01/07/18

G.G.Belli e l'aria cattiva di Roma

G.P. Pannini - Festa del Lago di piazza Navona 
1756
Roma giugno 1845,
faceva già caldo..    E, proprio a causa dall'arrivo dell'estate che si presagiva sarebbe stata,
come spesso accadeva, afosa, soffocante, il Poeta Belli scrive un sonetto intitolato: L'aria cattiva...

La calura estiva (1)
Varie sono le testimonianze che riferiscono dellaria afosa, opprimente, del caldo soffocante e snervante che c'era a Roma nelle poche passatee che di notte rendeva difficile dormire e di giorno rendeva faticoso svolgere qualsiasi tipo di occupazione. 
E così chi se lo poteva permettere lasciava la città per i più freschi Castelli romani. Non è un caso che i pontefici si trasferivano nel bel palazzo pontificio di Castelgandolfo....sui Colli Albani, circa venti chilometri a sud di Roma. Luogo prescelto come luogo di villeggiatura da molti papi, a cominciare da Urbano VIII subito dopo la sua elezione a pontefice (1623) e a finire sotto il recente pontificato di Benedetto XVI (2005-2013).
A. Pinelli,
Cocomerari a piazza Navona
Il popolino, che non conosceva la villeggiatura, conviveva con i malesseri derivanti dal caldo afoso:  spossatezza, sudorazione, sbalzi pressori... reagiva con semplici rimedi come una bella fetta di cocomero o una immersione in Piazza Navona allagata o facendo il bagno, anche se era vietato, nelle vasche delle belle fontane romane...
E Roma da questo punto di vista era comunque una privilegiata, perchè l'acqua abbondava fin dai tempi più antichi....
Il caldo e le malattie 
L'arrivo del caldo spesso era accompagnato da problemi più seri, come le terribili epidemie di colera e anche le febbri
malariche che spesso mietevano vittime. 
Malattie favorite dalle carenti condizioni igieniche della città eterna,  dalla mancanza di servizi igienici nelle abitazioni e dalla vicinanza con zone paludose. E la medicina non era ancora in grado di affrontare situazioni così difficili.....

E' nota la paura di Belli per le malattie, e non va dimenticato che la moglie Mariuccia era morta per il colera proprio durante l' estate del 1837. Di questa terribile epidemia, diffusasi a Roma dal 1836 e proveniente dal Regno di Napoli, resta il ricordo dell'impressionante numeri dei morti, che vengono indicati in una "Statistica Ufficiale" a metà del 1838: 2551 uomini e 2868 donne per un totale di 5419 morti. 
Ma  il censimento di Pasqua dà nel 1837 una cittadinanza di 156.552 abitanti e nel 1838 di 148.903, per una differenza di 7649; tanti evidentemente sono stati i morti per il colera.
Il sonetto
Belli scrive vari sonetti dedicati all'estate, al caldo estivo, e parecchi proprio al colera....ma in questa occasione  in particolare ci interessa un sonetto scritto nel giugno del 1845 e intitolato: L’aria cattiva.
Qui Belli invita, con grande impeto, i forestieri ad andarsene da Roma per paura del caldo e delle malattie. Il caldo che stringe in una morsa Roma a luglio e agosto è definito come il giudizio universale che  può portare alla portava alla morte tutti...

L’aria cattiva
Scappate via, sloggiate, furistieri:
fora, pe ccarità, cch’entra l’istate.
Presto, fate fagotto, sgommerate,
ché mmommó a Rroma sò affaracci seri.

Nun vedete che ppanze abburracciate?
che ffacce da spedali e ccimiteri?

Da cqui avanti, inzinenta li curieri
ce mànneno le lettre a ccannonate.

Si arrestate un po’ ppiú, vve vedo bbrutti,
ché cqui er callo è un giudizzio univerzale:
l’aria de lujj’e agosto ammazza tutti.

Pe ppiú ffraggello poi, la ggente morta
séguita a mmaggnà e bbeve, pe stà mmale
e mmorí ll’ann’appresso un’antra vorta.


[Versione

Scappate via, allontanatevi forestieri, fuori per carità che entra l'estate.
Fuori, preparate i fagotti, sgomberate, che adesso a Roma sono affari seri. 
Non vedete che pance gonfie ? che facce da ospedali e cimiteri?
Da qui in avanti, i corrieri consegnano le lettere con il cannone.


Se restate un pò di più, vi vedo brutti, 
che qui il caldo è come il giudizio universale: l'aria di luglio e agosto ammazza tutti.
Per maggiore flaggello poi, la gente, sebbene sia quasi morta, 
continua a mangiare e a bere, per star male e morire l'anno appresso un'altra volta]
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 1) vedi Luigi Ceccarelli,  Antologia dell'insopportabile caldo romano

12/06/18

G.G Belli e il degrado di Roma "Caput mundi"


La Roma dei tempi in cui visse G.G. Belli era ancora una città a misura d'uomo, il cui tessuto urbano si sviluppava tutto entro le mura. 

E il poeta Belli, che cambiò molte abitazioni nel corso della sua vita, abitò sempre nella bellissima Roma del centro storico. 
Nacque vicinissimo  a piazza Sant'Eustachio e a piazza del Pantheon, poi da sposato andò nel palazzo adiacente addirittura alla splendida Fontana di Trevi, poi una volta vedovo andò ad abitare in via Monti della Farina, oggi traversa di Corso Vittorio Emanuele, e infine morì in una casa, poi demolita, in vicolo dè Cesarini, oggi fra via dei Cestari e largo delle Stimmate. 
[Per approfondire il tema delle abitazioni belliane clicca qui..],

Insomma al Poeta bastava uscire di casa, fare due passi e ammirare ..la robba che ciavemo qui..., come dice a proposito dei monumenti nel Sonetto Roma capumunni.

Belli e l'amore per Roma antica.
G.G. Belli era un ammiratore della Roma antica, quella la cui grandezza si poteva ancora ammirare grazie ai tanti monumenti sparsi per la città, tutti testimonianza  di un glorioso passato. 
E chi non può esserlo!!!
Anche se il suo interesse maggiore, quando cominciò a scrivere i 2279  Sonetti, era quello di guardare ad una Roma viva, fatta di carne e non alla Roma fatta di pietra, e talvolta in parecchi Sonetti emerge un senso di orgoglio, una stupefatta ammirazione per le Mirabilia Urbis disseminate ovunque nella città. 
Casa in demolizione
in vicolo dei Cesarini,
dove G.G. Belli morì
Del glorioso passato di Roma rimangono un gran numero di rovine e monumenti, risalenti a periodi diversi, in quanto la storia di Roma è stata molto lunga, quasi più di mille anni.
Roma è stata infatti capitale di un impero universale e in seguito della Chiesa universale, crocevia di pellegrini, di papi, di vescovi e imperatori. 
«Se vvoi fa’ quello che te pare a Roma te devi fa’ prete», così un detto recitava. 

Roma caput mundi
Nell'ottobre del 1831, mentre si trovava fuori Roma, forse preso dalla nostalgia, scrive proprio uno di questi sonetti dedicati a Roma eterna
Già il titolo è indicativo: Roma caput mundi.
L'espressione latina caput mundi, riferita alla città di Roma, significa capitale del mondo noto, e si ricollega alla grande estensione raggiunta dall'impero romano tale da fare - secondo il punto di vista degli storiografi imperiali - della città capitolina il crocevia di ogni attività politica, economica e culturale .

La Roma del Sonetto. 
Nel Sonetto Roma capomunni, dopo una atteggiamento di orgoglio del romano di fronte ai grandiosi resti della millenaria e formidabile storia della sua città,  Belli fa delle affermazioni poco chiare e contraddittorie
Cita "cose meravigliose" di Roma, che però sono indicate con il termine buggere.
Cioè vale a dire che i monumenti sono fregature, i ricordati Mirabilia Urbis sono cose meravigliose, ma ingannevoli

Degrado di Roma. Forse anche Belli, in quei tempi ormai lontani, è colpito dal degrado di quella che era stata la città più bella e potente del mondo, e che invece in quei tempi accusava una sostanziale perdita d'importanza, di cui il Poeta prova molto rammarico.

E la causa di tutto ciò era da imputare agli odiati francesi. 

Di qui un aperto atteggiamento di accusa nei confronti dei francesi nella persona di François Cacault, politico e diplomatico, che fu uno dei negoziatori a Roma del Concordato del 1801 e poi ministro plenipotenziario a Roma dal 1802 al 1803.

E proprio in questo senso di decadenza, di degrado che vede nella Roma dei suoi tempi, rispetto alla Roma dal glorioso passato, che deve essere cercato il vero significato dell'uso del termine buggere.. 

Figuriamoci, se per uno scherzo del destino, G.G.Belli potesse vedere come è ridotta oggi Roma, come
F.Cacault
la definirebbe? 



Roma capomunni 
Nun fuss’antro pe ttante antichità 
bisognerebbe nassce tutti cquì, 
perché a la robba che cciavemo cquà 
c’è, sor friccica 1 mio, poco da dí. 
Te ggiri, e vvedi bbuggere de llí: 
te svorti, e vvedi bbuggere de llà: 
e a vive l’anni che ccampò un zocchí 2 
nun ze n’arriva a vvede la mità. 
Sto paese, da sí cche 3 sse creò, 
poteva fà ccor Monno a ttu pper tu,
 sin che nun venne er general Cacò. 4 
Ecchevel’er motivo, sor monzú, 
che Rroma ha perzo l’erre, 5 
e cche pperò de st’anticajje nun ne pô ffà ppiú. 

Terni, 5 ottobre 1831 - Der medemo  1. Nome di scherno. 2. Un non-so-chi. 
3. Da quando. 4 Principio della Repubblica Francoromana. 5 Perdere l’erre: perdere il di sopra, la importanza, e i simili. 

[Versione, Roma Caput Mundi. 
Non fosse altro per le tante cose antiche bisognerebbe nascere tutti qui, perchè, sor Friccica mio, c'è poco da dire alle cose che abbiamo qui. 
Ti giri, e vedi cose meravigliose di lì: ti volti, e vedi cose meravigliose  di là: e anche se si vivesse gli anni che campò non so chi sia non si arriverebbe a vederne la metà. Questo paese, da quando che è stato creato, poteva fare con il Mondo a tu per tu, finchè non venne il generale Cacault. Eccovi il motivo, signor monsignore, che Roma ha perso l'importanza, e che però di queste cose antiche non ne può fare altre.]

21/05/18

G.G. Belli e il miracolo delle madonne che muovevano gli occhi.

Nell’inverno del 1796, mentre le truppe napoleoniche avanzavano verso lo Stato Pontificio, seminando terrore al loro passaggio, in quei territori successe un fatto inspiegabile: un centinaio d’immagini, la maggior parte delle quali raffiguranti la Vergine Maria, cominciarono ad evidenziare strani fenomeni.
Occupata Ancona e sbaragliati i pontifìci, i Francesi dilagano: Roma non ha più speranze. 
Il papa Pio VI ordina preghiere, digiuni, cerimonie propiziatrici; si invoca soprattutto la Madonna, venerata nella capitale della cristianità in modo speciale attraverso le migliaia di «madonnelle stradarole» che fanno della città intera un vero e proprio Santuario mariano a cielo aperto.

Così a Roma per quasi venti giorni, a partire dal 9 luglio di quell’anno, parecchie immagini della madonna e alcune madonnelle  mossero  gli occhi e versarono lacrime. 
La gente correva di qua e di là a vedere i miracolosi movimenti di occhi; occorreva far intervenire la forza pubblica per disciplinare gli accessi.
I primi gli occhi ad animarsi furono quelli della Madonna detta “dell’Archetto“, in via San Marcello, nel rione Trevi, e il prodigio proseguì.
Il fenomeno  fu molto ampio, perchè un certo punto si contano ben centoventidue immagini miracolose in tutti gli Stati del Papa.
E l’autorità ecclesiastica dovette istituire dei processi di accertamento per verificare la veridicità dell’evento.

Le madonnelle. Madonnelle”  sono comunemente chiamate dai romani  le edicole sacre, solitamente di soggetto mariano, che si trovano agli angoli dei vecchi palazzi, di torri, di campanili. Dipinte ad affresco o sulla tela, scolpite in rilievo sul marmo o sulla terracotta, realizzate con la tecnica del mosaico, rappresentano l’espressione popolare della devozione verso la Madonna che, in alcuni casi, ha dato luogo a vere e proprie opere d’arte. 
Inoltre le stesse avevano anche la funzione di far luce, con i loro lumi votivi, la notte  di chi si avventurava in una Roma completamente buia.

Arrivo a Roma dei francesi. In quel tempo Roma fu invasa e depredata dei suoi tesori; perfino l’Archivio Vaticano, la memoria storica dell’Occidente, fu portato via; il centro del Cristianesimo fu trasformato in Repubblica giacobina e ben due Papi vennero deportati in Francia; uno, Pio VI ( 1775-1799), morì in carcere in Francia, mentre il successore Pio VII(1800-1823) per quasi 5 anni fu ostaggio nelle mani francesi.
Le immagini coinvolte nel prodigio.
L’istruttoria dell’autorità ecclesiastica portò a concludere che ventisei immagini della Madonna erano state coinvolte nel prodigio, anche se le testimonianze raccolte erano state relative a un numero ben maggiore.
Le indagini, nonostante lo scetticismo di molti, portarono le autorità a dichiarare che, a muovere gli occhi, fossero state la Madonna dell’Archetto, in vicolo San Marcello, la Madonna della Pietà in vicolo delle Bollette (sulla targa in latino vi è scritto “ il 9 luglio 1796 Ella posò i Suoi occhi sui loro cuori mostrando loro la grandezza delle Sue opere”), la Madonna del Rosario, in via dell’Arco della Ciambella, la Madonna dell’Addolorata, oggi in piazza del Gesù, spostata qui dal rione Sant’Eustachio, la Madonna della Divina Provvidenza, in via delle Botteghe Oscure.

Spiegazione degli eventi prodigiosi. 
Non a caso, sia ad Ancona che a Roma, i prodigi del 1796 cominciano di sabato, giorno tradizionalmente consacrato al culto di Maria. 
Il "miracolo" fu spiegato con il volere della madonna di rivolgersi ai suoi figli, che glielo chiedevano, con «quegli occhi suoi misericordiosi», ed è un gesto che tutti i testimoni  comprendono perfettamente: ne fanno fede gli atti ufficiali.
Madonnella
 a via delle botteghe oscure
Ancora oggi, in Roma e in Ancona (ma anche altrove), lapidi e iscrizioni ricordano i miracoli di quell’anno straordinario. A Roma, una delle più visibili la si trova in via delle Botteghe Oscurevicino a quella che un tempo fu la sede storica del Partito Comunista italiano. La «madonnella» c’è ancora,  circondata, ora come allora, di "ex-voto" per grazia ricevuta.
E tornando ai miracoli degli occhi di Maria, molto probabilmente, la Madre di Dio volle rassicurare i suoi figli: non si preoccupino, perché quanto stava accadendo era stato supernamente previsto e doveva accadere, e la protezione di Maria non sarebbe venuta meno. Scavando nel passato si scopre che fin dal XV secolo gli astrologi avevano predetto un colossale rivolgimento sociale e politico a partire dalla Francia e dal 1789. Impressionanti profezie, anche di santi come Benedetto Giuseppe Labre (la cui ricognizione canonica in vista della beatificazione non a caso avvenne il giorno precedente il primo miracolo romano), avevano avvisato.

Belli e l'evento straordinario.
Il Belli nel 1835 scrisse un sonetto assai ironico ricordando quell' evento straordinario. Il Poeta, che era nato nel 1793, cioè pochi anni prima del miracolo, probabilmente nella sua giovinezza aveva sentito parlare di un fatto così straordinario. 
E così in questo sonetto, cercando nella sua memoria, ripropone questo evento straordinario, insinuando maliziosamente la possibilità che i preti e quindi la chiesa di Roma, più che accertarsi del miracolo, sentissero la necessità di sfruttare lo stesso a fini economici.   
SEMO DA CAPO
Currete, donne mie; currete, donne,
A ssentė la gran nova c'hanno detto:
Ch'a la Pedacchia, ar Monte e accanto ar Ghetto
Arïoprono l'occhi le Madonne.
La prima nun ze sa, ma j'arisponne
Quella puro de Borgo e de l'Archetto.
Dunque dateve, donne, un zercio in petto,
E cominciate a dė crielleisonne.
Oh dio! che sarā mai st'arïuperta
Doppo trentasei anni e e mesi d'ozzio?
Battaje, caristėe, ruvina certa.
Se troveno perō cert'indiscreti
Che vanno a bisbijā che sto negozzio
È un antro butteghino de li preti.

17 novembre 1835

[Versione. Siamo da capo. Correte, donne mie; correte, donne. Ad apprendere la gran notizia che è stata data: che a via della Pedacchia, al Monte e presso il Ghetto Riaprirono gli occhi le Madonne. Non si sa chi sia stata la prima, ma fanno lo stesso anche quella di Borgo e dell'Archetto. Dunque, donne, percuotetevi il petto 2, e cominciate a recitare il Kyrie Eleison 3. Oh dio! Cosa vorrā mai dire questa riapertura Dopo trentasei anni e rotti di inattivitā? Certamente battaglia, carestie, rovina. Ci sono perō alcuni indiscreti che mormorano in giro che questo affare è un altro modo dei preti per far soldi.]

Note - 1. - Via della Pedacchia era il nome di via Giulio Romano prima del 1870, poi scomparsa (per maggiori dettagli si veda la pagina relativa di la Roma Perduta di Ettore Roesler Franz, nella sezione C'era una volta a Roma...). Il Monte di Pietā č il banco dei pegni pubblico istituito da Paolo III nel 1539, a cui Clemente VIII sul finire del '500
diede sede definitiva nella piazza omonima, nel rione Regola.
Il ghetto era l'area entro cui gli ebrei di Roma furono
costretti a risiedere dal 1555 al 1870, nel rione Sant'Angelo
(per maggiori dettagli si veda la sezione Curiositā Romane).
2. - Letteralmente "datevi un sasso in petto".
3. - "Signore, pietā".
4. - Riapertura degli occhi.

09/05/18

G.G. Belli e il giornale "Cracas"

A Roma un precursore dei giornali fu il famoso Diario di Roma o Diario d'Ungheria, detto comunemente Cracas, che comparve il 5 agosto 1716 per iniziativa di Luca Antonio Chracas e di suo figlio Giovanni, con il primitivo intento di rendere di pubblico dominio le notizie della guerra che si combatteva in Ungheria fra l'imperatore Carlo VI e il sultano Achmet III. 
Le notizie giungevano a Roma da Vienna per mezzo del corriere ordinario. 
L’idea ebbe fortuna: cessata nel 1719 la guerra, il giornale seguitò ad uscire e divenne in breve tempo il più importante di Roma 
Per quarant’anni, fino al 1771 anno della sua morte, la redazione del giornale fu completamente nelle mani di Caterina Chracas, figlia anch'essa di Lucantonio e arcade romana. 

Le succederanno nel tempo l'abate Vincenzo Giannini, Gaetano Cavalletti, l'abate Pietro Magnani e Giovanni de Angelis.
Vicende del giornale

Nel corso degli anni il giornale ebbe alterne vicende. 
Era di formato molto piccolo, con un numero di pagine che varia da 12 a 34; a volte era presente un supplemento, detto Aggiunta, Succinto Diario, Diario aggiunte, di dodici pagine. 

Fino al 1894 il Cracas pubblicò, in breve o per esteso, gli avvenimenti religiosi, politici e militari della città e le notizie che ad essa pervenivano dall'Italia e dall'estero, diventando per i posteri una ricchissima fonte di notizie per ricostruire storia e soprattutto cronaca di quei due secoli.

Inizialmente usciva il sabato con il titolo Diario Ordinario d'Ungheria, riportando notizie esclusivamente militari provenienti dall’estero; a partire dal 1718, diventò bisettimanale e vi cominciarono a comparire cenni di cronaca romana, il titolo cambiò in Diario Ordinario e tale rimase fino a tutto il 1774.

Dal 1721 il Diario, generalmente di dodici pagine, si stampò tre volte alla settimana: 
  • il mercoledì portava le notizie dall'Italia e dall'estero
  • il venerdì solo dall'estero, 
  • il sabato solo da Roma, con ventiquattro pagine, che possono arrivare anche a trentasei quando vi si aggiungevano notizie estere. Nelle notizie del sabato sono comprese anche quelle ecclesiastiche. 
Dal 1768 si passò a due numeri settimanali
  • il venerdì con le notizie prima dall'Italia e poi dall'estero 
  •  il sabato con le notizie da Roma. 
La vita del giornale seguitò ad essere molto movimentata, nella forma e nella continuità: durante la Repubblica Romana non uscì dal 15 dicembre 1798 al 5 ottobre 1799; successivamente cambiò il titolo in Diario di Roma, poi sospese le pubblicazioni nel luglio 1809, quando il Papa venne “deportato” in Francia da Napoleone. 
Riapparve nel 1814 con la Restaurazione e nel 1848 la testata si trasformò definitivamente in Gazzetta di Roma. 

Belli leggeva il Cracas. 
Senza dubbio anche il poeta Belli, da uomo curioso qual era, si informava sugli avvenimenti della sua epoca tramite la lettura di questo giornale
E all'epoca non c'era altro modo per tenersi informati.

Le stragi di Cesena e Forlì riportate dal Cracas.
Nel sonetto di Belli intitolato Le notizie de l’uffisciali si ha testimonianza proprio dell'importanza del Cracas per conoscere le notizie di guerra tempestivamente.
Qui la voce del poeta è quella del decano (cioè il più anziano servitore) della contessa Pichi,  moglie del Poeta. 
La scenetta  è ambientata nel famoso caffè del Veneziano, sito in piazza Sciarra dove era anche la tipografia del Cracas,  e riporta le notizie degli avvenimenti del 20 e 21 gennaio 1832, noti come le stragi di Cesena e Forlì, episodi di repressione delle rivolte popolari, avvenuti nelle due città ad opera delle truppe pontificie, guidate dal cardinale Giuseppe Albani, che conclusero i moti liberali iniziati nel 1831 nel corso del pontificato di Gregorio XVI. In tale occasione le truppe pontificie compirono atrocità nella repressione contro gli insorti. 


Belli segnala versioni diverse degli avvenimenti.
Interessante è una nota scritta da Belli sulle discrepanze circa la dinamica degli incidenti e il numero dei morti relativi all'episodio di Cesena. 
Anche all'epoca le poche fonti di cui si poteva disporre mostravano una certa discordanza e quindi era difficile arrivare alla verità.
Ovviamente dovevano esserci stati degli interessi soprattutto da parte del governo a attribuire la colpa dell'insorgenza ai ribelli.  
E il giornale "ufficiale" Cracas seguì questa linea. Di diverso parere invece fu quanto riportato  quanto scritto nel Diario del principe Chigi,  e in una lettera dallo scrittore francese Stendhal.

Questo che segue è uno dei Sonetti in cui è chiaro il riferimento al Cracas.

Le notizzie de l’uffisciali 1
 Verzo ventitré ora er padroncino 
me fesce curre ar Cacas 2 co ttre ffichi 3 
a ccrompà callo callo 4 er bullettino
 de la bbattajja contro a li nimmichi. 
Pe cquesto ar Venezziano 5 llí vviscino 
disse er decan de la Contessa Pichi 
che l’esercito nostro papalino
ha ffatto ppiú bbrodezze 6 de l’antichi. 
Disce che uperto a ffir de cannoneggio 7 
er paese de Bbraschi e Cchiaramonti, 8 
ce fu ’na spizzicata 9 de saccheggio, 10 
e cche ddoppo passati su li ponti, 11 
cuanno funno 12 a Ffrollí fesceno peggio. 13 
Pe mmorti poi s’ha da tirà li conti. 14 

[Versione. Le notizie ufficiali.
Verso le 23 il padroncino mi fece correre al Cracas con tre baiocchi a comprare caldo caldo il bollettino della battaglia contro i nemici. Per questo, al caffè del Veneziano lì vicino, il decano della Contessa Pichi (moglie del Poeta), disse che il nostro esercito papalino aveva fatto più prodezze degli antichi. Dice che aperto a colpi di cannone il paese dei papi Braschi e Chiaramonti, cioè Cesena, ci fu un pò di saccheggio, e che dopo esser passati sui ponti, quando furono a Forlì fecero peggio. Quanto ai morti poi, si devono tirare i conti.

5 febbraio 1832 - De Pepp’er tosto 
Note. 1 Notizie ufficiali relative alle giornate del 20 e del 21 gennaio 1832. 2 Stamperia Cracas e gabinetto de’ fogli in Piazza di Sciarra. 3 Tre baiocchi. 4 Appena fatto; traslato preso dal pane che si sforna. 5 Nel contiguo caffè detto del Veneziano, sogliono convenire i servitori decani delle sale nobili, ed ivi sentenziare per diritto e per rovescio su tutto. 6 Prodezze. 7 Analogia di «a fil di spada». 8 Cesena. 9 Alquanto. 10 Alcuni lo negano, ma… 11 Il ponte sul Savio, oltre Cesena. 12 Furono. 13 Si allude alla manbassa, fatta senza ordine superiore dai pontifici sul popolo di Forlì, per lo sbigottimento nato in essi da un colpo di fucile uditosi nelle vicinanze del bivacco. Il far peggio si dice dai Romaneschi anche in buon senso, per «far di più». 14 Nacque tra i fogli una certa discordanza numerica. 

03/04/18

G.G. Belli e le nuove invenzioni

A leggere tra le righe, alcuni sonetti di Giuseppe Gioacchino Belli dimostrano tutta la curiosità del Poeta verso le novità, verso alcune invenzioni che  stavano per rivoluzionare la vita degli uomini: il pallone aereostatico, il piroscafo, il treno.
Belli aveva una notevole cultura classica, ma era anche attratto dalle scienze e leggeva i giornali di ambito romano e non solo. Inoltre era un accanito viaggiatore e proprio viaggiando probabilmente aveva potuto conoscere nuove diavolerie!!.
Perciò accanto ai sonetti che rappresentano la realtà della sua Roma, i mille siparietti delle strade e dei vicoli romani,  la vita e la povertà del popolo e le miserie morali dei potenti, Belli non ce la fa a non intervenire su temi che appunto dimostrano la sua conoscenza e nonostante metta in bocca al popolano, in cui si identifica, parole contrarie al progresso, in realtà Lui era favorevole alle "invenzioni moderne" e riportava solo posizioni retrive che circolavano nel sonnolento clima romano. 

nel 1831 scrive il sonetto intitolato Le cose nove, in cui nomina alcune invenzioni  che avrebbero rivoluzionato il modo di viaggiare. Si tratta del piroscafo a vapore, del treno e del pallone aerostatico.
Belli, come detto,  era anche un amante dei viaggi [clicca qui] e quindi non desta alcuna meraviglia che la sua attenzione sia proprio per le innovazioni di cui si parlava rivolte a questo importantissimo settore
Prima del 1831 aveva già visitato, oltre che vari luoghi delle Marche, Firenze, Milano, Bologna. E quindi probabilmente, ne aveva sentito parlare, ne aveva letto notizia sui giornali pubblicati a Roma (il famoso Cracas) , anche se non aveva visto in azioni queste nuove invenzioni, che nello Stato pontificio avrebbero comunque stentato a diffondersi.


Le cose nove 
Ma ttutte ar tempo nostro st’invenzione?! 
Tutta mó la corona je se sfila! 1 
P’er viaggià ssolo sce ne sò 2 ttremila! 
Pell’aria abbasta de gonfià un pallone; 
pe tterra curri scento mijja in fila, 
senza un cazzo 3 cavalli né ttimone; 
pe mmare sc’è una bbarca de carbone 
che sse 4 spiggne cor fume de la pila. 
Ma in quant’ar mare io mo dimannería 5 
s’oggi un cristiano co st’ingegni novi 
pôzzi scampalla 6 de finí in Turchia. 
Perché cquer palo che llaggiú tte covi 7 
poderebbe sturbatte 8 l’alegria. 
Ggià, ppaese che vai 8a usanza che ttrovi. 

Roma, 17 novembre 1831 - D’er medemo 

Note. 1 Sfilar la corona: metter fuori tutto di seguito. 2 Ce ne sono. 3 Affatto. 4 Si. 5 Dimanderei. 6 Possa scamparla. 7 Ti covi: Covare per «avere sotto». 8 Potrebbe sturbarti. 8a Aiu: trittongo alla maniera dei classici che fecero altrettanto; per esempio: Monosillabo: «un paio di calze di messer Andrea» (Berni); Dissillabo: «Farinata e il Tegghiaio che fur sì degni» (Dante); Trisillabo: «Non sia più pecoraio, ma cittadino» (Berni); «Perch’io veggio il fornaio che si prolunga» (Della Casa); Quadrisillabo: «Con un rinfrescatoio pien di bicchieri» (Berni), 

[Versione. Le cose nuove. Ma tutte queste invenzioni sono in questi tempi?! Tutte adesso si mettono fuori di seguito! Solo per viaggiare ce ne sono tremila! Per l'aria basta gonfiare un pallone; per terra corri cento miglia di seguito, senza cavalli ne timone; per mare c'è una barca di carbone che va avanti con il fumo della pentola (il piroscafo). Ma in quanto al mare io adesso domanderei se oggi un cristiano con questi nuovi marchingegni possa scampare di finire in Turchia. Perchè quel palo che laggiù (in Turchia) ti ritrovi sotto, potrebbe disturbarti l'allegria (allusione alla pena dell'impalatura cui i Turchi condannavano i cristiani). Già, paese che vai usanza che trovi.]

A proposito del treno.
G.G. Belli torna nuovamente a scrivere del treno nel 1843. Era ancora vivo il papa Gregorio XVI, contrario alla diffusione di questa invenzione rivoluzionaria, sebbene  il dibattito sulla questione ferroviaria fosse iniziato anche negli ultimi anni del suo pontificato, presso le alte gerarchie pontificie [clicca qui]

Nel sonetto Le carrozze a vvapore  il Poeta non fa altro che scagliarsi contro il terribile strumento, degno del demonio di cui il popolano parla con tanto sdegnato orrore. 
Belli però prende le istanze da uno dei tanti pregiudizi che circolavano nei confronti dei frutti della scienza moderna, nati nel sonnolento clima dello Stato pontificio e durante il  lungo pontificato del sor Gregorio, come lo chiamava G. G. Belli [clicca qui ]. 
Ricordiamo che la situazione si sbloccò solo nel 1857, durante il pontificato di Pio IX con la costruzione della Roma-Frascati, tratta ampiamente criticata all'epoca perchè, secondo alcuni, era stata costruita per favorire le scampagnate che il popolo faceva in questo luogo ameno. 
Sempre a proposito di Gregorio XVI e del suo no alle strade ferrate riportiamo un aneddotto.

« . . . il papa [Gregorio XVI] dopo che fu morto, postosi in viaggio per l'altro mondo, fu incontrato da San Pietro, a cui dimandò quant'altro cammino vi fosse per giungere in Paradiso. San Pietro gli rispose che vi era ancora un mese. Il Papa a tale notizia mostrò dispiacere perché si era già molto stancato e protestò che non poteva andare innanzi; ma San Pietro scarso di complimenti: Ben ti sta, gli aggiunse, potevi fare la strada ferrata e a quest' ora saresti già arrivato». 

Le carrozze a vvapore 
Che nnaturale! naturale un cavolo. 
Ma ppò èsse un affetto naturale 
volà un frullone com’avesse l’ale? 
Cqui cc’entra er patto tascito cor diavolo. 
Dunque mó ha da fà ppiú cquarche bbucale 
d’acqua che ssei cavalli, eh sor don Pavolo? 
Pe mmé ccome l’intenno ve la scavolo: 
st’invenzione è ttutt’opera infernale. 
Da sí cche ppoco ce se crede (dímo 
la santa verità) ’ggni ggiorno o ddua 
ne sentimo una nova, ne sentimo. 
Sí, ccosa bbona, sí: bbona la bbua. 
Si ffussi bbona, er Papa saría er primo de mette ste carrozze a ccasa sua. 

[Versione. Le carrozze a vapore. Quale naturale! Naturale per niente. Ma può essere un fatto naturale che un frullone (carrozza scoperta con quattro ruote e due sedili) voli correndo come se avesse le ali? Qui ci deve essere un patto tacito col diavolo. Dunque ora sarebbe più forte qualche boccale d'acqua che sei cavalli, eh, signor don Paolo? Per me, come la capisco, cosi ve la spiattello: questa invenzione è un'opera infernale. In tempi in cui si crede poco (diciamo la santa verità) ogni giorno o due ne sentiamo una nuova. Sì, cosa buona, sì: buona la bua (il dolore per i bambini). Se fosse buona il Papa sarebbe il primo a mettere queste carrozze a casa sua]
15 novembre 1843