14/06/19

G.G.Belli e l'aria cattiva di Roma

G.P. Pannini - Il Lago di piazza Navona 
1756
Roma giugno 1845,
faceva già caldo..    E, proprio a causa dall'arrivo dell'estate che si presagiva sarebbe stata,
come spesso accadeva, afosa, soffocante, il Poeta Belli scrive un sonetto intitolato: L'aria cattiva...

La calura estiva (1)
Varie sono le testimonianze che riferiscono dellaria afosa, opprimente, del caldo soffocante e snervante che c'era a Roma nelle poche passatee che di notte rendeva difficile dormire e di giorno rendeva faticoso svolgere qualsiasi tipo di occupazione. 
E così chi se lo poteva permettere lasciava la città per i più freschi Castelli romani. Non è un caso che i pontefici si trasferivano nel bel palazzo pontificio di Castelgandolfo sui Colli Albani, circa venti chilometri a sud di Roma. Luogo prescelto come luogo di villeggiatura da molti papi, a cominciare da Urbano VIII subito dopo la sua elezione a pontefice (1623) e a finire sotto il recente pontificato di Benedetto XVI (2005-2013).
A. Pinelli,
Cocomerari a piazza Navona
Il popolino, che non conosceva la villeggiatura, conviveva con i malesseri derivanti dal caldo afoso: spossatezza, sudorazione, sbalzi pressori... reagiva con semplici rimedi come una bella fetta di cocomero o una immersione in Piazza Navona allagata o facendo il bagno, anche se era vietato, nelle vasche delle belle fontane romane...
E Roma da questo punto di vista era comunque una privilegiata, perchè l'acqua abbondava fin dai tempi più antichi....
Il caldo e le malattie 
L'arrivo del caldo spesso era accompagnato da problemi più seri, come le terribili epidemie di colera e anche le febbri
malariche che spesso mietevano vittime. 
Malattie favorite dalle carenti condizioni igieniche della città eterna,  dalla mancanza di servizi igienici nelle abitazioni e dalla vicinanza con zone paludose. E la medicina non era ancora in grado di affrontare situazioni così difficili.....

E' nota la paura di Belli per le malattie, e non va dimenticato che la moglie Mariuccia era morta per il colera proprio durante l' estate del 1837. Di questa terribile epidemia, diffusasi a Roma dal 1836 e proveniente dal Regno di Napoli, resta il ricordo dell'impressionante numeri di morti, che vengono indicati in una "Statistica Ufficiale" a metà del 1838: 2551 uomini e 2868 donne per un totale di 5419 morti. 
Ma  il censimento di Pasqua dà nel 1837 una cittadinanza di 156.552 abitanti e nel 1838 di 148.903, per una differenza di 7649; tanti evidentemente sono stati i morti per il colera.
Il sonetto
Belli scrive vari sonetti dedicati all'estate, al caldo estivo, e parecchi proprio al colera....ma in questa occasione  in particolare ci interessa un sonetto scritto nel giugno del 1845 e intitolato: L’aria cattiva.
Qui Belli invita, con grande impeto, i forestieri ad andarsene da Roma per paura del caldo e delle malattie. Il caldo che stringe in una morsa Roma a luglio e agosto è definito come il giudizio universale che  può portare alla portava alla morte tutti...
L’aria cattiva
Scappate via, sloggiate, furistieri:
fora, pe ccarità, cch’entra l’istate.
Presto, fate fagotto, sgommerate,
ché mmommó a Rroma sò affaracci seri.
Nun vedete che ppanze abburracciate?
che ffacce da spedali e ccimiteri?

Da cqui avanti, inzinenta li curieri
ce mànneno le lettre a ccannonate.
Si arrestate un po’ ppiú, vve vedo bbrutti,
ché cqui er callo è un giudizzio univerzale:
l’aria de lujj’e agosto ammazza tutti.
Pe ppiú ffraggello poi, la ggente morta
séguita a mmaggnà e bbeve, pe stà mmale
e mmorí ll’ann’appresso un’antra vorta.


[Versione

Scappate via, allontanatevi forestieri, fuori per carità che entra l'estate.
Fuori, preparate i fagotti, sgomberate, che adesso a Roma sono affari seri. 
Non vedete che pance gonfie ? che facce da ospedali e cimiteri?
Da qui in avanti, i corrieri consegnano le lettere con il cannone.


Se restate un pò di più, vi vedo brutti, 
che qui il caldo è come il giudizio universale: l'aria di luglio e agosto ammazza tutti.
Per maggiore flaggello poi, la gente, sebbene sia quasi morta, 
continua a mangiare e a bere, per star male e morire l'anno appresso un'altra volta]
-----------------

 1) vedi Luigi Ceccarelli,  Antologia dell'insopportabile caldo romano

12/06/19

Belli e il suo monumento a Trastevere

Il monumento a Giuseppe Gioachino Belli (1791-1863) è stato realizzato dallo scultore siciliano Michele Tripisciano (1860-1913) nel 1913 in occasione delle celebrazioni per il cinquantenario della morte del Poeta romano. 
Piazza G. G. Belli
Prima della costruzione dei muraglioni del Tevere lo slargo di Trastevere, dove è stato collocato, corrispondeva alla "piazza del Muro Nuovo" (come risulta anche dalla pianta del Nolli del 1748), così denominata per la presenza di un lungo e robusto muro costruito forse a difesa delle case dalle piene del Tevere
Nel 1890 la piazza era invece denominata "piazza Italia".
Il Comitato e la sottoscrizione popolare
Finché nel 1910 tre illustri personaggi dell'epoca, Domenico Gnoli (di cui parlerò dopo), Ferdinando Martini (scrittore, politico e senatore) e Leone Caetani (storico, islamista e orientalista italiano) presentarono al sindaco di Roma, Enesto Nathan, l'idea di erigere e dedicare un monumento all'amato poeta romanesco G.G.Belli
A tale scopo si formò un comitato di ammiratori e cultori del grande poeta che richiesero la concessione dell'area a Trastevere di fronte al ponte Garibaldi, che appunto prese il nome del Poeta romano.
D. Gnoli
Nel frattempo Luigi Cesana, proprietario e direttore de Il Messaggero promosse una sottoscrizione popolare a quote di 2 soldi. L'importo preventivato di 30.000 lire sarebbe stato raggiunto anche con gli incassi di rappresentazioni straordinarie ai teatri AdrianoValle e Quirino; i membri della Giunta raccolsero fra loro 200 lire ed il sindaco ne offrì 80 di tasca propria
Il 31 gennaio 1911 fu bandito il concorso ed il 22 aprile la commissione dichiarò vincitore lo scultore siciliano Michele Tripisciano (che rinunciò al proprio compenso). 
Il modello da lui presentato alla commissione preposta alla scelta, aveva vinto solo di stretta misura sugli altri concorrenti, ma il risultato finale ottenne un grande successo e, si dice, piacque molto ai romani. 
In particolare Domenico Gnoli (Roma1838 – Roma1915è stato un poetastorico dell'arte e bibliotecario italiano. Un intellettuale eclettico e, oltre alle opere in poesia, va ricordato anche per i suoi lavori come critico d'arte, storico e critico letterario; fondò e diresse la rivista «Archivio Storico dell'Arte», una delle più autorevoli riviste sull'argomento; come specialista del Rinascimento pubblicò saggi su Raffaello, Michelangelo e Bramante. Per breve tempo ha diretto la «Nuova Antologia» e la «Rivista d'Italia». Grazie a un suo intervento, il Comune di Roma, che aveva deciso di abbattere la casa del Burcardo in via del Sudario, vi rinunciò e anzi promosse il restauro dell'edificio. 
Fu in amicizia con P. Giordani e con G.G. Belli: di quest'ultimo condivise la natura intimamente scissa fra un'anima liberale e una confessionale, insomma "fedele al governo pontificio del quale era funzionario", ma "non avverso alle idee di unità e di indipendenza".
Nel 1909 con grande dispiacere dovette lasciare la direzione della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, mitigato dal passaggio alla Biblioteca LancisianaDal 1910 alla morte diresse la Biblioteca Angelica di Roma, mantenendo la direzione della Lancisiana.
Michele Tripisciano 
(Caltanissetta13 luglio 1860 – Caltanissetta21 settembre 1913)  
M. Tripisciano
Tra la fine dell'Ottocento e il primo decennio del Novecento Michele Tripisciano ebbe commesse importanti, onorificenze e premi 
Forse l'opera più nota di quel fecondo periodo artistico è l'Orfeo, un bellissimo marmo che nel 1898 venne presentato alla prima Esposizione Italiana di Belle Arti a San Pietroburgo,riscuotendo un enorme successo. L'anno seguente la stessa opera venne scelta a rappresentare l'Italia all'esposizione di Parigi, ed ancora venne premiata nell'esposizione di Roma del 1901 e in quella internazionale di Barcellona del 1902. Ebbe medaglie e diplomi d'onore ad ogni esposizione e vinse i concorsi per l'esecuzione delle due statue di Paolo e Ortensio per il Palazzo di Giustizia a Roma, per rappresentare la Sicilia sul monumento del Vittoriano e per il monumento a Gioacchino Belli.
Nel 1912 Vittorio Emanuele II gli conferì l'onorificenza di cavaliere dei SS Maurizio e Lazzaro .
Monumento a GG. Belli
una delle due vasche
delle fontane laterali
Il monumento a G.G.Belli
Spicca tra tutti il Monumento a Gioacchino Belli, eretto nella omonima piazza di Roma.

Il monumento-fontana fu inaugurato il 4 maggio 1913: Belli è come se si riposasse durante una ipotetica passeggiata per Roma. 
E' raffigurato con cilindro e bastone, e poggia la mano destra sulla spalletta di ponte Fabricio, accanto ad una delle erme marmoree quadrifronti per le quali il ponte fu anche denominato "ponte Quattro Capi". 
Insomma è colto in un atteggiamento di una certa naturalezza, come quello di un vecchio signore che si poteva incontrare per strada nell’ottocento.
Da notare: il bastone in ferro, fissato con cemento e dipinto di nero a simulare l'ebano, in sostituzione di quelli in legno originali, rubati più volte; sempre su lato sinistro lo scultore incorporò un’antica scultura romana,   un’Erme proveniente dal ponte Fabricio.  Operazione eseguita con il permesso del Comune di Roma, a dimostrazione di quanta importanza i romani davano a questo monumento dedicato al Belli agli inizi del novecento.  

Monumento a G.G.Belli, retro
Il monumento presenta la seguente iscrizione: "AL SUO POETA G.G. BELLI IL POPOLO DI ROMA MCMXIII"; in basso, in rilievo, si trova il padre Tevere con la Lupa ed i Gemelli. Sul retro (nella foto 2), sempre in rilievo, è raffigurato un gruppo di popolani intorno alla statua di Pasquino che ridono leggendo le sue poesie satiriche. 
Alle sue estremità sono due fontane gemelle che ricevono acqua ognuna da un mascherone che raffigura la “Poesia” (sul lato verso il Tevere) e la “Satira”. 

05/06/19

G.G. Belli e il terremoto

Il Poeta Belli, come tanti altri romani, ha certamente vissuto la terribile esperienza della terra che trema (vedi anche qui).
Negli anni in cui visse, cioè dal 1791 al 1863,  il terremoto colpì varie volte zone vicine a Roma
La città risente piuttosto delle scosse che colpiscono l'area dei Colli Albani a sud-est e, soprattutto, dell' appennino centrale. 
Terremoti fra fine '700 e '800
Questi gli episodi più importanti che si sentirono anche a Roma:
28 agosto  1799 - terremoto nelle Marche (magnitudo 5.9). Tre scosse in un giorno. Epicentro principale a Pozzuolo. Distrutta Cessapalombo. Gravi danni a Camerino, San Ginesio e Sarnano. Un centinaio le vittime.

26 luglio 1805 terremoto nel Molise (magnitudo 6.5)  Epicentro a nord di Bojano. Evento distruttivo su larga area geografica. Avvertito da Spoleto a Cosenza e pure a Roma, segnalato in oltre 200 siti. Colpiti in particolare il Molise ed il Matese. Frosolone, raso al suolo, il paese più devastato. Gravissimi crolli anche a Vinchiaturo e Baranello. Semidistrutte Isernia (500 morti) e Campobasso dove crollano numerose chiese ed edifici. Danni anche a Melfi, Avellino, Salerno e Napoli, soprattutto nel centro storico. Circa 5000 vittime. Sconvolgimenti nel territorio con frane, fratture, variazioni idrogeologiche, liquefazione. Segue leggero tsunami da Gaeta a Sorrento, segnalato pure a Capri e Sorrento
26 Agosto 1806 (magnitudo5.8il più violento terremoto prodotto dal Vulcano dei Colli Albani. Ebbe i massimi effetti, provocando moltissimi morti e feriti, nei paesi di Rocca di Papa, Velletri, Genzano e danni gravi in altri 14 paesi limitrofi (Nemi, Frascati, Lanuvio, Zagarolo…). Interi quartieri, palazzi, chiese, cattedrali e conventi crollarono. Danni anche a Roma. A Nemi vi fu la comparsa temporanea di un piccolo bacino sulfureo; fu notata anche un’insolita e grandi agitazione delle acque del mare a sud di Roma, nonché un abbassamento del livello delle acque del Tevere.
1° Giugno 1829(magnitudo 4.7)nuovo terremoto sui Colli Albani  , preceduto da uno sciame iniziato il 22 Maggio. Le scosse durarono fino a Luglio. Gravi danni con case lesionate e discreti crolli ad Albano Laziale e Marino. L’abbandono delle abitazioni già con le prime scosse di Maggio scongiurò feriti e vittime; alcune delle scosse produssero rombi, odore di zolfo, emanazioni di gas acido carbonico ed altri pericolosi vapori dal sottosuolo.
13 Gennaio 1832: (magnitudo 6.1)Epicentro tra Spello e Budino. Sequenza sismica  iniziata ad ottobre. Gravi danni a Foligno dove crollano numerosi edifici e si segnalano una cinquantina di vittime. Ad Assisi crolla il tetto di S. Maria degli Angeli, Si segnalarono 40-50 vittime e danni al patrimonio storico artistico della zona.
22 Agosto 1859: sisma in Umbria, con 101 morti. Danni più gravi a Norcia, dove crollarono il Municipio, la Porta Romana ed il campanile del Duomo. Rase al suolo circa 76 abitazioni. L'area di risentimento si estese da Roma a Pesaro e Camerino. Le repliche proseguirono "quasi quotidianamente per circa un anno" e ce ne furono di forti a metà novembre 1859 e nel maggio 1860. 

I Sonetti  incentrati sul terremoto
E Belli quel venerdì 13 gennaio 1832 alle due pomeridiane a Roma avvertì le scosse del forte terremoto che danneggiò gravemente Foligno. 

Belli scrisse alcuni sonetti e come un pittore con brevi pennellate realistiche descrive gli effetti del terremoto : lo svegliarsi di notte, la paura, i pochi oggetti casalinghi che tremano e perchè no ...la sorpresa che fa scappare dal letto la sora Leonora in intimità Vicario...
I 4 sonetti intitolati Er terramoto de venardí sono contemporanei al terremoto del 1832.

Di due anni successivi invece sono:
Le lemosine p’er terremoto datato 6 giugno 1834.
Er terremoto de sta notte datato 6 dicembre 1834.

Un aiuto per i terremotati anche in quell'epoca. 
Come risulta dal titolo dell'ultimo sonetto, ieri come oggi c'era la necessità di chiedere aiuto ai privati tramite collette per sopperire a fatti catastrofici.
E così anche in occasione di questo terremoto fu fatta una colletta pubblica  per aiutare e risarcire i danni provocati da quel flagello.


I fondi raccolti in seguito al terremoto di Foligno vennero versati al vescovo di Assisi..
E proprio verso costui Belli lancia una pesante accusa (anche se nei versi successivi  il poeta sembrerebbe mettere un punto interrogativo) di malversazione verso il vescovo accusato di aver sperperato questi denari prima ancora che i danni fossero riparati. 

Come dire "Niente di nuovo sotto il sole"..........

Come al solito la satira di Belli è feroce contro quei preti, cardinali, ecclesiastici tout court accusati di pensare solo ed esclusivamente ai loro interessi.

dal Sonetto Le lemosine p’er terremoto
...Ma annatesce  a pparlà! «Ssori cojjoni»,
v’arisponne, «l’ho spesi mejjo assai
ner fà una compaggnia de Scenturioni». 
Bbasta, o sii vero o ’na bbuscía  ggiocosa,
er terremoto come ll’antri guai
pe li vescovi è bbono a cquarche ccosa.
(Versione
...Ma andateci a parlare «Signori cojoni» , [il vescovo] vi risponde: «L'ho spesi ( i soldi) in compagnia dei centurioni(aiutanti del vescovo)»
basta, o se è vero o se è una bugia giocosa,
il terremoto come gli altri guai 
per i vescovi è buono a qualche cosa....)

02/06/19

Belli e Bartolomeo Pinelli, incisore e pittore "trasteverino"


In occasione della morte dell'incisore romano Bartolomeo Pinelli (Roma 1781 - ivi 1835), che con le suoi sterminati lavori di grafica documentò la Roma ottocentesca e non solo, Giuseppe Gioachino Belli gli dedica un sonetto senza tanti fronzoli.
Bartolomeo Pinelli
Formatosi artisticamente a Bologna – nella locale Accademia di Belle Arti – e a Roma – nell’Accademia di San Luca –, Pinelli realizzò nella sua carriera circa quattromila incisioni e diecimila disegni, dedicati soprattutto ai costumi, alle tradizioni popolari e alla storia dell’Urbe. Numerose sue incisioni illustrano edizioni ottocentesche di opere di Dante Alighieri, Torquato Tasso, Lodovico Ariosto e Virgilio (ma anche raccolte di stampe sulla storia greca, sui costumi del Regno di Napoli e della Svizzera).
Pinelli trascorse la prima giovinezza nel quartiere di Trastevere, dove era nato in vicolodei Mazzamurelli,.  Rientrato a Roma da Bologna nel 1799, abitò dapprima nei pressi dell’attuale Galleria Sciarra (via del Corso), poi a piazza di Spagna, a Villa Medici, e, dal 1822 fino alla fine della sua vita, a via Sistina (all’epoca via Felice, accanto all’odierno Teatro Sistina). In quella zona della città risiedeva una comunità di artisti di tutto rispetto. Qualche decennio prima dell’arrivo di Pinelli vi avevano abitato Giovanni Battista Piranesi, Angelika Kauffmann e Anton Raphael MengsE ai tempi in cui vi si stabilì l’artista romano, avevano là i loro studi e le loro abitazioni il pittore Carlo Labruzzi, lo scultore danese Bertel Thorvaldsen, l'architetto Luigi Canina, lo scrittore Massimo d’Azeglio e l'incisore Luigi Rossini.
Pinelli frequentava assiduamente anche l’Osteria del Gabbione,
Pinelli con i suoi cani
in via del Lavatore, dove ogni sera si recava in compagnia dei suoi cani. Il locale è ricordato da Giuseppe Gioachino Belli in alcuni versi dedicati a Pinelli (il “Gabbionaccio” del sonetto “Morte der zor Meo”) nei quali il poeta romanesco immagina che l’improvvisa scomparsa dell’artista sia stata causata da una micidiale bisboccia alcolica.
Pinelli fu sepolto nella chiesa dei Santi Vincenzo e Anastasio a Trevi. Ma la mancanza di una lapide ha sempre impedito il ritrovamento delle spoglie.
Fu un artista fecondissimo, pittore , scultore e incisore, insieme al padre plasticatore(cioè Modellatore di figure in terra cotta) e scalpellino. 
Le sue opere più importanti sono la serie dei "Costumi pittoreschi", le illustrazioni del Meo Patacca e del Maggio romanesco, dei poemi di Dante, Ariosto, Tasso, Virgilio, Cervantes, dei Promessi sposi etc. La maggior raccolta delle sue opere si trova nel Gabinetto nazionale delle stampe.
Belli e Pinelli
Pinelli muore il 1 aprile del 1835, e poco dopo,  il 9 aprile, il Poeta prende penna e carta e scrive il sonetto " La morte der zor Meo", dove Pinelli è indicato come pittore trasteverino.

Nelle brevi  righe del sonetto, Belli fa espliciti riferimenti sia all'aspetto fisico  bohémien di Pinelli, sia alla morte avvenuta per alcolismo, e all'abitudine di Pinelli di sperperare i soldi, guadagnati col suo lavoro di grafica,  all'osteria del Gabbione. In questo locale Pinelli consumava tutti i suoi guadagni mangiando e bevendo e offrendo a bere e mangiare... 

E, sempre Belli, che lo ricorda, proprio a causa di queste abitudini, Pinelli morì in miseria, tanto che  il funerale fu fatto con una colletta di soldi spontanea da parte di alcuni ammiratori. 
Si racconta infatti che molti artisti, vestiti a lutto, con torchi,e con ramoscelli di cipresso in mano, lo accompagnarono alla tomba.
chiesa
dei SS. Vincenzo e Anastasio
Se non bastasse... poi , dulcis in fundo, Pinelli morì anche scomunicato! Nel giorno di san Bartolomeo dell'anno 1834, il suo nome  fu pubblicato in S. Bartolomeo all'Isola Tiberina sulla lista degli interdetti per inadempimento al precetto pasquale.
Così Pinelli  fu sepolto imbalsamato senza monumento né lapide nel 1835, a Roma, proprio davanti  a Fontana di Trevi nella chiesa dei SS. Vincenzo e Anastasio (*). 
Quando, nemmeno un secolo dopo, i soci di un’associazione romanista, che volevano ricordare il bravo Pinelli e rinfrescarne la memoria, andarono a ricercare la sua tomba, si trovarono di fronte al fatto che sia la sua tomba che il suo cadavere erano scomparsi
Nessuno seppe dare spiegazioni. Così ci si dovette semplicemente contentare di affiggere una targa commemorativa. 

La morte der zor Meo
Sí, cquello che pportava li capelli 
ggiú pp’er gruggno e la mosca ar barbozzale, 1
 er pittor de Trestevere, Pinelli, 2 
è ccrepato pe ccausa d’un bucale. 3
 V’abbasti questo, ch’er dottor Mucchielli, 4 
vista ch’ebbe la mmerda in ner pitale, 
cominciò a storce 5 e a mmasticalla male, 6 
eppoi disse: «Intimate li fratelli». 7
 Che aveva da lassà? Ppe ffà bbisboccia 8 
ner gabbionaccio 9 de Padron Torrone, 10 
è mmorto co ttre ppavoli in zaccoccia. 11 
E ll’anima? Era ggià scummunicato, 12 
ha cchiuso l’occhi senza confessione... 13 
Cosa ne dite? Se 14 sarà ssarvato?

[Versione. La morte del sor Meo. Si quello che portava i capelli giù per la faccia e la mosca al mento, il pittore di Trastevere, Pinelli, è morto per colpa di un boccale. Vi basta questo, che il dott. Mucchielli, visto che vide la merda nel pitale, cominciò a storcere il naso e a presagire qualche guaio, e poi disse: " Avvertite i fratelli ( della Congregazione)". Che aveva da lasciare? Per fare bisboccia. Nell'osteria del Gabbione del padrone Torrone, è morto con tre paoli in tasca. E l'anima? Era stato già scomunicato, ha chiuso gli occhi senza confessione..Cosa ne dite? Si sarà salvato?]

1.Mento. 2 Bartolommeo Pinelli, nativo di Trastevere, incisore, pittore e scultore, il 1° giorno di aprile 1835, nella età di anni 54. Nella sera antecedente, aveva preso all’osteria la sua ultima ubriacatura. 3. Boccale. 4.
autoritratto di B. Pinelli
Alcuni del popolo credono che il medico di Pinelli fosse costui, noto in sua gioventù per poesie romanesche che andava recitando per gli spedali in occasione di pubbliche dimostrazioni anatomiche degli studenti di chirurgia: ma fu realmente un dottor Gregorio Riccardi. 5 A torcere il grifo in aria di dubitazione. 6 Masticarla male, in senso di «presagir male». 7 Coloro che convogliano i morti alla sepoltura. 8 Per far tempone. 9 Il Gabbione, nome della osteria dove il Pinelli consumava tutti i suoi guadagni mangiando e bevendo e dando a bere e mangiare. Havvi sú la insegna di una gabbia con merlo. 10 Torrone, nome dell’oste. 11 Circostanza storica. Il funerale fu fatto con largizioni spontanee di alcuni ammiratori della di lui eccellenza nell’arte. Molti artisti, vestiti a lutto, e quali con torchi, quali con ramoscelli di cipresso in mano, lo accompagnarono alla tomba nella chiesa dei SS. Vincenzo ed Anastasio a Trevi. 12 Nel giorno di san Bartolommeo dell’anno 1834, il nome del nostro Bartolommeo Pinelli fu pubblicato in S. Bartolommeo all’Isola Tiberina sulla solita lista degl’interdetti per inadempimento al precetto pasquale. Avendovi egli letto esserglisi attribuita la qualifica di miniatore, andò in sacristia ad avvertire che Bartolommeo Pinelli era incisore, onde si correggesse l’equivoco sull’identità della persona. 13 Alla intimazione de’ sacramenti, volle l’infermo essere lasciato qualche ora in pace, per riflettere, come egli disse, ai suoi casi. 

Il parroco lo compiacque, ma ritornato al letto di lui lo trovò in agonia! Si narra però che il moribondo corrispondesse ad una stretta di mano del prete. Questa circostanza deve aver fruttato al corpo la sepoltura ecclesiastica e all’anima la gloria del paradiso. 14 Si.


(*)Questa bella chiesa è famosa soprattutto perché conserva in urne di ceramica le viscere di molti papi, secondo un'antica tradizione , conclusasi nel 1903 in cui i papi si era soliti imbalsamarli.

31/05/19

G.G. Belli e il "carrozzone" del papa



La vita del Poeta Belli fu abbastanza lunga, essendo nato nel 1791 e morto all'età di 72 anni nel 1863. 
In questo lungo periodo si avvicendarono sul trono pontificio addirittura sei papi: Pio VI, Pio VII, Leone XII, Pio VIII, Gregorio XVI e Pio IX. 
Un record! (leggi qui....)
La sua Roma è una città dove è netta la separazione fra la Curia e la plebe. Da una parte ci sono i rappresentanti dello stato teocratico e – il “papa-Vicecristo”-, accompagnato da un immenso stuolo di cardinali,  tutti privilegiati, insieme a decrepita nobiltà ereditaria - dall'altra una plebe abbandonata a se stessa.
Il Carrozzone del Papa
In alcuni Sonetti, Belli fa riferimento al mezzo di trasporto con cui il papa, spesso accompagnato dai cardinali, soleva spostarsi dentro e fuori Roma. Questo veicolo viene indicato dal Poeta  sempre e solo con il termine romanesco dispregiativo di "carrozzone". 
La costruzione della bellissima Berlina Pontificia di Gala si completò negli anni '20 del  secolo XIX e quindi si fa risalire al pontificato di Leone XII, al secolo Annibale Sermattei della Genga, rimasto sul Soglio di Pietro dal 28 settembre 1823 al 10 febbraio 1829. 
Ciononostante non fu questo papa a commissionarla, nè ad usarla (1).
Secondo la linea stabilita alla fine del '700 da Pio VI, lo scopo di questa lussuosa e molto costosa carrozza era quella di mettere in evidenza a tutti la sovranità del papa e della sua corte. 
Uno status simbol del papato, con cui si voleva esaltare la figura del papa, sottolineandone il suo centrale ruolo nei riti nei cerimoniali romani. 
Questa carrozza di gran lusso  fu usata fino al 1870.


Simboli del potere
In contrasto con questa linea di sfarzo, invece di usare la sontuosa berlina, Leone XII, come mezzo di trasporto,  preferì il modesto frullone, un mezzo di servizio, una specie di utilitaria, impiegata per i viaggi del pontefice o per il seguito della famiglia pontificia. 

Addirittura l'apertura del giubileo del 1825, Leone XII guidò le processioni andando a piedi, quasi scalzo per dare al popolo e ai forestieri un messaggio di maggiore spiritualità, e di poco interesse agli sfarzi mondani. 

E figuriamoci quanto infastidiva Belli l'ostentazione, lo sfoggio  adottati dal papa e dalla Corte, contrario come era a tutti i simboli e alle forme in cui si esteriorizzava l'immenso potere papale. Secondo Belli l Papa, invece di disinteressarsi totalmente dell'umanità dolente, nella sua doppia natura di capo spirituale e politico, avrebbe dovuto invece impegnarsi a  risolvere il problema della divisione in classi e dell’ingiustizia.
Neppure per idea!! Infatti il papa era sempre più chiuso nel suo sovrano disinteresse per l’umanità dolente, teso solo a realizzare i suoi sogni di potenza.

Il carrozzone nei Sonetti
I sonetti in cui Belli cita il veicolo usato dal papa sono cinque e sono scritti nell'arco cronologico che va dal 1832 al 1838. 
Il papa cui il poeta Belli si riferisce è quindi  Gregorio XVI (1831-1846)
Il pontificato di questo papa si svolge durante un arco di tempo di 15 anni,  dal 1831 al 1846, periodo in cui Belli si dedica anima e corpo alla stesura dei suoi Sonetti. 
E proprio nei confronti di questo papa Belli prova grande irritazione, in quanto lo considera un  Vicario di Cristo corrotto  e così lo sommerge di aggressioni verbali.
E così anche il  carrozzone serve a sottolineare lo sfarzo, che circonda ogni uscita del papa, ogni cerimonia papale..
Salvo poi ridicolizzare il papa, detto anche zor Grigorio,  quando lo ritrae nel carrozzone, dove si deve rifugiare per salvarsi dalla folla inferocita, o ancora quando trasforma l'atto isimbolico e carico di significato della benedizione papale in bbenedizzionaccia lesta lesta... (vedi: E cciò li testimoni).

Lo stesso carrozzone  serve poi al papa perbarricarsi dentro e difendersi dalla folla inferocita, che minacciosamente, durante una delle tante processioni,  lo circonda...
...strillanno: «Pane, o vve scannamo ar covo»... 
(...strillando...pane, o vi scanniamo nel vostro )

I sonetti in cui si cita il carrozzone sono i segg.::
489. Er Papa novo del 1832
1491. Tutto cambia del 1835
1936. La priscissione a Ssan Pietro del 1837
1977. E cciò li tistimònî del 1838
380. Er trionfo de la riliggione 1832

La Berlina di gran gala.
Realizzata a Roma  tra il 1823 e il 1829, come da iscrizione sulla carrozza. I suoi costruttori furono gli affermati Fratelli Casalini, fabbricanti e negozianti di carrozze rinomati non solo in Italia, ma anche all’estero, i cui laboratori si trovavano in via Margutta, nei pressi di Piazza di Spagna, ed erano in grado di costruire ogni tipologia di carrozza. 
La loro firma compare infatti sui pignoni delle ruote. Realizzata in legno e metallo, essa è magnificamente decorata con intagli dorati in ogni sua parte. 
Costruita per essere tirata da sei cavalli, non ha posto per il guidatore poiché veniva condotta da tre postiglioni con guida alla “Daumont”. Poichè i cocchieri non potevano dare le spalle al Papa la carrozza era tirata da un tiro à la Daumont, dove i “cocchieri” siedono sui cavalli di sinistra che quindi vengono sellati. In questo modo la guida della carrozza avviene agendo direttamente sui cavalli dalla sella e non più dal sedile del cocchiere.
Eliminando il sedile del cocchiere si ottiene un veicolo più elegante soprattutto nelle carrozze aperte, dove la mancanza della cassetta del cocchiere fornisce molta più visibilità alle persone che siedono nella stessa. Per questo motivo il tiro à la Daumont venne usato soprattutto nelle carrozze di gala.
Sormontata da quattro pennacchi, che secondo il protocollo distinguono il “Servizio Pontificio” di alcune cerimonie solenni, al suo interno, interamente tappezzato in damasco di seta cremisi, era posizionato un trono sovrastato da un capocielo, finemente ricamato a rilievo in filo d’argento, con la rappresentazione della colomba dello Spirito Santo al centro di una raggiera d’oro. 
-------
(1) Cfr. «La nuova stufa nobile in servizio di Nostro Signore». Committenza di corte per rappresentare la sovranità pontificia: la carrozza di Leone XII, in "La corte papale nell'età di Leone XII", a cura di I. Fiumi Sermattei e R. Regoli, Ancona 2015, pp. 149-170