26/09/19

G.G.Belli e i minenti e le minenti.


A Roma, nei primi anni dell' Ottocento, erano chiamati "minenti" quei popolani agiati, ovvero artigiani, carrettieri, operai, divenuti discretamente benestanti grazie ai proventi dei loro mestieri. 
Tutti, volutamente, ostentavano il raggiunto benessere economico, in special modo dalle loro mogli, attraverso un modo di vestire vistoso e sfarzoso.
Probabilmente il termine derivava da Eminenti (dal latino eminens-eminentis = apparente, che sporge fuori) e voleva indicare il popolano, ma più frequentemente la popolana che vestiva con sfarzo ostentando anche numerosi monili d'oro. 

Le minenti infatti si ornavano di numerosi e vistosi monili che nel 1889 il settimanale di Roma “Chracas” così descriveva :
 “Le minenti splendevano per collane d’oro, gemme e pietre preziose, il collo e il seno ricoperti di catene d’oro; alle orecchie lunghe scioccaje di grossissime perle, vere perle orientali. L’oro, i brillanti e le perle false, lusso della moderna miseria, erano aborrite dall’opulenza plebea. I gioielli condensavano in breve spazio somme invidiabili di denaro. Di anelli tanto i maschi che le femmine ne avevano quattro o cinque per dito; gli uomini, oltre solide, pesantissime catene d’oro per l’orologio, portavano fibbioni massicci d’argento alle scarpe e orecchini d’oro che paiono cerchi di botte”.
Ottobrata romana
Questa espressione si usa per definire il clima mite che caratterizza il mese di Ottobre a Roma. Infatti la Capitale ad ottobre è unica e bellissima: praticamente vive una seconda estate con i colori e gli odori dell'autunno.
Le "ottobrate" erano le tradizionali feste che chiudevano il periodo della vendemmia nel mese di ottobre. Per celebrare il raccolto e la fine del duro lavoro, nelle giornate di giovedì e di domenica ogni famiglia organizzava una gita fuori porta (detta "ottobrata" per l'appunto) e da ogni rione partivano delle carrette adornate di campanacci, su cui sedevano le ragazze. Il resto della comitiva seguiva a piedi il carro fino alla destinazione
.

Non a caso i sonetti sono scritti da Belli proprio in ottobre, mese famoso a Roma per il tempo tiepido, la luce particolare e la vendemmia che invitava i popolani a gite fuoriporta.  

Belli e i pranzi dei minenti e delle minenti. 
Due sonetti scritti da Belli aprono un divertente siparietto sui pranzi che i minenti e le minenti spesso e volentieri consumavano nelle osterie fuoriporta; spesso semplicemente si andava a Testaccio. 
Versi come quelli del Belli  costituiscono anche una fonte per la storia dell'alimentazione e cucina romana, in quanto contengono riferimenti precisi ai cibi dell'epoca che la tradizione romana ci ha tramandato.
I due pranzi.
Belli descrive quindi due pranzi paralleli: quello degli uomini e quello delle donne. Beh!! In questa specie di sfida le donne risultano vincenti!! 
Mentre i minenti appaiono scontenti della modesta (per loro) quantità e qualità di cibo loro servito, in quanto probabilmente abituati ad altre pantagrueliche scorpacciate, si lamentano anche del conto presentato dall'oste. 
Le minenti invece appaiono soddisfatte dell'abbondanza e qualità  del cibo loro servito nell'osteria che doveva essere fuori porta, nonchè del relativo conto.
Alle donne quindi va tutto il merito per aver saputo scegliere una buona osteria, dove il binomia qualità/prezzo appare vincente. 



Le pietanze romane
Divertiamoci e leggere le pietanze che in quell'epoca venivano cucinate a Roma, alcune delle quali ancora  sono presenti anche oggi sulle tavole romane.
Antipasti: peperoni sottoaceto, salame, mortadella e caciofiore, carciofi fritti e granelli,  fritto alla romanafichi e prosciutto. 
I primi: lasagna con le regaie di pollo, riso e piselli, gnocchi, pizza ricresciuta.
I secondi: cosciotto e arrosto di abbacchio, bollito,  lesso di carne vaccina e gallinaccio, manzo in umido, trippa, stufato, salsicce e fegatelli allo spiedo,  agrodolce di cinghiale e uccelli, 
Infine: crostata, ciambelle caffè
Bevande: vino comune e vino d'Orvieto, rosolio.


189. Er pranzo de li Minenti 1 
C’avessimo? 2 un baril de vin asciutto, 3 
du’ sfojje 4 co rragajji 4a e ccascio tosto, 
allesso de mascello, 6 un quarto 7 arrosto, 
e ’na mezza grostata: 8 ecchete tutto! 
Ce fussi stato un frittarello, un frutto, 
o un piattino ppiú semprice e ccomposto!... 
Cert’antra ggente che ce stiede accosto 
c’ebbe armanco deppiú fichi e presciutto! 
Si ppoi vôi ride, mica pan de forno ce diede, sai? 
ma ppagnottoni a ppeso, neri arifatti 9 
de scent’anni e un giorno. Oh, tu azzecchece 10
 un po’ cquanto fu speso!... Du’ testonacci 11 a ttesta, 
o in quer contorno! 12 E cce vonno riannà? 
13 Bravo, t’ho ’nteso! 14 E io che mm’ero creso 15 
d’impiegà un prosperuccio-lammertini, 16 
ciò impeggnato a mmi mojje l’orecchini. 

Terni, 8 ottobre 1831 - De Pepp’er tosto 
[Versione. Il pranzo dei Minenti. Avemmo? un barile di vino brusco, due lasagne con regaje e cosciotto arrosto, lesso del macello, un quarto di abbacchio arrosto, e una mezza crostata: eccoti tutto! Ci fosse stato un frittarello, un frutto, o un piattino semplice e composto! Altra gente che ci stava vicino ebbe almeno di più fichi e prosciutto! Se poi vuoi ridere, mica pane del forno ci diede, sai? ma grosse pagnotte a peso, neri stantii da cento anni e un giorno. Oh, tu indovina quanto si spese ! Due testoni a testa circa. E ci vuoi riandare? Bravo ti ho capito! E io che mi ero creduto d'impiegare una liretta... ho impegnato a mia moglie gli orecchini.]
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 1 Minenti (da eminenti): così chiamansi coloro che vestono l’abito proprio del volgo romanesco. 2 Avemmo. 3 Vin brusco. 4 Lasagne. 4a Visceri di pollo. 5 Cacio pecorino. 6 Carne di macello dicesi la «carne grossa». 7 Quarto, assolutamente, è un «quarto di bacchio o abbacchio, cioè agnellino da latte». 8 Specie di sfogliata. 9 Stantii. 10 Indovinaci. 11 Testone è una moneta d’argento da tre paoli. 12 Incirca. 13 Riandare, ritornare. 14 Così dicesi da chi non vuol far nulla di quanto udì. 15 Creduto. 16 Vedi la nota… del Sonetto…

Er pranzo de le Minente 1 
Mo ssenti er pranzo mio. Ris’e ppiselli, 
allesso de vaccina e ggallinaccio, 
garofolato, 2 trippa, stufataccio, 3 
e un spido 4 de sarsicce 5 e ffeghetelli. 6 
Poi fritto de carciofoli e ggranelli, 
certi ggnocchi da fàcce er peccataccio, 7 
’na pizza aricresciuta de lo spaccio, 8 
e un’agreddorce de ciggnale 9 e ucelli. 
Ce funno peperoni sott’asceto 
salame, mortatella e casciofiore, 
vino de tuttopasto e vvin d’Orvieto. 
Eppoi risorio 10 der perfett’amore, 
caffè e ciammelle: e tt’ho llassato arreto 
certe radisce da slargatte er core. 
Bbè, cche importò er trattore? 
Cor vitturino che mmaggnò con noi, 
manco un quartin 11 per omo: 12 
e cche cce vòi? 
Terni, 8 ottobre 1831 - D’er medemo 


[Versione. Il pranzo delle minenti. Mo senti il mio pranzo. Riso e piselli, lesso di carne vaccina e gallinaccio, umido di manzo, trippa, stufato, e uno spiedo di salsicce e fegatelli. Poi carciofi fritti e granelli [= testicoli cotti], certi gnocchi da peccato di gola, una pizza ricresciuta comperata allo spaccio, e un agrodolce di cinghiale e uccelli. Ci furono peperoni sottoaceto, salame, mortadella e caciofiore, vino comune e vino d'Orvieto. E poi rosolio dell'amore perfetto, caffè e ciambelle: e ti ho lasciato dietro certi ravanelli da allargarti il cuore. Beh, quale fu l'importo del trattore? Con il vetturino che mangiò con noi, neanche un quartino cadauno: e che vuoi di più?]
1 Vedi la nota 1 del Sonetto precedente. 2 Garofanato: specie di umido di manzo. 3 Altro umido tagliato in pezzi. 4 Spiedo. 5 Salsicce. 6 Quando è così nominato, intendesi sempre per «fegato di maiale». 7 Peccato di gola. 8 Comperata. 9 Cinghiale. 10 Rosolio. 11 Il quartino era una moneta d’oro del valore di un quarto di zecchino; oggi è rarissima e quasi irreperibile, ma n’è restato il nome di convenzione fra il volgo per dinotare paoli cinque. 12 Per «cadauno»: e in questo senso, il per omo vale anche per «donna».