20/11/18

G.G. Belli e il "carrozzone" del papa



La vita del Poeta Belli fu abbastanza lunga, essendo nato nel 1791 e morto all'età di 72 anni nel 1863. 
In questo lungo periodo si avvicendarono sul trono pontificio addirittura sei papi: Pio VI, Pio VII, Leone XII, Pio VIII, Gregorio XVI e Pio IX. 
Un record! (leggi qui....)
La sua Roma è una città dove è netta la separazione fra la Curia e la plebe. Da una parte ci sono i rappresentanti dello stato teocratico e – il “papa-Vicecristo”-, accompagnato da un immenso stuolo di cardinali,  tutti privilegiati, insieme a decrepita nobiltà ereditaria - dall'altra una plebe abbandonata a se stessa.
Il Carrozzone del Papa
In alcuni Sonetti, Belli fa riferimento al mezzo di trasporto con cui il papa, spesso accompagnato dai cardinali, soleva spostarsi dentro e fuori Roma. Questo veicolo viene indicato dal Poeta  sempre e solo con il termine romanesco dispregiativo di "carrozzone". 
La costruzione della bellissima Berlina Pontificia di Gala si completò negli anni '20 del  secolo XIX e quindi si fa risalire al pontificato di Leone XII, al secolo Annibale Sermattei della Genga, rimasto sul Soglio di Pietro dal 28 settembre 1823 al 10 febbraio 1829. 
Ciononostante non fu questo papa a commissionarla, nè ad usarla (1).
Secondo la linea stabilita alla fine del '700 da Pio VI, lo scopo di questa lussuosa e molto costosa carrozza era quella di mettere in evidenza a tutti la sovranità del papa e della sua corte. 
Uno status simbol del papato, con cui si voleva esaltare la figura del papa, sottolineandone il suo centrale ruolo nei riti nei cerimoniali romani. 
Questa carrozza di gran lusso  fu usata fino al 1870.


Simboli del potere
In contrasto con questa linea di sfarzo, invece di usare la sontuosa berlina, Leone XII, come mezzo di trasporto,  preferì il modesto frullone, un mezzo di servizio, una specie di utilitaria, impiegata per i viaggi del pontefice o per il seguito della famiglia pontificia. 

Addirittura l'apertura del giubileo del 1825, Leone XII guidò le processioni andando a piedi, quasi scalzo per dare al popolo e ai forestieri un messaggio di maggiore spiritualità, e di poco interesse agli sfarzi mondani. 

E figuriamoci quanto infastidiva Belli l'ostentazione, lo sfoggio  adottati dal papa e dalla Corte, contrario come era a tutti i simboli e alle forme in cui si esteriorizzava l'immenso potere papale. Secondo Belli l Papa, invece di disinteressarsi totalmente dell'umanità dolente, nella sua doppia natura di capo spirituale e politico, avrebbe dovuto invece impegnarsi a  risolvere il problema della divisione in classi e dell’ingiustizia.
Neppure per idea!! Infatti il papa era sempre più chiuso nel suo sovrano disinteresse per l’umanità dolente, teso solo a realizzare i suoi sogni di potenza.

Il carrozzone nei Sonetti
I sonetti in cui Belli cita il veicolo usato dal papa sono cinque e sono scritti nell'arco cronologico che va dal 1832 al 1838. 
Il papa cui il poeta Belli si riferisce è quindi  Gregorio XVI (1831-1846)
Il pontificato di questo papa si svolge durante un arco di tempo di 15 anni,  dal 1831 al 1846, periodo in cui Belli si dedica anima e corpo alla stesura dei suoi Sonetti. 
E proprio nei confronti di questo papa Belli prova grande irritazione, in quanto lo considera un  Vicario di Cristo corrotto  e così lo sommerge di aggressioni verbali.
E così anche il  carrozzone serve a sottolineare lo sfarzo, che circonda ogni uscita del papa, ogni cerimonia papale..
Salvo poi ridicolizzare il papa, detto anche zor Grigorio,  quando lo ritrae nel carrozzone, dove si deve rifugiare per salvarsi dalla folla inferocita, o ancora quando trasforma l'atto isimbolico e carico di significato della benedizione papale in bbenedizzionaccia lesta lesta... (vedi: E cciò li testimoni).

Lo stesso carrozzone  serve poi al papa perbarricarsi dentro e difendersi dalla folla inferocita, che minacciosamente, durante una delle tante processioni,  lo circonda...
...strillanno: «Pane, o vve scannamo ar covo»... 
(...strillando...pane, o vi scanniamo nel vostro )

I sonetti in cui si cita il carrozzone sono i segg.::
489. Er Papa novo del 1832
1491. Tutto cambia del 1835
1936. La priscissione a Ssan Pietro del 1837
1977. E cciò li tistimònî del 1838
380. Er trionfo de la riliggione 1832

La Berlina di gran gala.
Realizzata a Roma  tra il 1823 e il 1829, come da iscrizione sulla carrozza. I suoi costruttori furono gli affermati Fratelli Casalini, fabbricanti e negozianti di carrozze rinomati non solo in Italia, ma anche all’estero, i cui laboratori si trovavano in via Margutta, nei pressi di Piazza di Spagna, ed erano in grado di costruire ogni tipologia di carrozza. 
La loro firma compare infatti sui pignoni delle ruote. Realizzata in legno e metallo, essa è magnificamente decorata con intagli dorati in ogni sua parte. 
Costruita per essere tirata da sei cavalli, non ha posto per il guidatore poiché veniva condotta da tre postiglioni con guida alla “Daumont”. Poichè i cocchieri non potevano dare le spalle al Papa la carrozza era tirata da un tiro à la Daumont, dove i “cocchieri” siedono sui cavalli di sinistra che quindi vengono sellati. In questo modo la guida della carrozza avviene agendo direttamente sui cavalli dalla sella e non più dal sedile del cocchiere.
Eliminando il sedile del cocchiere si ottiene un veicolo più elegante soprattutto nelle carrozze aperte, dove la mancanza della cassetta del cocchiere fornisce molta più visibilità alle persone che siedono nella stessa. Per questo motivo il tiro à la Daumont venne usato soprattutto nelle carrozze di gala.
Sormontata da quattro pennacchi, che secondo il protocollo distinguono il “Servizio Pontificio” di alcune cerimonie solenni, al suo interno, interamente tappezzato in damasco di seta cremisi, era posizionato un trono sovrastato da un capocielo, finemente ricamato a rilievo in filo d’argento, con la rappresentazione della colomba dello Spirito Santo al centro di una raggiera d’oro. 
-------
(1) Cfr. «La nuova stufa nobile in servizio di Nostro Signore». Committenza di corte per rappresentare la sovranità pontificia: la carrozza di Leone XII, in "La corte papale nell'età di Leone XII", a cura di I. Fiumi Sermattei e R. Regoli, Ancona 2015, pp. 149-170


02/10/18

Belli e la canzoncina "Maramao perchè sei morto"

Una canzonetta leggera può nascondere delle allusioni ad avvenimenti accaduti,  che rimangono spesso sconosciute ai tanti che la ascoltano per puro divertimento? Sembrerebbe di si!! 
E' il caso del brano musicale Maramao perché sei morto?, composto nel 1939 da M. Consiglio e da M. Panzeri, che addirittura suscitò problemi nella censura dell'epoca fascista, perchè sospettata di riferirsi alla morte del gerarca Ciano, genero di Mussolini.

Così i versi incriminati:
Maramao perché sei morto? 
Pan e vin non ti mancava, 
l’insalata era nell’orto, 
Maramao, perché sei morto? 

Sospetti veramente ridicoli se confrontati con il fatto che questo ritornello riprendeva una filastrocca o un canto popolare risalente alla prima metà del XVI secolo e che avrebbe avuto origine nel Regno di Napoli. 
Ma in quell'epoca non lo sapevano e la mancanza di ironia era connaturata alla dittatura fascista. Così qualsiasi fatto poteva suscitare pericolosi sospetti e indagini.

Maramao al tempo del potere pontificio
La triste vicenda del gatto Maramao in sostanza veniva narrata da secoli, e, almeno da quanto riferito da Vitaliano Brancati in "Ritorno alla censura" (Bompiani),  aveva già causato qualche problema ai gendarmi pontifici.
Scriveva Brancati :"La notte del 10 febbraio 1831 un povero storpio arrancava per le vie di Roma cantando: Maramao, perché sei morto? Pane e vin non ti mancava, l'insalata avevi all'orto… 
Subito venne arrestato, sotto l'imputazione di alludere al recente funerale del papa. Ma perché doveva alludere al papa? Quale riferimento poteva esserci fra l'insalata all'orto e i giardini vaticani? Queste domande, prima di noi, se le fece Gioacchino Belli, in uno dei sonetti rimasti inediti sino a pochi anni fa...

Il sonetto in questione era stato composto nel 1833, due anni dopo il fatto riferito sopra. 
Nel sonetto si scrive di una canzoncina, ancora oggi nota, che costa ad un uomo la prigione, e questo crea nel personaggi che parla una reazione furiosa. In  sostanza chi parla difende l'uomo negando i riferimenti politici, che si attribuivano ai versi. 
Ciò facendo però conferma quei fatti, come si legge nella quartina dopo.  

Perciò, proprio a  causa della difformità delle date,  il sonetto sembrerebbe piuttosto frutto di un'invenzione fantasiosa del Poeta e non la riscrittura di un fatto di cronaca: nel 1833 già regnava Gregorio XVI(1831-1846), e l'ultimo funerale era stato quello celebrato a seguito della morte, avvenuta nel 1830, di papa Pio VIII (1829-1830) celebrato nel 1831(1).

Er canto provìbbito 
1 Sta in priggione, ggnorzí, 2 ppovero storto! 
Io da l’abbíle 3 sce faría 4 la bbava. 
Sta in priggione: e pperché? pperché ccantava 
jer notte: Maramào, perché ssei morto. 5 
Ebbè? ssi 6 è mmorto er Papa? e cche cc’entrava 
de dì cche ccojjonassi 7 er zu’ straporto? 8 
E cché! ttieneva l’inzalata all’orto 
er Zanto-Padre? e cché! fforze 9 maggnava? 
Teste senza merollo: 10 idee brislacche. 11 
Duncue puro a ccantà cce vò er conzenzo 
de sti ssciabbolonacci a ttricchettracche! 
Io me sce sento crèpa 12 da la rabbia. 
«Ma», ddisce, «è bben trattato»: 
eh, bber compenzo d’avé la canipuccia e dde stà in gabbia


Roma, 11 febbraio 1833 

[Versione. Il canto proibito. Sta in prigione, sissignore, povero storpio! Io dalla bile farei la bava. Sta in prigione e perché? Perché cantava ieri notte “Maramao perché sei morto”. E allora? Se è morto il Papa? E che c’entrava dire che schernisce il suo funerale? E che? Forse aveva l’insalata nell’orto il Santo Padre, e che, forse mangiava? Teste senza midollo, idee bislacche! Dunque, anche per cantare ci vuole il permesso di questi sciabolonacci da marionette! Io mi sento morire dalla rabbia. Ma, dice, è ben trattato. Eh, bel compenso avere la canapuccia e stare in gabbia.]


Note -1 Proibito. 2 Gnorsì: signor sì. 3 Bile. 4 Ci farei. 5 Antica canzone volgare: Maramao, perché sei morto? / Pane e vin non ti mancava: / L’insalata avevi all’orto: / Maramao, perché sei morto? 6 Se. 7 Schernisce. 8 Trasporto. 9 Forse. 10 Midollo. 11 Stravaganti. 12 Modo d’ingiuria, invece di dire «io mi sento crepare». 


-----------
(1) Quanto ai versi della  canzone Maramao perchè sei morto, citata da Belli, si sono fatte altre interpretazioni come quella che la collega a Francesco Maramaldo, oppure a un personaggio della commedia dell'Arte : tal Maramau...sempre però va ricordato che ancora oggi la parola accompagna un gesto di dileggio (fare maramau)

24/09/18

G.G Belli e il degrado di Roma "Caput mundi"


La Roma dei tempi in cui visse G.G. Belli era ancora una città a misura d'uomo, il cui tessuto urbano si sviluppava tutto entro le mura. 

E il poeta Belli, che cambiò molte abitazioni nel corso della sua vita, abitò sempre nella bellissima Roma del centro storico. 
Nacque vicinissimo  a piazza Sant'Eustachio e a piazza del Pantheon, poi da sposato andò nel palazzo adiacente addirittura alla splendida Fontana di Trevi, poi una volta vedovo andò ad abitare in via Monti della Farina, oggi traversa di Corso Vittorio Emanuele, e infine morì in una casa, poi demolita, in vicolo dè Cesarini, oggi fra via dei Cestari e largo delle Stimmate. 
[Per approfondire il tema delle abitazioni belliane clicca qui..],

Insomma al Poeta bastava uscire di casa, fare due passi e ammirare ..la robba che ciavemo qui..., come dice a proposito dei monumenti nel Sonetto Roma capumunni.

Belli e l'amore per Roma antica.
G.G. Belli era un ammiratore della Roma antica, quella la cui grandezza si poteva ancora ammirare grazie ai tanti monumenti sparsi per la città, tutti testimonianza  di un glorioso passato. 
E chi non può esserlo!!!
Anche se il suo interesse maggiore, quando cominciò a scrivere i 2279  Sonetti, era quello di guardare ad una Roma viva, fatta di carne e non alla Roma fatta di pietra, e talvolta in parecchi Sonetti emerge un senso di orgoglio, una stupefatta ammirazione per le Mirabilia Urbis disseminate ovunque nella città. 
Casa in demolizione
in vicolo dei Cesarini,
dove G.G. Belli morì
Del glorioso passato di Roma rimangono un gran numero di rovine e monumenti, risalenti a periodi diversi, in quanto la storia di Roma è stata molto lunga, quasi più di mille anni.
Roma è stata infatti capitale di un impero universale e in seguito della Chiesa universale, crocevia di pellegrini, di papi, di vescovi e imperatori. 
«Se vvoi fa’ quello che te pare a Roma te devi fa’ prete», così un detto recitava. 

Roma caput mundi
Nell'ottobre del 1831, mentre si trovava fuori Roma, forse preso dalla nostalgia, scrive proprio uno di questi sonetti dedicati a Roma eterna
Già il titolo è indicativo: Roma caput mundi.
L'espressione latina caput mundi, riferita alla città di Roma, significa capitale del mondo noto, e si ricollega alla grande estensione raggiunta dall'impero romano tale da fare - secondo il punto di vista degli storiografi imperiali - della città capitolina il crocevia di ogni attività politica, economica e culturale .

La Roma del Sonetto. 
Nel Sonetto Roma capomunni, dopo una atteggiamento di orgoglio del romano di fronte ai grandiosi resti della millenaria e formidabile storia della sua città,  Belli fa delle affermazioni poco chiare e contraddittorie
Cita "cose meravigliose" di Roma, che però sono indicate con il termine buggere.
Cioè vale a dire che i monumenti sono fregature, i ricordati Mirabilia Urbis sono cose meravigliose, ma ingannevoli

Degrado di Roma. Forse anche Belli, in quei tempi ormai lontani, è colpito dal degrado di quella che era stata la città più bella e potente del mondo, e che invece in quei tempi accusava una sostanziale perdita d'importanza, di cui il Poeta prova molto rammarico.

E la causa di tutto ciò era da imputare agli odiati francesi. 

Di qui un aperto atteggiamento di accusa nei confronti dei francesi nella persona di François Cacault, politico e diplomatico, che fu uno dei negoziatori a Roma del Concordato del 1801 e poi ministro plenipotenziario a Roma dal 1802 al 1803.

E proprio in questo senso di decadenza, di degrado che vede nella Roma dei suoi tempi, rispetto alla Roma dal glorioso passato, che deve essere cercato il vero significato dell'uso del termine buggere.. 

Figuriamoci, se per uno scherzo del destino, G.G.Belli potesse vedere come è ridotta oggi Roma, come
F.Cacault
la definirebbe? 



Roma capomunni 
Nun fuss’antro pe ttante antichità 
bisognerebbe nassce tutti cquì, 
perché a la robba che cciavemo cquà 
c’è, sor friccica 1 mio, poco da dí. 
Te ggiri, e vvedi bbuggere de llí: 
te svorti, e vvedi bbuggere de llà: 
e a vive l’anni che ccampò un zocchí 2 
nun ze n’arriva a vvede la mità. 
Sto paese, da sí cche 3 sse creò, 
poteva fà ccor Monno a ttu pper tu,
 sin che nun venne er general Cacò. 4 
Ecchevel’er motivo, sor monzú, 
che Rroma ha perzo l’erre, 5 
e cche pperò de st’anticajje nun ne pô ffà ppiú. 

Terni, 5 ottobre 1831 - Der medemo  1. Nome di scherno. 2. Un non-so-chi. 
3. Da quando. 4 Principio della Repubblica Francoromana. 5 Perdere l’erre: perdere il di sopra, la importanza, e i simili. 

[Versione, Roma Caput Mundi. 
Non fosse altro per le tante cose antiche bisognerebbe nascere tutti qui, perchè, sor Friccica mio, c'è poco da dire alle cose che abbiamo qui. 
Ti giri, e vedi cose meravigliose di lì: ti volti, e vedi cose meravigliose  di là: e anche se si vivesse gli anni che campò non so chi sia non si arriverebbe a vederne la metà. Questo paese, da quando che è stato creato, poteva fare con il Mondo a tu per tu, finchè non venne il generale Cacault. Eccovi il motivo, signor monsignore, che Roma ha perso l'importanza, e che però di queste cose antiche non ne può fare altre.]

20/09/18

G.G. Belli e il miracolo delle madonne che muovevano gli occhi.

Nell’inverno del 1796, mentre le truppe napoleoniche avanzavano verso lo Stato Pontificio, seminando terrore al loro passaggio, in quei territori successe un fatto inspiegabile: un centinaio d’immagini, la maggior parte delle quali raffiguranti la Vergine Maria, cominciarono ad evidenziare strani fenomeni.
Occupata Ancona e sbaragliati i pontifìci, i Francesi dilagano: Roma non ha più speranze. 
Il papa Pio VI ordina preghiere, digiuni, cerimonie propiziatrici; si invoca soprattutto la Madonna, venerata nella capitale della cristianità in modo speciale attraverso le migliaia di «madonnelle stradarole» che fanno della città intera un vero e proprio Santuario mariano a cielo aperto.

Così a Roma per quasi venti giorni, a partire dal 9 luglio di quell’anno, parecchie immagini della madonna e alcune madonnelle  mossero  gli occhi e versarono lacrime. 
La gente correva di qua e di là a vedere i miracolosi movimenti di occhi; occorreva far intervenire la forza pubblica per disciplinare gli accessi.
I primi gli occhi ad animarsi furono quelli della Madonna detta “dell’Archetto“, in via San Marcello, nel rione Trevi, e il prodigio proseguì.
Il fenomeno  fu molto ampio, perchè un certo punto si contano ben centoventidue immagini miracolose in tutti gli Stati del Papa.
E l’autorità ecclesiastica dovette istituire dei processi di accertamento per verificare la veridicità dell’evento.

Le madonnelle. Madonnelle”  sono comunemente chiamate dai romani  le edicole sacre, solitamente di soggetto mariano, che si trovano agli angoli dei vecchi palazzi, di torri, di campanili. Dipinte ad affresco o sulla tela, scolpite in rilievo sul marmo o sulla terracotta, realizzate con la tecnica del mosaico, rappresentano l’espressione popolare della devozione verso la Madonna che, in alcuni casi, ha dato luogo a vere e proprie opere d’arte. 
Inoltre le stesse avevano anche la funzione di far luce, con i loro lumi votivi, la notte  di chi si avventurava in una Roma completamente buia.

Arrivo a Roma dei francesi. In quel tempo Roma fu invasa e depredata dei suoi tesori; perfino l’Archivio Vaticano, la memoria storica dell’Occidente, fu portato via; il centro del Cristianesimo fu trasformato in Repubblica giacobina e ben due Papi vennero deportati in Francia; uno, Pio VI ( 1775-1799), morì in carcere in Francia, mentre il successore Pio VII(1800-1823) per quasi 5 anni fu ostaggio nelle mani francesi.
Le immagini coinvolte nel prodigio.
L’istruttoria dell’autorità ecclesiastica portò a concludere che ventisei immagini della Madonna erano state coinvolte nel prodigio, anche se le testimonianze raccolte erano state relative a un numero ben maggiore.
Le indagini, nonostante lo scetticismo di molti, portarono le autorità a dichiarare che, a muovere gli occhi, fossero state la Madonna dell’Archetto, in vicolo San Marcello, la Madonna della Pietà in vicolo delle Bollette (sulla targa in latino vi è scritto “ il 9 luglio 1796 Ella posò i Suoi occhi sui loro cuori mostrando loro la grandezza delle Sue opere”), la Madonna del Rosario, in via dell’Arco della Ciambella, la Madonna dell’Addolorata, oggi in piazza del Gesù, spostata qui dal rione Sant’Eustachio, la Madonna della Divina Provvidenza, in via delle Botteghe Oscure.

Spiegazione degli eventi prodigiosi. 
Non a caso, sia ad Ancona che a Roma, i prodigi del 1796 cominciano di sabato, giorno tradizionalmente consacrato al culto di Maria. 
Il "miracolo" fu spiegato con il volere della madonna di rivolgersi ai suoi figli, che glielo chiedevano, con «quegli occhi suoi misericordiosi», ed è un gesto che tutti i testimoni  comprendono perfettamente: ne fanno fede gli atti ufficiali.
Madonnella
 a via delle botteghe oscure
Ancora oggi, in Roma e in Ancona (ma anche altrove), lapidi e iscrizioni ricordano i miracoli di quell’anno straordinario. A Roma, una delle più visibili la si trova in via delle Botteghe Oscurevicino a quella che un tempo fu la sede storica del Partito Comunista italiano. La «madonnella» c’è ancora,  circondata, ora come allora, di "ex-voto" per grazia ricevuta.
E tornando ai miracoli degli occhi di Maria, molto probabilmente, la Madre di Dio volle rassicurare i suoi figli: non si preoccupino, perché quanto stava accadendo era stato supernamente previsto e doveva accadere, e la protezione di Maria non sarebbe venuta meno. Scavando nel passato si scopre che fin dal XV secolo gli astrologi avevano predetto un colossale rivolgimento sociale e politico a partire dalla Francia e dal 1789. Impressionanti profezie, anche di santi come Benedetto Giuseppe Labre (la cui ricognizione canonica in vista della beatificazione non a caso avvenne il giorno precedente il primo miracolo romano), avevano avvisato.

Belli e l'evento straordinario.
Il Belli nel 1835 scrisse un sonetto assai ironico ricordando quell' evento straordinario. Il Poeta, che era nato nel 1793, cioè pochi anni prima del miracolo, probabilmente nella sua giovinezza aveva sentito parlare di un fatto così straordinario. 
E così in questo sonetto, cercando nella sua memoria, ripropone questo evento straordinario, insinuando maliziosamente la possibilità che i preti e quindi la chiesa di Roma, più che accertarsi del miracolo, sentissero la necessità di sfruttare lo stesso a fini economici.   
SEMO DA CAPO
Currete, donne mie; currete, donne,
A ssentė la gran nova c'hanno detto:
Ch'a la Pedacchia, ar Monte e accanto ar Ghetto
Arïoprono l'occhi le Madonne.
La prima nun ze sa, ma j'arisponne
Quella puro de Borgo e de l'Archetto.
Dunque dateve, donne, un zercio in petto,
E cominciate a dė crielleisonne.
Oh dio! che sarā mai st'arïuperta
Doppo trentasei anni e e mesi d'ozzio?
Battaje, caristėe, ruvina certa.
Se troveno perō cert'indiscreti
Che vanno a bisbijā che sto negozzio
È un antro butteghino de li preti.

17 novembre 1835

[Versione. Siamo da capo. Correte, donne mie; correte, donne. Ad apprendere la gran notizia che è stata data: che a via della Pedacchia, al Monte e presso il Ghetto Riaprirono gli occhi le Madonne. Non si sa chi sia stata la prima, ma fanno lo stesso anche quella di Borgo e dell'Archetto. Dunque, donne, percuotetevi il petto 2, e cominciate a recitare il Kyrie Eleison 3. Oh dio! Cosa vorrā mai dire questa riapertura Dopo trentasei anni e rotti di inattivitā? Certamente battaglia, carestie, rovina. Ci sono perō alcuni indiscreti che mormorano in giro che questo affare è un altro modo dei preti per far soldi.]

Note - 1. - Via della Pedacchia era il nome di via Giulio Romano prima del 1870, poi scomparsa (per maggiori dettagli si veda la pagina relativa di la Roma Perduta di Ettore Roesler Franz, nella sezione C'era una volta a Roma...). Il Monte di Pietā č il banco dei pegni pubblico istituito da Paolo III nel 1539, a cui Clemente VIII sul finire del '500
diede sede definitiva nella piazza omonima, nel rione Regola.
Il ghetto era l'area entro cui gli ebrei di Roma furono
costretti a risiedere dal 1555 al 1870, nel rione Sant'Angelo
(per maggiori dettagli si veda la sezione Curiositā Romane).
2. - Letteralmente "datevi un sasso in petto".
3. - "Signore, pietā".
4. - Riapertura degli occhi.

01/07/18

G.G.Belli e l'aria cattiva di Roma

G.P. Pannini - Festa del Lago di piazza Navona 
1756
Roma giugno 1845,
faceva già caldo..    E, proprio a causa dall'arrivo dell'estate che si presagiva sarebbe stata,
come spesso accadeva, afosa, soffocante, il Poeta Belli scrive un sonetto intitolato: L'aria cattiva...

La calura estiva (1)
Varie sono le testimonianze che riferiscono dellaria afosa, opprimente, del caldo soffocante e snervante che c'era a Roma nelle poche passatee che di notte rendeva difficile dormire e di giorno rendeva faticoso svolgere qualsiasi tipo di occupazione. 
E così chi se lo poteva permettere lasciava la città per i più freschi Castelli romani. Non è un caso che i pontefici si trasferivano nel bel palazzo pontificio di Castelgandolfo....sui Colli Albani, circa venti chilometri a sud di Roma. Luogo prescelto come luogo di villeggiatura da molti papi, a cominciare da Urbano VIII subito dopo la sua elezione a pontefice (1623) e a finire sotto il recente pontificato di Benedetto XVI (2005-2013).
A. Pinelli,
Cocomerari a piazza Navona
Il popolino, che non conosceva la villeggiatura, conviveva con i malesseri derivanti dal caldo afoso:  spossatezza, sudorazione, sbalzi pressori... reagiva con semplici rimedi come una bella fetta di cocomero o una immersione in Piazza Navona allagata o facendo il bagno, anche se era vietato, nelle vasche delle belle fontane romane...
E Roma da questo punto di vista era comunque una privilegiata, perchè l'acqua abbondava fin dai tempi più antichi....
Il caldo e le malattie 
L'arrivo del caldo spesso era accompagnato da problemi più seri, come le terribili epidemie di colera e anche le febbri
malariche che spesso mietevano vittime. 
Malattie favorite dalle carenti condizioni igieniche della città eterna,  dalla mancanza di servizi igienici nelle abitazioni e dalla vicinanza con zone paludose. E la medicina non era ancora in grado di affrontare situazioni così difficili.....

E' nota la paura di Belli per le malattie, e non va dimenticato che la moglie Mariuccia era morta per il colera proprio durante l' estate del 1837. Di questa terribile epidemia, diffusasi a Roma dal 1836 e proveniente dal Regno di Napoli, resta il ricordo dell'impressionante numeri dei morti, che vengono indicati in una "Statistica Ufficiale" a metà del 1838: 2551 uomini e 2868 donne per un totale di 5419 morti. 
Ma  il censimento di Pasqua dà nel 1837 una cittadinanza di 156.552 abitanti e nel 1838 di 148.903, per una differenza di 7649; tanti evidentemente sono stati i morti per il colera.
Il sonetto
Belli scrive vari sonetti dedicati all'estate, al caldo estivo, e parecchi proprio al colera....ma in questa occasione  in particolare ci interessa un sonetto scritto nel giugno del 1845 e intitolato: L’aria cattiva.
Qui Belli invita, con grande impeto, i forestieri ad andarsene da Roma per paura del caldo e delle malattie. Il caldo che stringe in una morsa Roma a luglio e agosto è definito come il giudizio universale che  può portare alla portava alla morte tutti...

L’aria cattiva
Scappate via, sloggiate, furistieri:
fora, pe ccarità, cch’entra l’istate.
Presto, fate fagotto, sgommerate,
ché mmommó a Rroma sò affaracci seri.

Nun vedete che ppanze abburracciate?
che ffacce da spedali e ccimiteri?

Da cqui avanti, inzinenta li curieri
ce mànneno le lettre a ccannonate.

Si arrestate un po’ ppiú, vve vedo bbrutti,
ché cqui er callo è un giudizzio univerzale:
l’aria de lujj’e agosto ammazza tutti.

Pe ppiú ffraggello poi, la ggente morta
séguita a mmaggnà e bbeve, pe stà mmale
e mmorí ll’ann’appresso un’antra vorta.


[Versione

Scappate via, allontanatevi forestieri, fuori per carità che entra l'estate.
Fuori, preparate i fagotti, sgomberate, che adesso a Roma sono affari seri. 
Non vedete che pance gonfie ? che facce da ospedali e cimiteri?
Da qui in avanti, i corrieri consegnano le lettere con il cannone.


Se restate un pò di più, vi vedo brutti, 
che qui il caldo è come il giudizio universale: l'aria di luglio e agosto ammazza tutti.
Per maggiore flaggello poi, la gente, sebbene sia quasi morta, 
continua a mangiare e a bere, per star male e morire l'anno appresso un'altra volta]
-----------------

 1) vedi Luigi Ceccarelli,  Antologia dell'insopportabile caldo romano