06/02/18

Belli e le conseguenze del carnevale


A Romail popolo, i nobili, il clero aspettavano tutti il Carnevale perchè:
 «Semel in anno licet insanire».(=una volta all'anno è lecito impazzire).

E così per alcuni giorni la Chiesa consentiva di trasgredire le rigide norme di ordine pubblico, anche se le macchine di tortura, la «corda» e il «cavalletto» erano ben esposte come monito a non esagerare.  

Balli, feste, travestimenti  e anche competizioni.  Nonostante i bandi e gli avvisi papali che cercavano di  regolamentare il carnevale, migliaia di persone di tutte le estrazioni sociali si riversavano in piazza con una grande voglia di trasgressione e ..per dare vita ad uno spettacolo improvvisato. 
Ricchi, poveri, ecclesiastici, e.. anche donne con maschere stravaganti si mischiavano nella folla, dimenticando ogni gerarchia sociale. 

Solo alle prostitute era vietato mascherarsi. E da una certa epoca anche agli ecclesiastici.. 
In questi giorni ci si prendeva gioco di tutto e tutti, anche delle autorità pontificie e non solo! 
Tutto era concesso, un intervallo dai pesanti schemi che la vita quotidiana dell'epoca imponeva. 
Insomma per otto giorni era sconvolto ogni ordine sociale e religioso.


Maggiore libertà sessuale nel Carnevale

E le conseguenze di quei giorni di totale follia ce le suggerisce Giuseppe Gioacchino Belli, che del Carnevale romano doveva essere un attento osservatore.
Fra i vari Sonetti dedicati agli eventi che caratterizzavano questa festa, nel 1837 Belli scrive un irriverente sonetto dedicato indirettamente al carnevale e alla.. libertà sessuale che i Romani vivevano in quel periodo dell'anno.

In prossimità dell'imminente parto della moglieun marito preoccupato cerca la mammana, cioè la levatrice.
La mammana però non si trova e al suo posto risponde la vicina pettegola, che con la solita schiettezza tutta romana, riferisce quanto la mammana sia indaffarata per le molte nascite a cui la stessa deve assistere, e che avvenivano tutte proprio in quel periodo.
Perchè si chiede il marito meravigliato?   
Allora la maliziosa vicina risponde con un interessante congettura:  l'incremento delle nascite avveniva nel mese di novembre, perchè nove mesi prima, all'inizio di febbraio, si era festeggiato il Carnevale e in quel clima di assoluta libertà aumentavano anche i rapporti sessuali leciti e ..non in tutte le classi sociali. 
Il risultato era un notevole aumento delle gravidanze e di conseguenza anche  un aumento del lavoro per le levatrici.
Da notare poi che le donne romane  nel periodo in cui scrive il poeta  nonostante la gravidanza lavoravano fino al parto, perchè la donna gravida del sonetto, quando si rompono le acque, si trovava alla fontana a prendere l'acqua o a lavare i panni.  


La Mammana in faccenne 

«Chi ccercate, bber fijjo?» «La mammana».
«Nun c’è: è ita a le Vergine a rriccojje».
«Dite, e cquanto starà? pperché a mmi’ mojje
je s’è rrotta mó ll’acqua ggiú in funtana».
«Uhm, fijjo mio, quest’è ’na sittimana
che jje se ssciojje a ttutte, je se ssciojje.
Tutte-quante in sti ggiorni hanno le dojje:
la crasse arta, la bbassa e la mezzana».
«E cche vvor dì sta folla?» «Fijjo caro,
semo ar fin de novemmre; e ccarnovale
è vvenuto ar principio de frebbaro.
Le donne in zur calà la nona luna
doppo quer zanto tempo, o bben’o mmale
cqua d’oggni dua ne partorissce una».



31 gennaio 1837,[Versione. La levatrice affaccendata. "Chi cercate, bel figliolo?" La levatrice". "Non c'e': e' andata a via delle Vergini per un parto". "Dite, e quanto stara'? perche' a mia moglie si sono rotte le acque giu' in fontana". "Uhm, figlio mio, questa e' una settimana che si scioglie a tutte, si scioglie. Tutte quante in questi giorni hanno le doglie: la classe alta, la bassa e la media". "E che vuol dire questa folla (di partorienti)?" "Figlio caro, siamo alla fine di novembre; e carnevale e' venuto al principio di febbraio. Le donne alla fine del nono mese dopo quel santo tempo (del carnevale), o bene o male qua (a Roma) ogni due ne partorisce una.]



02/02/18

Belli e la festa della Candelora


il 2 febbraio è la festa detta della Candelora,  una festività cattolica che si porta dietro anche una serie di proverbi popolari, decisamente legati con la meteorologia.
La Candelora, per la sua collocazione a "mezzo inverno", viene presa in considerazione dalle varie tradizioni popolari tramandate da generazioni, come momento che permette di prevedere cosa potrebbe riservare la seconda parte della stagione fredda
Particolarmente famoso a Roma è il detto che segue: 

Quanno viè la Candelora da l'inverno sémo fóra, ma se piove o tira vènto, ne l'inverno semo dentro

In sostanza, sulla base di questa tradizione, la Candelora sancirebbe la fine dell'inverno, a meno che il meteo non sia piovoso o ventoso

La festa religiosa
Il 2 febbraio è una data importante anche per la Chiesa cattolica, in quanto si festeggia la presentazione di Gesù al tempio
La festa è popolarmente detta della Candelora, perchè in questo giorno si benedicono le candele, simbolo di Cristo come luce del mondo.
Per un periodo questa festa era dedicata alla Purificazione della SS. Vergine Maria, in ricordo del momento, narrato al capitolo 2 del Vangelo di Luca, in cui Maria, in ottemperanza alla legge ebraica, si recò al Tempio di Gerusalemme, quaranta giorni dopo la nascita di Gesù, per offrire il suo primogenito e compiere il rito legale della sua purificazione. 
La riforma liturgica del 1960 ha restituito alla celebrazione il titolo di"Presentazione del Signore", che aveva in origine. Secondo l'usanza ebraica, infatti, una donna era considerata impura del sangue mestruale per un periodo di 40 giorni dopo il parto di un maschio e doveva andare al Tempio per 
purificarsi: il 2 febbraio cade appunto 40 giorni dopo il 25 dicembre, giorno della nascita di Gesù. Anticamente questa festa veniva celebrata il 14 febbraio (40 giorni dopo l'Epifania). 
Inoltre la festa cristiana della Candelora ha moltissimi legami con una precedente festa pagana

La Candelora nei Sonetti di Belli.
Questa festa doveva essere veramente molto sentita nella Roma del Belli, che nei suoi versi varie volte tocca questo argomento, a cominciare proprio da un sonetto intitolato così:

Er dua de frebbaro 1
Uh! cch’edè 2 ttanta folla a la parrocchia? 
Perch’entri tutta eh! nunn j’abbasta un’ora.
E in sta cchiesa piú cciuca 3 d’una nocchia 
sai cuanti n’hanno da restà de fora! 

Senti, senti la porta come scrocchia! 4
Guarda si 5 ccome er gommito lavora!
Ma pperché ttanta ggente s’infinocchia 6
drento? Ah è vvero, sí, sí, è la cannelora.

Ecco perché er facchino e ffra Mmicchele
usscirno dar drughiere 8 co una scesta 9
jeri de moccoletti e dde cannele.
Tra ttanta divozzione e ttanta festa

tu a ste ggente però llevejje er mele 10
de la cannela, eppoi conta chi rresta.
Roma, 2 febbraio 1833

Note -1 Febbraio. 2 Che è. 3 Piccola. 4 Scricchiola. 5 Se. 6 Si caccia. 7 La Candelaia: festa della Purificazione della Vergine. 8 Droghiere. 9 Cesta. 10 Levagli (leva loro) il dolce, l’utile, etc. 

(Versione. Uh. Che che è tanta folla in parrocchia? Perchè entri tutta non basta un'ora. E in questa chiesa più piccola di una nocchia sai quanti dovranno restare fuori! Senti, senti la porta come scricchiola!Guarda come il gomito lavora! ma perchè tanta gente si caccia dentro? A è vero, si si è la Cnadelora. Ecco perchè il facchino e fra Michele uscirono dal droghiere con una cesta ieri di moccoletti e di candele. tra tanta devozione e tanta festa tu a sta gente togli il miele della cannella, e poi conta chi rimane.)
Cosa vuole dire negli ultimi versi? Come al solito, Belli denuncia l'ipocrisia. La folla è dovuta al fatto che in tale occasione a ogni fedele veniva consegnata una candela gratis...ed ecco svelato il perchgè di tanta folla..)

Il Belli, che sicuramente era freddoloso e non amava l'inverno...torna in un altro sonetto sulla Candelora, qui con un preciso riferimento metereologico. Si ribadisce che il 2 febbraio era considerata una giornata importante, perchè poteva decretare la fine dell'odiato inverno e comunque cominciava ad assaporare l'approssimarsi di Marzo, quando si poteva ricominciare a stare all'aperto giocando alla passatella. 
L'inverno poi in quelle epoche in cui le case erano poco riscaldate si portava dietro: geloni, catarro e altri fastidiosi malanni...

Er tempo bbono

Dimani, s’er Ziggnore sce dà vvita,
vederemo spuntà la Cannelora. 1
Sora neve, sta bbuggera è ffinita,
c’oramai de l’inverno semo fora. 

Armanco sce potemo arzà a bbon’ora,
pe annà a bbeve cuer goccio d’acquavita.
E ppoi viè Mmarzo, e se pò stà de fora
a ffà ddu’ passatelle3 e una partita.

St’anno che mme s’è rrotto er farajolo,
m’è vvienuta ’na frega 4 de ggeloni
e pe ttre mmesi un catarruccio solo..

Ecco l’affetti5 de serví ppadroni
che ccommatteno er cescio cor fasciolo, 6
sibbè, a sentilli,7 sò ricchepulloni.8
In legno, da Morrovalle a Tolentino: - D’er medemo 28 settembre 1831
(Versione. Il tempo buono. Domani se il Signore ci da vita, vedremo spuntare la Candelora. Signora neve, sta bufera è finita, perchè oramai l'inverno è finito. Neanche ci possiamo alzare presto, per andare a bere qualche goccio di acquavite.E poi viene Marzo, e si può stare fuori a fare due passatelle una partita. Quest'anno che mi si è rotto il ferraiolo ( mantello), mi sono venuti una gran quantità di geloni e per tre mesi solouna catarro...Ecco gli effetti dei servi padroni che combattono il cecio col fagiolo, sebbene a sentirli so ricchi epuloni.

 Note. 1 La Candelaia. 2 Dicesi in Roma: Quando vien la Candelora , dall’inverno siamo fuora; lo che con altri due mesi di giunta si verifica sempre. 3 Specie di giuoco, che consiste nel ber vino: vino che sì e chi no, con certe leggi. 4 Una gran quantità. 5 Effetti. 6 Combattere il cecio col fagiuolo: essere di assai magre fortune. 7 Sentirli. 8 Ricchi Epuloni: frase tolta dal Vangelo. 

25/01/18

Belli e i teatri di Roma

Nella vita del giovane Giuseppe G. Belli, dopo il matrimonio con la contessa Maria Pichi, celebrato segretamente il 12 settembre 1816 a Roma nella  Parrocchia di S. Maria in Via,  avviene una significativa trasformazione. Finalmente  vede allontanarsi gli spettri che avevano accompagnato la sua giovinezza: la povertà,  i lutti familiari, la precarietà, la mancanza di una casa.
Giuseppe G. ha solo 25 anni  e per parecchi anni la vita gli concederà una tregua!!
Infatti accanto ad una intensa attività letteraria, che porterà avanti nonostante il poco amato impiego di commesso presso la D.G. del Bollo e registro di Roma, comincia, adesso che ne ha le possibilità, a viaggiare, a  frequentare artisti, letterati, musicisti, librettisti  e spesso si reca a teatro, altra sua grande passione.
Teatro passione di G.G.Belli 
Nella Roma del poeta Belli, il teatro era  molto frequentato dal ceto borghese e dalla nobiltà.  E Belli era molto attratto dal teatro e dai personaggi creati dalla vivida fantasia di tanti autori. E per anni fu un assiduo frequentatore delle opere che si rappresentavano nei teatri romani. 
Nella sua biblioteca erano presenti alcune opere teatrali: ad esempio l’Aiace di Foscolo, le opere di Molière, il Giulio Cesare e l’Otello di Shakespeare e tante altre, classici italiani, greci e latini e certamente ben più ampie furono le sue letture. 
E anche nei viaggi spesso si recava a teatro, come racconta nelle tante lettere scritte, che parlano di questo suo interesse. Diceva infatti che l’attività teatrale è un elemento importantissimo per la conoscenza di un luogo. 
Nelle tante lettere e nei diari di viaggio racconta con grande entusiasmo e ricchezza di particolari le serate che trascorre a teatro. Da tutto ciò risulta che egli fu uno spettatore attento e interessato, competente e dal gusto raffinato.
G. P. Pannini: “Festa al Teatro Argentina in Roma
per le nozze del Delfino di Francia” (1747) –
Museo del Louvre, Parigi

Belli scriveva spesso alla moglie
Destinataria privilegiata delle lettere è spesso proprio la moglie Mariuccia, che non risulta lo abbia mai accompagnato in alcun viaggio. Un menagè quello che Giuseppe Gioachino aveva instaurato con la moglie Mariuccia probabilmente improntato ad una classica divisione dei ruoli, dove alla donna era riservata una vita poco mondana fra le mura domestiche ad occuparsi dei figli e dei genitori, mentre il marito era sicuramente più libero di divertirsi.  
Sappiamo infatti che il teatro ai tempi di Belli, dopo secoli di proibizione imposti da Sisto V, che escludevano le donne dal palcoscenico,  imponeva che  le donne spettatrici  fossero accompagnate dal marito o fino alla fine del 700 da un cicisbeo.
E se a ciò aggiungiamo la riservatezza di Mariuccia, che era dieci anni più anziana del marito, madre e figlia di genitori anziani, tuttociò forse le impediva di accompagnare il consorte sia nei viaggi che quando andava a teatro...

Il teatro nei Sonetti
Per non parlare dei sonetti, dove il teatro è spesso protagonista, e che rappresentano come sempre una testimonianza  preziosa degli umori e degli eventi delle varie stagioni teatrali romane e degli artisti che le animavano, attori, compagnie, ballerine, acrobati e prestigiatori, per i quali non risparmia critiche o lodi a seconda dei casi. 
Nel 1832 Belli scrive un sonetto dedicato ai teatri romani, in cui si elencano quelli aperti in quella stagione che iniziava a Carnevale.
Il Sonetto costituisce un interessante spaccato di quello che offriva la città: quasi un elenco dei teatri che funzionavano.

Comunque anticipando la conclusione del sonetto, vediamo che come al solito è affidata al popolano che preferisce il teatro di marionette molto attivo a Roma in quei tempi.
In particolare i teatri Fiano, Ornano e il Casotto itinerante offrivano spettacoli di marionette dove si recitavano le grandi opere della tradizione cavalleresca. A questi si aggiungeva anche il teatro Naufragio poi Fenice anch'esso destinato a spettacoli di marionette.

Il teatro  Pace, che era stato eretto in legno nel 1691 nel rione Parione, era dedicato alla commedia e agli intermezzi, e venne chiuso per inagibilità nel 1853I teatri Pace e il Pallacorda erano, a detta dello stesso Belli, due teatri in cui veniva rappresentate commedie per il basso popolo. Sempre il Pallacorda aveva ospitato opere di Moliere e di Goldoni  e successivamente cambiò nome in Metastasio
Pannini - Music Festival Teatro Argentina
Il teatro Valle, di origine settecentesca, era destinato a spettacoli di prosa, ma non mancavano gli spettacoli di "opere buffe", come quando nel 1834 vi fu rappresentato L'elisir d'amore di Gaetano Donizetti.

In quella stagione del 1832 di Carnevale non funzionava il teatro Capranica, teatro annesso a un collegio di questo nome. Fuori gioco era il Pavone, teatrino domestico del duca Cesarini fFrancesco e che aveva il nome della via in cui aveva l'ingresso. Invece quasi certamente  sarebbe stato esposto il cartellone del Teatro delle Dame o D'Alibert, già glorioso nel '700 e poi decaduto a luogo di spettacolo di atleti equilibristi, cui Belli non risparmia una severa critica.
Il magnifico teatro Tordinona, creato nel '600 grazie a una fondazione delle regina Cristina di Svezia, aveva subito drammatiche vicende (incendio), e aveva cambiato nome in Apollo alla fine del 700. 
Nell'800 visse un periodo di splendore grazie alla gestione Torlonia e ospitò opere di Rossini e Donizetti e poi divenne il teatro verdiano per eccellenza.
L'Argentina  era stato costruito tra il 1731 e 32, poi ampliato negli anni '40 dell'800 quando Verdi dopo l'Ernani destinava alla rappresentazione in questo palcoscenico I Due Foscari, e  venne  di nuovo trasformato nel 1859-60, quando Belli era ancora in vita. Infine nel 1869 divenne proprietà del Comune.

Li teatri de Roma 
Otto teatri fanno (1) in sta staggione 
de Carnovale si mme s’aricorda: 
Fiani, Ornano, er Nufraggio, Pallaccorda, 
Pasce, Valle, Argentina e ttordinone. (2) 
Crepanica nun fa, manco er Pavone, (3)
ma c’è invesce er Casotto: (4) 
e ssi ss’accorda quello de le quilibbrie e bball’in corda, 
caccia puro Libberti (5) er bullettone. 
Nun ce sò Arcídi (6) grazziaddio cuest’anno, 
ché st’Arcídi sò arte der demonio, 
e cquer che fanno vede è ttutto inganno, 
Io però, si ddio vò, co Mmanfredonio 
vad’a ppiazzanavona, (7) che cce fanno la gran cesta der gran Bove d’Antonio (8).

15 gennaio 1832 - Der medemo 
[Versione I teatri di Roma.
Otto teatri agiscono in questa stagione da Carnevale se mi ricordo: Fiani, Ornano, il Naufraggio, Pallacorda, Pace, Valle, Argentina e Tordinona. Capranica non è aperto, neanche il Pavone, ma c'è invece il Casotto (dei burattini): e se si metterà d'accordo con quello che fa gli equilibrismi  e i salti sulla corda, anche il teatro Alibert tirerà fuori il programma. Quest'anno non ci sono Atleti grazie a Dio che sono arte del demonio, e quello che fanno vedere è tutto inganno. 
Io però se Dio vuole, con Manfredonio vado a piazza Navona che ci fanno le gesta di Bovo d'Antona.]
Teatro Apollo

Note. 1 Termine generico: qui per «agiscono». 2) I tre primi, Fiano ed Ornani, agiscono con marionette, ed anche il terzo che ha poi più recentemente cambiato il nome in teatro della Fenice. Il quarto ed il quinto, Pallacorda e Pace, sono i due teatri di commedia pel basso popolo. Il sesto, della Valle, è drammatico e per solito di opera buffa. Il settimo, Torre Argentina, già dava opera regia, ma in questi ultimi anni si è questa trasportata al rinomato magnifico teatro di Tordinona (Torre di Nona). 3) Capranica, teatro annesso a un collegio di questo nome. Talora si affitta ed agisce venalmente. Il Pavone era già teatrino domestico del Duca Cesarini Francesco, e prende ora il nome della via ov’ha ingresso. 4) Casotto vagante dei burattini. 5) Teatro delle Dame detto d’Alibert. 6) Alcidi. Atleti de’ quali è venuta moda dopo il francese Mathevet. 7)Cioè, al Teatro Ornani. 8) Le gesta di Bovo d’Antona. 
Belli censore teatrale e traduttore di opere teatrali.
Addirittura poi tra il 1852 e il 1853 rivestì anche la carica di censore per la morale politica: in tale veste espresse giudizi su melodrammi di Verdi e di Rossinitragedie di Shakespeare, commedie del francese Eugène Scribe
19 gennaio 1834 

11/01/18

Belli e il freddo

Nella Roma del Poeta Belli d'inverno si pativa il freddo.
Nelle epoche passate la situazione era addirittura più grave, in quanto almeno fino al 1368 nella città dei papi ci sono testimonianze che raccontano che non si trovavano camini nella maggior parte delle abitazioni. 
Allo stesso Giuseppe Gioachino Belli viene attribuita fama di freddoloso..ma chi in quelle epoche poteva non esserlo?
E così via con mantelli, ferraioli o tabarri che dir si voglia...

Il camino
I camini rappresentavano comunque un vero e proprio oggetto di lusso dai costi non certo indifferenti. E tali rimasero per le casupole abitate dal popolino.
Per le dimore signorili il caso era diverso..ma comunque il freddo si faceva sentire ovunque
Anche la presenza del camino spesso non bastava a riscaldare le grandi dimore come ad esempio il grande appartamento a palazzo Poli, dove Belli visse dopo il suo matrimonio con la contessa Maria Pichi. Il palazzo è lo stesso dove da un lato fu costruita la facciata monumentale di fontana di Trevi. 

Scaldini, scaldaletto e bracieri
Oltre al bel sonetto intitolato L'inverno, dove il Poeta mostra tutta la sua avversione per questa stagione, segue un altro sonetto dedicato agli strumenti allora a disposizione per contrastare il freddo come l'economico scaldino
Oggetto diffussissimo, in varie forme e materiali, aiutava a scaldarsi, anche per  salvarsi dai maledetti geloni... 
Così c'era lo scaldino portatite, che serviva soprattutto a riscaldare le mani o altre parti del corpo,  e quelli per scaldare il letto, che poteva essere veramente ghiacciato, anche a causa dell'umidità che a Roma, anche a causa del Tevere, non mancava mai.  A Roma il tipo fisso, a differenza dello scaldaletto che si passava fra le lenzuola prima di coricarsi, aveva l'ambiguo nome di prete (in altre regioni monaca..). E poi si utilizzavano i bracieri, ancora oggi in  uso in alcuni zone arretrate, per riscaldarsi.  
Il sistema utilizzato prevedeva di riempire di legna un braciere o contenitore, che inizialmente doveva essere messo all'aperto a causa del fumo, quindi si aspettava che la legna bruciando si trasformasse in brace e allora via a riempire scaldini e scaldaletti... mentre il braciere rientrava in casa per riscaldare stanze e persone sedute intorno. 
Soprattutto il popolo, che per i mestieri che faceva viveva quasi sempre all'aria aperta, pativa il freddo sia nelle casupole in cui mancava il riscaldamento, sia per strada e davanti alle botteghe aperte, o ai banchi del mercato
E così per riscaldarsi aveva la pericolosa abitudine di far ardere il fuoco in mezzo alle case, in terra, o dentro a cassoni ripieni di terra. Per tal motivo le strade, soprattutto quelle secondarie, dovevano spesso essere piene di fumo, che non potendo sprigionarsi di sopra ai tetti, danneggiava l'aria e i prospetti delle case, contribuendo a dare alla città quella tinta scura apprezzata da romani e forestieri, definita severa. 
In uso fino a '900 inoltrato, come braciere si utilizzavano anche economici contenitori di alluminio dove mettere la legna da ardere e..sembrava così di stare davanti a un caldo camino (vedi foto all'inizio di E. Gentilini).

I sonetti
Il primo sonetto è dedicato  all'inverno, che Belli definisce senza mezzi termini una stagione "porca". belli utilizza qui il termine giannetta per indicare  Il vento freddo e pungente di tramontana
Interessante notare che anche in quel tempo la fontana del Tritone, come in questi giorni freddi, si ghiacciava... 
Il secondo è dedicato allo scaldino negli ultimi versi contiene un riferimento ad un episodio biblico,  mentre il terzo al prete, nel senso di scaldaletto 
A proposito del sonetto sul prete, qui la satira si fa feroce contro il vecchio prete, che nonostante l'età, giocando sul doppiosenso fa una proposta oscena alla donna, che grazie alla prontezza tipica delle donne romane risponde per le rime....

868. L’inverno 
Sí, ppe vvoantri 1 è un’invernata bella 
ma ppe mmé ’na gran porca de staggione. 
Io so cche co sto freddo bbuggiarone 
nun me pòzzo 2 fermà lla tremarella. 3 
Fischia scerta ggiannetta 4 ch’er carbone 
se strugge come fussi carbonella. 5 
E annate a vvede 6 un po’ cche bbagattella 
de zazzera c’ha mmesso Tiritone. 7 
Sempre hai la goccia ar naso, e ’r naso rosso: 
se sbatte le bbrocchette 8 che ttrabballi: 
tramontane, per dia, 9 ch’entreno all’osso: 
stai ar foco, t’abbrusci e nnun te scalli: 
se’ iggnudo avessi 10 un guardarobba addosso... 
E cchiameno l’inverno? bbuggiaralli! 

Roma, 7 febbraio 1833 
Note - 1 Per voi altri. 2 Posso. 3 Tremito. 4 Brezzolina acuta. 5 Carbone leggero, formato con le legna spente de’ forni. 6 Andate a vedere. 7 Al Tritone, che getta in saliente di acqua a Piazza Barberini, si copre il capo nei grandi freddi come di una parrucca di ghiaccio. 8 Lo sbattimento degli ossi dei ginocchi l’un contro l’altro. 9 Per dia, invece di per dio. Transazione tra il vizio e lo scrupolo. 10 Sei ignudo, se pure avessi, ecc. 

Versione. Per voi sarà pure una bella invernata, ma per me è una stagione pessima. Io che con questo freddo dannato non posso fermare i brividi. Fischia una certa tramontana, e il carbone frigge come carbonella. E andate a vedere che razza di parrucca ha messo il Tritone [della fontana del Bernini, in piazza Barberini]. Hai sempre la goccia al naso e il naso rosso: sbatti le gambe e traballi: tramontane, per dio, che entrano nelle ossa: stai vicino al focolare, ti scotti ma non ti riscaldi: ti senti nudo anche se hai un intero guardaroba addosso… E desiderano l’inverno? Ma vadano alla malora! 

925. Li scardíni 1

1 Brungia! 2 E cco cquella pelle de somaro,
che sséguiti a ddormí ssi tte s’inchioda,
fai tanto er dilicato? Ih, un freddo raro!
nun ze trova ppiú un cane co la coda!

Ma ccazzo! Semo ar mese de ggennaro:
che spereressi? 3 de sentí la bbroda? 4
L’inverno ha da fà ffreddo: e ttiell’a ccaro
ch’er freddo intosta 5 l’omo e ll’arissoda 6

E ss’hai ’r zangue de címiscia 7 in der petto,
de ggiorno sce sò 8 bbravi scardinoni da potette 9 arrostí ccome un porchetto;
e dde notte sce sò ll’antri foconi
c’addoprava er re Ddàvide in ner letto

pe ppijjà cco ’na fava du’ piccioni. 10


Roma, 21 febbraio 1833 
Versione. Gli scaldini. Fregna! E con quella pelle dura, che continui a dormire anche se ti si inchioda, fai tanto il delicato. Ih che freddo raro! Non si trova più un cane con la coda. Ma cazzo! siamo a gennaio: che spereresti? di sentire aria calda? L'inverno deve fare freddo: e tieni in considerazione che il freddo indurisce l'uomo e lo rassoda. E se hai sangue di cimice nel petto ( cioè hai freddo) di giorni ci sono bravi scaldini che ti possono arrostire come un porchetto; e di notte ci sono altri bracieri, che adoperava re David nel letto per prendere una fava con due piccioni (Si riferisce a un episodio biblico sul vecchio re David, che non riusciva a scaldarsi e perciò gli procurarono una giovane vergine per giacere con Lui e scaldarlo ma..il re troppo vecchio non la conobbe e..quindi prese solo un piccione...)

Scaldaletto
chiamato Prete
Note - 1 Caldani: caldanini. 2 Questa interiezione si adopera allorché alcuno si pone in sullo squisito. Il vocabolo è così alterato sulla stessa alterazione volgare di bruggna (prugna) per imitare la ricercatezza o la pretensione del beffeggiato. 3 Spereresti. 4 Aria calda. 5 Indurisce. 6 Lo rassoda. 7 Cimice. 8 Ci sono. 9 Poterti. 10 Proverbio.


751. Er prete 
Jeri venne da mé ddon Benedetto
 pe ffamme 1 arinnaccià cquattro pianete;
 e vedenno un riarzo drent’ar letto, 
me disse: «Sposa, 2 cqua cche cce tienete?
 Io j’arispose che cciavevo er prete 3
 pe nnun stamme 4 a addoprà llo scallaletto;
 e llui sce partí 5 allora: «Eh, ssi 6 vvolete,
 sò pprete io puro»: e cqua fesce l’occhietto. 
Capite, er zor pretino d’ottant’anni
 che stommicuccio aveva e cche ccusscenza
 cor zu’ bbraghiere e cco li su’ malanni?
 Ma ssai che jje diss’io? «Sora schifenza, 
che ccercate? La freggna che vve scanni? 
Io non faccio peccato e ppinitenza». 
Rona, 15 gennaio 1833 

Note- 1 Farmi. 2 Pronunciata con la o chiusa. 3 Utensile di legno, mercé il quale si sospende un caldanino fra le coltri del letto. 4 Starmi. 5 Partirci vale quasi: «prendersi una libertà di dire o di fare»; e simile verbo si pronuncia con un tal suono di ironia. 6 Se. 

Versione. Il prete. Ieri venne da me don Benedetto per farmi riparare quattro pianete; e vedendo il rialzo dentro il letto, me disse " Sposa, qua che cosa ci tenete? Io risposi che ci avevo il prete per non adoperare lo scaldaletto ( strumento metallico pieno di brace che si muoveva nel letto) e alllora " eh sw volete, sono prete anche io" e qua feve l'occhietto. Capite, il sor pretino di ottanta anni che stomacuccio aveva e che coscienza col suo cinto ernario e co i suoi malanni? Ma sai che gli dissi io? " sora schifezza, che cercate? La vagina che vi uccida? Io non faccio peccato e penitenza".

06/01/18

Belli e la festa della Befana

Piazza Navona,
anni '50
Il 6 gennaio del 1845 Giuseppe Gioachino Belli scrive tre sonetti dedicati alla festa della Befana, che si festeggiava proprio quel giorno.
Belli in quell'inizio di anno ha ottenuto finalmente la giubilazione, cioè l'attuale pensione, da pochi giorni e precisamente dal 3 gennaio 1845. 
Da parecchi anni il Poeta è vedovo e dal suo matrimonio con la contessa Maria Pichi è nato l'amatissimo figlio unico Ciro, che essendo nato nel 1824, era già grande per aspettare la Befana. Sono anche gli ultimi anni in cui il grande Poeta romanesco scrive i Sonetti.

I tre Sonetti dedicati alla Pasqua bbefania
In quel periodo, questa festa, proprio per la sua importanza, manteneva il nome antico di Pasqua bbefania
I Sonetti sono tre, quasi una commedia divisa in tre tempi: La vigilia, la notte e la mattina della festa.
Sono dedicati a questa festa molto importante nel calendario romano: la festa dei bambini, che ricevevano doni portati attraverso la cappa del camino dalla vecchia Befana . Dobbiamo ricordare che in quel periodo, i regali ai bambini erano portati solo ed esclusivamente dalla Befana e perciò si può immaginare quanto era aspettata da ogni bambino. 
Così anche i genitori più poveri facevano di tutto per far trovare nella calza che si appendeva al camino qualche giocherello, qualche dolcetto..insieme a un pezzetto di carbone, segno delle punizioni ricevute nell'arco dell'anno per le marachelle fatte.

Preparativi per la festa
Belli nei Sonetti ci fa percepire il brusio della folla,  che in quel giorno di vigilia girava alla ricerca dei regali. La zona affollata citata da Belli non è piazza Navona, dove il mercatino fu trasferito solo dal 1872, ma quella di piazza Sant'Eustachio e piazza dei Caprettari,  che dall'Avvento alla Befana si riempiva di casotti di legno, che vendevano giocherelli, dolciumi e personaggi dei presepi.
Ma la situazione caotica non era diversa anche un pò più il là verso la via del Sudario, vicino a via del Monte della farina, dove Belli era andato ad abitare in quegli anni
B.Pinelli
La Befana
Altra nota di colore è quella dedicata ai bottegai romani che, ieri come oggi, approfittavano della gran richiesta per aumentare i prezzi.
Anzi il popolano, che parla nel sonetto, tiene a precisare che, visto i prezzi, ai suoi bambini farà i regali nella settimana successiva. 
Cioè in tempo di svendita!!

Nel secondo sonetto la scena cambia e si svolge in una qualunque casa romana, dove un bambino fa capricci dettati dall'ansia, affichè la notte passi in fretta per vedere i regali che la Befana porterà.

Nel terzo sonetto vengono descritti i vari tipi di giochini, che i bambini di quell'epoca poteva aspettarsi di trovare: arlecchino, trombette, pulcinella,
cavallucci, sediole, piccoli ciufoli, carrettini, cuccú, fucili, vasetti, sciabole, tamburelli.
Ovviamente non poteva mancare un riferimento alla golosità dei preti nei confronti dei dolcetti portati dalla befana. 

I Sonetti 2095. Pasqua bbefania. La viggijja de pasqua bbefania

La bbefana, a li fijji, è nnescessario
de fajjela domani eh sora Tolla?
In giro oggi a ccrompà cc’è ttroppa folla.
A li mii je la fo nne l’ottavario.

A cchiunque m’accosto oggi me bbolla:
e ccom’a Ssant’Ustacchio è cqui ar Zudario.
Dunque pe st’otto ggiorni io me li svario;
e a la fine, se sa, cchi vvenne, ammolla.


Azzeccatesce un po’, d’un artarino
oggi che ne chiedeveno? Otto ggnocchi;
e dd’una pupazzaccia un ber zecchino.

Mó oggnuno scerca de cacciavve l’occhi;
ma cquanno sémo ar chiude er butteghino,
la robba ve la dànno pe bbajocchi.



Versione. La vigilia di Pasqua Epifania. La befana (cioè i doni), ai figli, è necessario fargliela domani eh signora Tolla? In giro oggi a comperare c’è troppa folla. Ai miei figli gliela faccio tra otto giorni. Qualunque bottega a cui mi avvicino oggi, mi dà una batosta: è così ovunque, a Sant’Eustachio come qui al Sudario. Dunque per questi otto giorni io li distraggo (i figli, con qualche scusa); e alla fine, si sa, chi vende deve cedere. Indovinate un po’ per un altarino oggi che cosa m’hanno chiesto? Otto scudi; e per una bambola scadente un bello zecchino. Ora ognuno cerca di cavarvi gli occhi; ma quando saremo alla chiusura del botteghino, la roba ve la danno per pochi baiocchi..

2096. Pasqua bbefania. La notte de pasqua bbefania

«Mamma! mamma!». «Dormite». «Io nun ho ssonno».
«Fate dormí cchi ll’ha, ssor demonietto».
«Mamma, me vojj’arzà». «Ggiú, stamo a lletto».
«Nun ce posso stà ppiú; cqui mme sprofonno».

«Io nun ve vesto». «E io mó cchiamo Nonno».
«Ma nun è ggiorno». «E cche mm’avevio detto
che cciamancava poco? Ebbè? vv’aspetto?»

«Auffa li meloni e nnu li vonno!».

«Mamma, guardat’un po’ ssi cce se vede?»
«Ma tte dico cch’è nnotte». «Ajo!». «Ch’è stato?»
«Oh ddio mio!, m’ha ppijjato un granchio a un piede».

«Via, statte zzitto, mó attizzo er lumino».
«Sí, eppoi vedete un po’ cche mm’ha pportato
la bbefana a la cappa der cammino».


Versione: La notte di Pasqua Epifania. Mamma! mamma! - Dormite. - Io non ho sonno. Fate dormire chi ce l'ha, signor demonietto. Mamma, mi voglio alzare. - Giù, stiamo a letto. Non ci posso stare più; qui mi sprofondo. Io non vi vesto. - E io ora chiamo nonno. Ma non è giorno! - E che mi avevate detto, che ci mancava poco? Ebbene? Vi aspetto? Uffa, i meloni gratis, e non li vogliono! Mamma, guardate un po’ se ci si vede (cioè se fuori c'è luce, se è già l’alba). Ma ti dico ch’è notte. - Ahi! - Ch'è stato? Oh dio mio!, m'ha preso un crampo a un piede. Via, - Sta’ zitto, ora accendo il lumino. Sì, e poi vedete un po' che cosa mi ha portato la befana a la cappa del camino. 

2097. Pasqua bbefania. La matina de pasqua bbefania

Ber vede è da per tutto sti fonghetti,

sti mammocci, sti furbi sciumachelli,
fra ’na bbattajjeria de ggiucarelli
zompettà come spiriti folletti!

Arlecchini, trommette, purcinelli,

cavallucci, ssediole, sciufoletti,
carrettini, cuccú, schioppi, coccetti,
sciabbole, bbarrettoni, tammurrelli...

Questo porta la cotta e la sottana,

quello è vvistito in càmiscio e ppianeta,
e cquel’antro è uffizzial de la bbefana.

E intanto, o pprete, o cchirico, o uffizziale,

la robba dorce je tira le deta;
e mmamma strilla che ffinissce male.

Versione. La mattina di Pasqua Epifania. Un bel vedere è saltellare come spiriti folletti tutti questi funghetti, questi marmocchi, questi furbi zufoletti, fra una batteria di giocarelli. Arlecchini, trombette, pulcinella, cavallucci, sediole, fucili, coccetti, sciabole, berrettoni, tamburelli...Questo è vestito da prete, quello è vestito da chierico e quell'altro da ufficiale  della Befana. E intanto, o prete, o chierico, o ufficiale, i dolcetti tirano loro le dita; e mamma strilla che finisce male.