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19/11/20

G.G. Belli e papa Pio VIII


Sono addirittura 
 sei i papi, che dal 1791 al 1863, nei suoi 72 anni di vita, il Poeta Giuseppe Gioachino Belli vide avvicendarsi sul sul trono pontificio: Pio VI, Pio VII, Leone XII, Pio VIII, Gregorio XVI e Pio IX.
La sua Roma è una città dove è netta la separazione fra la Curia e la plebe. 
Da una parte ci sono i rappresentanti dello stato teocratico, il “papa-vicecristo”, un immenso stuolo di cardinali e una decrepita nobiltà ereditaria, dall'altra una plebe abbandonata a se stessa.
Chi più chi meno, i sei pontefici sono tutti presenti nei Sonetti di Belli.

Pio VIII nei sonetti di Belli
A proposito del papa marchigiano Pio VIIIFrancesco Saverio Maria Castiglioni nato a Cingoli (Macerata) nel 1761, c'è un sonetto che merita di essere ricordato.

Castiglioni, appoggiato dalla Francia, fu eletto papa il 31 marzo 1829  nel conclave che seguì alla morte di papa Leone XII.  
Cingoli ( Macerata),
palazzo Castiglioni
Poichè  la sua salute era a dir poco cagionevole, tale circostanza lasciava presagire - come infatti avvenne - un pontificato di transizione
E Pio VIII regnò infatti solo dal 5 aprile 1829 al 30 novembre 1830: poco più di un anno....lasciando il trono di Pietro ad un altro pontefice che invece visse a lungo e che è molto presente nei sonetti di Belli. Stiamo parlando di Gregorio XVI....

In un feroce sonetto scritto all'indomani della fumata bianca (1º aprile 1829), impietoso, Giuseppe Gioachino Belli ci consegna un ritratto terribile di Pio VIII. 
Con poche taglienti parole il pennello di Belli immortala un Pio VIII con tanti difetti fisici: un  herpes dappertutto, senza denti, guercio,  le gambe insicure, che lo fanno ciondolare da una parte... 
E infine il commento altrettanto impietoso di una popolana:
"Uhm! hanno eletto un gran brutto omaccione sgraziato come pontefice...".

PIO OTTAVO 
Che ffior de Papa creeno! Accidenti! 
Co rrispetto de lui pare er Cacamme. 
Bbella galanteria da tate e mmamme 
Pe ffà bbobo a li fijji impertinenti! 
Ha un erpeto pe ttutto, nun tiè ddenti, 
È gguercio, je strascineno le gamme, 
Spènnola da una parte, e bbuggiaramme 
Si arriva a ffà la pacchia a li parenti. 
Guarda llí cche ffigura da vienicce 
A ffà da Crist’in terra! Cazzo matto 
Imbottito de carne de sarcicce! 
Disse bbene la serva de l’orefisce
 Quanno lo vedde in chiesa: 
«Uhm! cianno fatto Un gran brutto strucchione de Pontefisce».  

Pio VIII
Elenco dei pontefici regnanti durante la vita di G.G Belli.
Papa Pio VIal secolo Giovanni Angelico o Giannangelo Braschi, (Cesena, 25 dicembre 1717 – Valence-sur-Rhône, 29 agosto 1799), anni del pontificato: 1775-1799;
Papa Pio VII, al secolo Barnaba Chiaramonti (Cesena, 14 agosto 1742 – Roma, 20 agosto 1823), anni del pontificato: 1800-1823;
Papa Leone XII, al secolo Annibale Francesco Sermattei della Genga, (Genga,22 agosto 1760 – Roma, 10 febbraio 1829, anni pontificato 1823-1829.
Pio VIII , al secolo Francesco Saverio Maria Castiglioni, (Cingoli, 20 novembre 1761 – Roma, 1º dicembre 1830), anni del pontificato 1829-1830. 
Papa Gregorio XVI, al secolo Bartolomeo Alberto (in religione MauroCappellari ( Belluno, 18 settembre 1765 –Roma, 1º giugno 1846) , anni del pontificato 1831-1846.
Papa Pio IX, al secolo Giovanni Maria Mastai Ferretti , (Senigallia, 13 maggio 1792 – Roma, 7 febbraio 1878), anni del pontificato 1846-1870. 

03/03/20

G.G. Belli e il colera

Nel luglio del 1837, il poeta Belli rimase vedovo in quanto la moglie Mariuccia morì a causa della terribile malattia del colera. 
Dobbiamo immaginare un Belli così impressionato dalla terribile epidemia di colera, sviluppatasi dal 1832 in poi in tutta Europa, arrivata in Italia e poi nello Stato pontificio nel 1836 e a Roma nel 1837, che si affrettò a fare... testamento!!!

Infatti la paura di ammalarsi, di morire, la responsabilità di lasciare l'unico e amatissimo figlio Ciro orfano di entrambi i genitori (etc) sono tutti argomenti che lo spinsero a dettare al notaio le sue ultime volontà. 
A causa del colera, non solo un grande lutto colpì la famiglia Belli, ma la morte della moglie provocò una serie di problemi patrimoniali gravissimi, sconvolgendo l' esistenza del poeta romano, che proprio in seguito al matrimonio con una donna benestante aveva conosciuto un periodo di tranquillità economica.
E' un uomo che mostra tutta la sua fragilità umana quello che si reca dal notaio romano...Era il  19 agosto del 1837 e G.G. Belli dettò al notaio le sue disposizioni testamentarie. 
Il colera 
Proprio in questa metà di agosto, complice il caldocomplice l'affollamento derivante dalle festività del  15 e 16 agosto, che avevano richiamato a Roma tantissima gente per le processioni propiziatorieper le luminarie e per i bagordi che si consumavano in questi giorni di festa, il colera fece strage della popolazione romana. 

Ecco alcuni dati:
14 agosto:  attaccati 69, morti 39
15 agosto: attaccati 121, morti 51
16 agosto attaccati 179, morti 94
17 agosto attaccati 189, morti 117

I numeri dei morti, che vengono indicati in una "Statistica Ufficiale" a metà del 1838: 2551 uomini e 2868 donne per un totale di 5419 morti. Ma i conti non tornano: il censimento di Pasqua dà nel 1837 una cittadinanza di 156.552 abitanti e nel 1838 di 148.903, per una differenza di 7649; tanti evidentemente sono stati i morti per il colera.

Possiamo solo immaginare G.G. Belli che, abbattuto per il recente e gravissimo lutto che lo aveva devastato, nonostante la caldissima giornata dell'agosto romano, l'afa (il callo da lui stesso descritto in vari sonetti),  l'aria malsana  di questa estate del 1837, mentre si recava frettolosamente  a via delle Muratte dal notaio di cui era cliente, a fare testamento. 
Questa strada si trovava proprio dietro la fontana di Trevi, vicino a palazzo Poli, la lussuosa abitazione in cui viveva da quando aveva sposato la contessa Mariuccia Pichi.
E' anche un modo per Belli di affrontare la situazione, spinto dalle terribili e incontrollate notizie diffuse sulla epidemia e forse influenzato dalle angosciose processioni notturne che attraversavano Roma, sicuramente impaurito dalla possibilità di contrarre il contagio. 

Il testamento
Assistenza ai malati di colera
Alcune righe di questo testamento, che porta in calce  la  firma autografa di Belli, contengono proprio un riferimento esplicito proprio a questo terribile morbo, che proprio in quell'anno si stava diffondendo a Roma
Nell'atto testamentario, il poeta affermava infatti che non voleva essere preso in contropiede dal flagello del ....cholera asiatico che principia a percuotere questa città... e quindi non voleva morire prima di aver fatto testamento. 
Questo atto è conservato nell'Archivio di Stato Roma.

Ed era soprattutto Ciro, l'amatissimo figlio unico rimasto orfano di madre, a occupare i suoi pensieri, quando si sedette davanti al notaio per dettare e poi firmare queste disposizioni. 

Non solo il Belli-uomo, impaurito dalla diffusione del colera che lo induce a fare testamento, ma anche il Belli-poeta dedica all'argomento colera una indimenticabile serie di sonetti, scritti nell'agosto del 1835 e nel 1836 : 
Er còllera mòribbus. Converzazzione a l’osteria de la ggènzola indisposta e ariccontata co ttrentaquattro sonetti, e tutti de grinza..
Grazie all'incontro organizzato dagli studiosi marchigiani (e che risale ad alcuni anni fa ) di Giuseppe Gioachino Belli si possono aggiungere a queste notizie romane, altre interessanti informazioni sull'argomento del colera ad Ancona nel 1836, con lo sguardo rivolto a quanto scritto da G.G. Belli su questo argomento, che coinvolgeva le sue amate Marche. 
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Per saperne di più: "Colera, omeopatia ed altre storie", a cura di Marcello Teodonio e Francesco Negro, Palombi, 1988.

14/11/15

G.G. Belli e le Marche - 1

La va Flaminia (in blu)
 e la Salaria (in rosso)
Nonostante sia conosciuto come il più grande poeta dialettale di Roma,  Giuseppe Gioachino Belli per tutta la sua esistenza frequentò spesso e volentieri le Marche, regione che rappresentò per lui una benefica e salvifica fuga proprio dalla amata e odiata Roma.
Fuga dalla città che gli aveva dato i natali, e ispiratrice di tutti i suoi sonetti?  Si, in certi momenti  Belli ha la necessità di guardare Roma da lontano. 
E dalle  Marche, dove lo accolgono sempre con immutato affetto i suoi carissimi amici marchigiani, può guardare la città eterna con maggiore disincanto  e rinfrancarsi dalle preoccupazioni e risolvere i problemi legati al patrimonio della moglie Mariuccia [clicca qui]
Le Marche furono anche teatro di incontri speciali per approfondire e rinsaldare l'intenso legame fra il poeta romano e gli amati luoghi marchigiani.

In viaggio per raggiungere le Marche
All’epoca di Belli il viaggio per arrivare nelle Marche era lungo e difficoltoso: le strade, allora, erano impervie, bastava un temporale a renderle impraticabili. Da Roma, in carrozza, ci volevano giorni, e ogni tanto bisognava fermarsi in qualche posto per mangiare e dormire, e far riposare i cavalli.
Le grandi vie che permettevano al Belli di arrivare da Roma nelle Marche o che dal settentrione dell’Italia lo riconducevano nella capitale erano la Lauretana e la consolare Flaminia.
La Lauretana lasciava a Foligno la Flaminia e, attraverso il valico di Colfiorito, consentiva di giungere a Tolentino, Macerata, Loreto e Ancona e proseguire, quindi, lungo il litorale adriatico in direzione di Bologna e Milano. L’alternativa, per spingersi verso nord, era la consolare Flaminia, che attraverso il Furlo immetteva nella valle del Metauro fino a Fano.

Di solito in partenza da Roma si percorreva l'antica via consolare Flaminia, che portava a Foligno, si valicava la Scheggia (cioè la gola del Furlo), e si usciva a Fano per proseguire per Rimini, Bologna e Ferrara.  
Questa strada era importante perchè univa Roma al Santuario della Santa Casa di Loreto e viceversa, e risultava la più sicura per i pellegrini e altri viaggiatori che la battevano, in quanto lungo il suo percorso offriva numerosi luoghi di ospitalità 

La contessa Vincenza Roberti, 
detta Cencia, 
residente a Morrovalle

Belli in viaggio nelle Marche 

In occasione dei 150° anniversario della morte di G.G. Belli, è stato pubblicato un libro utile per ricostruire i viaggi di Belli nelle amate Marche (“In viaggio nelle Marche con Giuseppe Gioachino Belli”  di Manlio Baleani), dove si raccontano anche gustosi episodi vissuti dal Belli viaggiatore : il disgusto per una lercia locanda di Villa Potenza, l’amara sorpresa di un furto subito a Valcimarra di Caldarola e il rischio della galera per aver definito “pisciabotte” l’apparato della festa di San Nicola a Tolentino.
Ma cosa vide Belli vide nei suoi viaggi in terra marchigiana? Se lo è domandato e ha dato una risposta l'autore Manlio Baleani. Dal Piceno alla antica via Flaminia, nonché nella  “Marca” Maceratese e Anconetana nel periodo tra il 1820 ed il 1842. 
Spazio di tempo in cui matura e nacque l’opera in dialetto romanesco, che segnerà un traguardo nella letteratura italiana dell’Ottocento.

Ci sono tutti i luoghi, gli incontri, i personaggi marchigiani nel volume. 
Morrovalle, 
provincia di Macerata
Lunghi soggiorni a Morrovalledove nel 1824 e poi nel 1831, Belli rimase per oltre due mesi, legandosi alla famiglia Roberti e particolarmente – forse più di amicizia – alla marchesina Vincenza, chiamata “Cencia”.
Cencia è la ispiratrice delle "Lettere a Cencia", il fitto epistolario che copre il periodo tra il 1824 e il 1854 [leggi qui..].
Ricordiamo che nello stesso secolo sono addirittura  tre i Pontefici marchigiani [Leone XII di Genga (1823-1829); Pio VIII (1829-1830) di Cingoli e Pio IX di Senigallia (1846-1878), al secolo Giovanni Maria Mastai Ferretti (1846-1878], le cui vicende sono ricostruite in appendice al libro.