mme conoschi?            
La mi’ Musa è de casa Miseroschi,
dunque come volete che ffinischi?
Io ggià lo vedo che ffinissce a ffischi
si la scampo dar zugo de li bboschi.              
 Artezza mia, nojantri romaneschi
 nun zapemo addoprà ttermini truschi,
com’e llei per esempio e ’r zor Viaseschi.
Bbasta, coraggio! e nnaschi quer che nnaschi.
Sia che sse sia, s’abbuschi o nnun z’abbuschi,
finarmente poi semo ommini maschi.

[Versione. Sonetto Gennaio 1835
Signora Altezza Zenaida Volkonskaja, perchè lei mi vuole esporre a questi due rischi o che nessun cristiano mi capisca o mi capisca troppo e mi conosca? La mia Musa è di casa  Miseroschi (la mia musa è misera), dunque come volete che finisca? Io già vedo che finisce a fischi se la scampo dalle bastonate. Altezza mia, noialtri romaneschi non sappiamo adoperare termini ricercati, come lei per esempio e il signor Viaseschi. Basta, coraggio! e nasca quel che nasca. Sia che sia, si guadagni o non si guadagni, finalmente poi siamo uomini maschi.]


02/02/20

G.G. Belli e i teatri di Roma

Nella vita del giovane Giuseppe G. Belli, dopo il matrimonio con la contessa Maria Pichi, celebrato segretamente il 12 settembre 1816 a Roma nella  Parrocchia di S. Maria in Via,  avviene una significativa trasformazione. Finalmente  vede allontanarsi gli spettri che avevano accompagnato la sua giovinezza: la povertà,  i lutti familiari, la precarietà, la mancanza di una casa.
Giuseppe G. ha solo 25 anni  e per parecchi anni la vita gli concederà una tregua!!
Infatti accanto ad una intensa attività letteraria, che porterà avanti nonostante il poco amato impiego di commesso presso la D.G. del Bollo e registro di Roma, comincia, adesso che ne ha le possibilità, a viaggiare, a  frequentare artisti, letterati, musicisti, librettisti  e spesso si reca a teatro, altra sua grande passione.

Teatro passione di G.G.Belli 
Nella Roma del poeta Belli, il teatro era  molto frequentato dal ceto borghese e dalla nobiltà.  E Belli era molto attratto dal teatro e dai personaggi creati dalla vivida fantasia di tanti autori. E per anni fu un assiduo frequentatore delle opere che si rappresentavano nei teatri romani. 
Nella sua biblioteca erano presenti alcune opere teatrali: ad esempio l’Aiace di Foscolo, le opere di Molière, il Giulio Cesare e l’Otello di Shakespeare e tante altre, classici italiani, greci e latini e certamente ben più ampie furono le sue letture. 
E anche nei viaggi spesso si recava a teatro, come racconta nelle tante lettere scritte, che parlano di questo suo interesse. Diceva infatti che l’attività teatrale è un elemento importantissimo per la conoscenza di un luogo. 
Nelle tante lettere e nei diari di viaggio racconta con grande entusiasmo e ricchezza di particolari le serate che trascorre a teatro. Da tutto ciò risulta che egli fu uno spettatore attento e interessato, competente e dal gusto raffinato.
G. P. Pannini: “Festa al Teatro Argentina in Roma
per le nozze del Delfino di Francia” (1747) –
Museo del Louvre, Parigi

Belli scriveva spesso alla moglie.
Destinataria privilegiata delle lettere è spesso proprio la moglie Mariuccia, che non risulta lo abbia mai accompagnato in alcun viaggio. Un menagè quello che Giuseppe Gioachino aveva instaurato con la moglie Mariuccia probabilmente improntato ad una classica divisione dei ruoli, dove alla donna era riservata una vita poco mondana fra le mura domestiche ad occuparsi dei figli e dei genitori, mentre il marito era sicuramente più libero di divertirsi.  
Sappiamo infatti che il teatro ai tempi di Belli, dopo secoli di proibizione imposti da Sisto V, che escludevano le donne dal palcoscenico,  imponeva che  le donne spettatrici  fossero accompagnate dal marito o fino alla fine del 700 da un cicisbeo.
E se a ciò aggiungiamo la riservatezza di Mariuccia, che era dieci anni più anziana del marito, madre e figlia di genitori anziani, tuttociò forse le impediva di accompagnare il consorte sia nei viaggi che quando andava a teatro...

Il teatro nei Sonetti
Per non parlare dei sonetti, dove il teatro è spesso protagonista, e che rappresentano come sempre una testimonianza  preziosa degli umori e degli eventi delle varie stagioni teatrali romane e degli artisti che le animavano, attori, compagnie, ballerine, acrobati e prestigiatori, per i quali non risparmia critiche o lodi a seconda dei casi. 
Nel 1832 Belli scrive un sonetto dedicato ai teatri romani, in cui si elencano quelli aperti in quella stagione che iniziava a Carnevale.
Il Sonetto costituisce un interessante spaccato di quello che offriva la città: quasi un elenco dei teatri che funzionavano.

Comunque anticipando la conclusione del sonetto, vediamo che come al solito è affidata al popolano che preferisce il teatro di marionette molto attivo a Roma in quei tempi.
In particolare i teatri Fiano, Ornano e il Casotto itinerante offrivano spettacoli di marionette dove si recitavano le grandi opere della tradizione cavalleresca. A questi si aggiungeva anche il teatro Naufragio poi Fenice anch'esso destinato a spettacoli di marionette.

Il teatro  Pace, che era stato eretto in legno nel 1691 nel rione Parione, era dedicato alla commedia e agli intermezzi, e venne chiuso per inagibilità nel 1853I teatri Pace e il Pallacorda erano, a detta dello stesso Belli, due teatri in cui veniva rappresentate commedie per il basso popolo. Sempre il Pallacorda aveva ospitato opere di Moliere e di Goldoni  e successivamente cambiò nome in Metastasio
Pannini - Music Festival Teatro Argentina
Il teatro Valle, di origine settecentesca, era destinato a spettacoli di prosa, ma non mancavano gli spettacoli di "opere buffe", come quando nel 1834 vi fu rappresentato L'elisir d'amore di Gaetano Donizetti.

In quella stagione del 1832 di Carnevale non funzionava il teatro Capranica, teatro annesso a un collegio di questo nome. Fuori gioco era il Pavone, teatrino domestico del duca Cesarini fFrancesco e che aveva il nome della via in cui aveva l'ingresso. Invece quasi certamente  sarebbe stato esposto il cartellone del Teatro delle Dame o D'Alibert, già glorioso nel '700 e poi decaduto a luogo di spettacolo di atleti equilibristi, cui Belli non risparmia una severa critica.
Il magnifico teatro Tordinona, creato nel '600 grazie a una fondazione delle regina Cristina di Svezia, aveva subito drammatiche vicende (incendio), e aveva cambiato nome in Apollo alla fine del 700. 
Nell'800 visse un periodo di splendore grazie alla gestione Torlonia e ospitò opere di Rossini e Donizetti e poi divenne il teatro verdiano per eccellenza.
L'Argentina  era stato costruito tra il 1731 e 32, poi ampliato negli anni '40 dell'800 quando Verdi dopo l'Ernani destinava alla rappresentazione in questo palcoscenico I Due Foscari, e  venne  di nuovo trasformato nel 1859-60, quando Belli era ancora in vita. Infine nel 1869 divenne proprietà del Comune.

Li teatri de Roma 
Otto teatri fanno (1) in sta staggione 
de Carnovale si mme s’aricorda: 
Fiani, Ornano, er Nufraggio, Pallaccorda, 
Pasce, Valle, Argentina e ttordinone. (2) 
Crepanica nun fa, manco er Pavone, (3)
ma c’è invesce er Casotto: (4) 
e ssi ss’accorda quello de le quilibbrie e bball’in corda, 
caccia puro Libberti (5) er bullettone. 
Nun ce sò Arcídi (6) grazziaddio cuest’anno, 
ché st’Arcídi sò arte der demonio, 
e cquer che fanno vede è ttutto inganno, 
Io però, si ddio vò, co Mmanfredonio 
vad’a ppiazzanavona, (7) che cce fanno la gran cesta der gran Bove d’Antonio (8).

15 gennaio 1832 - Der medemo 
[Versione I teatri di Roma.
Otto teatri agiscono in questa stagione da Carnevale se mi ricordo: Fiani, Ornano, il Naufraggio, Pallacorda, Pace, Valle, Argentina e Tordinona. Capranica non è aperto, neanche il Pavone, ma c'è invece il Casotto (dei burattini): e se si metterà d'accordo con quello che fa gli equilibrismi  e i salti sulla corda, anche il teatro Alibert tirerà fuori il programma. Quest'anno non ci sono Atleti grazie a Dio che sono arte del demonio, e quello che fanno vedere è tutto inganno. 
Io però se Dio vuole, con Manfredonio vado a piazza Navona che ci fanno le gesta di Bovo d'Antona.]
Teatro Apollo

Note. 1 Termine generico: qui per «agiscono». 2) I tre primi, Fiano ed Ornani, agiscono con marionette, ed anche il terzo che ha poi più recentemente cambiato il nome in teatro della Fenice. Il quarto ed il quinto, Pallacorda e Pace, sono i due teatri di commedia pel basso popolo. Il sesto, della Valle, è drammatico e per solito di opera buffa. Il settimo, Torre Argentina, già dava opera regia, ma in questi ultimi anni si è questa trasportata al rinomato magnifico teatro di Tordinona (Torre di Nona). 3) Capranica, teatro annesso a un collegio di questo nome. Talora si affitta ed agisce venalmente. Il Pavone era già teatrino domestico del Duca Cesarini Francesco, e prende ora il nome della via ov’ha ingresso. 4) Casotto vagante dei burattini. 5) Teatro delle Dame detto d’Alibert. 6) Alcidi. Atleti de’ quali è venuta moda dopo il francese Mathevet. 7)Cioè, al Teatro Ornani. 8) Le gesta di Bovo d’Antona. 
Belli censore teatrale e traduttore di opere teatrali.
Addirittura poi tra il 1852 e il 1853 rivestì anche la carica di censore per la morale politica: in tale veste espresse giudizi su melodrammi di Verdi e di Rossinitragedie di Shakespeare, commedie del francese Eugène Scribe
19 gennaio 1834 

01/02/20

G.G.Belli e il medico dottor Carlo Maggiorani

Un'altro buon amico del poeta Belli fu un famoso medico, suo contemporaneo: il dott. Carlo Maggiorani.  
Era nato a Campagnano di Roma nel 1800 in una modesta famiglia di agricoltori di antiche origini picene. 
La vicenda umana di Maggiorani era stata simile a quella vissuta dal Belli e da Ferretti: come loro era rimasto prestissimo orfano del padre,  morto nel 1802 a soli 42 anni. 
Da Campagnano la madre con i tre figli si trasferì a Roma da una coppia di zii, che erano domestici dal medico Dario Fedele Angelucci, in piazza della Rotonda, n.2. 
Il medico, in quanto nativo di Campagnano era amico di vecchia data dei Maggiorani ed, essendo ancora celibe, accolse la madre di Carlo, insieme con i figli, nella sua casa romana. Più tardi Angelucci avrebbe sposato Maria Gabrielli, madre di Carlo. 

Nuova vita a Roma per Carlo.
Nella vita del ragazzo Maggiorani un tale cambiamento rappresentò una svolta in quanto lo mise in contatto con una famiglia della borghesia intellettuale romana.  Carlo vide moltiplicarsi opportunità e prospettive, e avere una buona formazione.  
La famiglia Angelucci era molto conosciuta a Roma, per il ruolo centrale ricoperto specialmente dal medico e ostetrico Liborio AngeluccI (1746-1811) nelle tumultuose vicende politiche di quegli anni.
Carlo concluse gli studi umanistici presso il Collegio romano, dato che aveva dato buone prove negli studi, lo fecero iscrivere alla facoltà medica della Sapienza; conseguì la laurea il 13 luglio 1819 e la matricola che lo abilitava all'esercizio professionale il 18 luglio 1820.
C. Maggiorani 

La professione medica del dottor Maggiorani
Nel 1824 iniziò a esercitare la professione medica come assistente presso l'ospedale S. Giovanni. Si distinse presto come valente clinico, fornito di ottima preparazione teorica.
L'esito negativo del concorso per medico assistente dell'ospedale S. Spirito, al quale aveva partecipato il 16 sett. 1825, gli apparve assolutamente ingiustificato e lo indusse a pubblicare un articolo in cui rivendicava la validità della prova sostenuta e denunciava apertamente l'assoluta incompetenza specifica degli esaminatori.
Trasferito l'anno successivo presso il piccolo ospedale di S. Maria della Consolazione, solo nel 1829 poté finalmente entrare nell'organico del S. Spirito, il più grande dei nosocomi romani e sede dell'insegnamento universitario di clinica medica istituito da Pio VII nel 1815.
Aveva intanto iniziato a esercitare la professione anche privatamente, affermandosi presto per la sua capacità, particolarmente apprezzata, tra gli altri, da G.G. Belli, e Maggiorani dal 1833 ne divenne medico curante.
Nel 1844 Maggiorani poté finalmente raggiungere due ambiti traguardi: nel marzo fu ammesso nel Collegio medico-chirurgico, divenendo in tal modo un autorevole funzionario dello Stato nel settore igienico-sanitario; nel settembre fu nominato professore titolare della cattedra di medicina politico-legale, insegnamento istituito alla Sapienza nel 1824 che abbracciava allora il campo notevolmente esteso della medicina forense e della polizia sanitaria.
Pur essendosi avvicinato ad ambienti liberali e pur avendo fatto parte della Commissione medico-chirurgica della Repubblica Romana,  Maggiorani si mantenne fedele al governo pontificio, tanto che alla caduta della Repubblica, nell'agosto del 1849, fu nominato medico visitatore della Dogana e, a novembre, membro della commissione preposta alla difesa sanitaria dello Stato. 
C. Maggiorani
Subito dopo la presa di Roma, fu chiamato a far parte della Giunta provvisoria di governo nominata da R. Cadorna il 22 sett. 1870 e il successivo 7 ottobre della delegazione che consegnò al re i risultati del plebiscito romano di adesione.... 
Ebbe anche inizio in quel primo periodo della Roma italiana la partecipazione del Maggiorani alla vita politica: il 13 nov. 1870 fu eletto consigliere comunale e il 15 nov. 1871 fu nominato con regio decreto senatore del Regno
In Senato si impegnò per il riordino degli studi medici nelle Università, e partecipò con importanti proposte ai dibattiti sulla sanità pubblica e alle discussioni sui progetti di codice penale.

Belli e il dottor Carlo Maggiorani. La conoscenza fra i due avvenne tramite  il comune amico il librettista Jacopo Ferretti  [leggi qui..], che abitava in via Monte della Farina, nello stesso palazzo della futura moglie di Maggiorani Elena Costa, dalla quale avrebbe avuto dieci figli.
Addirittura Ferretti fece da testimone a questo matrimonio celebrato nella basilica di Santa Maria Maggiore. Probabilmente all'inizio la coppia andò ad abitare proprio in via Monte della Farina. 
L'amicizia con Belli sembrerebbe risalire a prima del 1828, quando era socio dell'accademia Tiberina, insieme a Ferretti e Maggiorani.
Maggiorani esercitando la professione anche privatamentedivenne medico curante di Belli dal 1833.
Poesie in onore di Carlo Maggiorani
piazza di Pietra
Intanto ai primi del 1836 Maggiorani cambiò casa e andò ad abitare al numero 39 di piazza di Pietra. In tale occasione Belli scrisse un lungo sermone in terzine dantesche, accompagnato dal sonetto in romanesco qui sotto.
Belli lesse il sermone la sera del 10 ottobre 1836 in casa del dott. Maggiorani, per festeggiare il passaggio dalla "scomoda" abitazione, situata fra la piazza della Rotonda e la Salita dei Crescenzi, ad altra più agiata in piazza di Pietra n. 39. 

Ar zor dottor Maggiorani
Sapenno ch’io so llegge,1 er mi’ padrone
m’ha mmesso in mano sto cartolaretto, 2 
m’ha arigalato un grosso, eppoi m’ha ddetto
che vve venissi a llegge sto sermone.
Ma llui ha ppreso un cazzo pe un fischietto,
perch’io, sor Carlo mio, nun zò3 un cojjone.
Io j’ho ddato un’occhiata in ner portone,
e ho ffatto4 tra de mé: cquesto è un zonetto.
Nun c’è cche ddí, cquest’è un zonetto longo,
e nnò un zermone,5 perché in cima a quello
ce vò6 er testo latino cor ditongo.
Bbasta inzomma, o ssonetto o rritornello,
io, sor dottore mio, me caccio er fongo 7
e, ssia quer che sse8 sia, ve lo spiattello.


24 marzo 1836
Note
1 Sapendo che io so leggere. 2 Allude al sermone intitolato La casa nuova, scritto in occasione che il Maggiorani mutò abitazione. 3 Non sono. 4 Ho detto. 5 Sermone non è altro pel nostro popolo fuorché il 873 panegirico pel Gesù Bambino in Natale. Tutti poi i componimenti poetici sono sonetti. 6 Ci vuole. 7 Mi cavo il cappello. 8 Si. 

[Versione. Al signor dottore Maggiorani. Sapendo che io so leggere, il mio padrone mi ha messo in mano questo quadernetto, mi ha regalato un grosso, e poi mi ha detto che vi venissi a leggere questo sermone. Ma lui ha scambiato un cazzo per un fischietto, perchè io, Sor Carlo mio, non sono uno stupido. Gli ho dato un'occhiata nel portone, e ho detto tra me : questo è un sonetto. Non c'è che dire questo è un sonetto lungo, e non un sermone, perchè in cima a quello ci vuole il testo latino con il dittongo. Basta insomma, o sonetto o ritornello, io signor dottore mio, mi cavo il cappello e , sia quello che sia, ve lo leggo.]



Tracce del legame fra Belli e Maggiorani si trovano anche nel fascicolo intestato al Belli impiegato e conservato nell'Archivio di stato di Roma.  

I certificati presentati dal Poeta-impiegato all'amministrazione del Bollo e registro attestano il suo precario  stato di salute  e la sua inabilità a proseguire nel lavoro d'ufficio ed ottenere quindi la pensione.
Sono tre i certificati redatti dal prof.re Carlo Maggiorani, medico curante e amico personale di Belli. I tre certificati sono del 1844, l'ultimo è del 28 ottobre 1844, cioè pochi giorni prima rispetto alla richiesta di pensione. 

31/01/20

G.G. Belli e la festa della Candelora


il 2 febbraio è la festa detta della Candelora,  una festività cattolica che si porta dietro anche una serie di proverbi popolari, decisamente legati con la meteorologia.
La Candelora, per la sua collocazione a "mezzo inverno", viene presa in considerazione dalle varie tradizioni popolari tramandate da generazioni, come momento che permette di prevedere cosa potrebbe riservare la seconda parte della stagione fredda
Particolarmente famoso a Roma è il detto che segue: 

Quanno viè la Candelora da l'inverno sémo fóra, ma se piove o tira vènto, ne l'inverno semo dentro

In sostanza, sulla base di questa tradizione, la Candelora sancirebbe la fine dell'inverno, a meno che il meteo non sia piovoso o ventoso

La festa religiosa
Il 2 febbraio è una data importante anche per la Chiesa cattolica, in quanto si festeggia la presentazione di Gesù al tempio
La festa è popolarmente detta della Candelora, perchè in questo giorno si benedicono le candele, simbolo di Cristo come luce del mondo.
Per un periodo questa festa era dedicata alla Purificazione della SS. Vergine Maria, in ricordo del momento, narrato al capitolo 2 del Vangelo di Luca, in cui Maria, in ottemperanza alla legge ebraica, si recò al Tempio di Gerusalemme, quaranta giorni dopo la nascita di Gesù, per offrire il suo primogenito e compiere il rito legale della sua purificazione. 
La riforma liturgica del 1960 ha restituito alla celebrazione il titolo di"Presentazione del Signore", che aveva in origine. Secondo l'usanza ebraica, infatti, una donna era considerata impura del sangue mestruale per un periodo di 40 giorni dopo il parto di un maschio e doveva andare al Tempio per 
purificarsi: il 2 febbraio cade appunto 40 giorni dopo il 25 dicembre, giorno della nascita di Gesù. Anticamente questa festa veniva celebrata il 14 febbraio (40 giorni dopo l'Epifania). 
Inoltre la festa cristiana della Candelora ha moltissimi legami con una precedente festa pagana

La Candelora nei Sonetti di Belli.
Questa festa doveva essere veramente molto sentita nella Roma del Belli, che nei suoi versi varie volte tocca questo argomento, a cominciare proprio da un sonetto intitolato così:

Er dua de frebbaro 1
Uh! cch’edè 2 ttanta folla a la parrocchia? 
Perch’entri tutta eh! nunn j’abbasta un’ora.
E in sta cchiesa piú cciuca 3 d’una nocchia 
sai cuanti n’hanno da restà de fora! 

Senti, senti la porta come scrocchia! 4
Guarda si 5 ccome er gommito lavora!
Ma pperché ttanta ggente s’infinocchia 6
drento? Ah è vvero, sí, sí, è la cannelora.

Ecco perché er facchino e ffra Mmicchele
usscirno dar drughiere 8 co una scesta 9
jeri de moccoletti e dde cannele.
Tra ttanta divozzione e ttanta festa

tu a ste ggente però llevejje er mele 10
de la cannela, eppoi conta chi rresta.
Roma, 2 febbraio 1833

Note -1 Febbraio. 2 Che è. 3 Piccola. 4 Scricchiola. 5 Se. 6 Si caccia. 7 La Candelaia: festa della Purificazione della Vergine. 8 Droghiere. 9 Cesta. 10 Levagli (leva loro) il dolce, l’utile, etc. 

(Versione. Uh. Che che è tanta folla in parrocchia? Perchè entri tutta non basta un'ora. E in questa chiesa più piccola di una nocchia sai quanti dovranno restare fuori! Senti, senti la porta come scricchiola!Guarda come il gomito lavora! ma perchè tanta gente si caccia dentro? A è vero, si si è la Cnadelora. Ecco perchè il facchino e fra Michele uscirono dal droghiere con una cesta ieri di moccoletti e di candele. tra tanta devozione e tanta festa tu a sta gente togli il miele della cannella, e poi conta chi rimane.)
Cosa vuole dire negli ultimi versi? Come al solito, Belli denuncia l'ipocrisia. La folla è dovuta al fatto che in tale occasione a ogni fedele veniva consegnata una candela gratis...ed ecco svelato il perchgè di tanta folla..)

Il Belli, che sicuramente era freddoloso e non amava l'inverno...torna in un altro sonetto sulla Candelora, qui con un preciso riferimento metereologico. Si ribadisce che il 2 febbraio era considerata una giornata importante, perchè poteva decretare la fine dell'odiato inverno e comunque cominciava ad assaporare l'approssimarsi di Marzo, quando si poteva ricominciare a stare all'aperto giocando alla passatella. 
L'inverno poi in quelle epoche in cui le case erano poco riscaldate si portava dietro: geloni, catarro e altri fastidiosi malanni...

Er tempo bbono

Dimani, s’er Ziggnore sce dà vvita,
vederemo spuntà la Cannelora. 1
Sora neve, sta bbuggera è ffinita,
c’oramai de l’inverno semo fora. 

Armanco sce potemo arzà a bbon’ora,
pe annà a bbeve cuer goccio d’acquavita.
E ppoi viè Mmarzo, e se pò stà de fora
a ffà ddu’ passatelle3 e una partita.

St’anno che mme s’è rrotto er farajolo,
m’è vvienuta ’na frega 4 de ggeloni
e pe ttre mmesi un catarruccio solo..

Ecco l’affetti5 de serví ppadroni
che ccommatteno er cescio cor fasciolo, 6
sibbè, a sentilli,7 sò ricchepulloni.8
In legno, da Morrovalle a Tolentino: - D’er medemo 28 settembre 1831
(Versione. Il tempo buono. Domani se il Signore ci da vita, vedremo spuntare la Candelora. Signora neve, sta bufera è finita, perchè oramai l'inverno è finito. Neanche ci possiamo alzare presto, per andare a bere qualche goccio di acquavite.E poi viene Marzo, e si può stare fuori a fare due passatelle una partita. Quest'anno che mi si è rotto il ferraiolo ( mantello), mi sono venuti una gran quantità di geloni e per tre mesi solouna catarro...Ecco gli effetti dei servi padroni che combattono il cecio col fagiolo, sebbene a sentirli so ricchi epuloni.

 Note. 1 La Candelaia. 2 Dicesi in Roma: Quando vien la Candelora , dall’inverno siamo fuora; lo che con altri due mesi di giunta si verifica sempre. 3 Specie di giuoco, che consiste nel ber vino: vino che sì e chi no, con certe leggi. 4 Una gran quantità. 5 Effetti. 6 Combattere il cecio col fagiuolo: essere di assai magre fortune. 7 Sentirli. 8 Ricchi Epuloni: frase tolta dal Vangelo.