04/12/17

Belli e gli zampognari

In passato il 25 novembre, giorno di Santa Caterinasegnava tradizionalmente l’inizio della novena in preparazione del Natale, a trenta giorni dalla festa per la nascita di Gesù. 
E questo giorno coincideva anche con la comparsa degli zampognari a Roma.
E così anche il poeta Giuseppe Gioacchino Belli, che era un attento osservatore di tradizioni popolari romane, con un sonetto scritto il 18 novembre 1831 e intitolato “Li venticinque de novembre” ci introduce nell’atmosfera particolare di quei giorni.
In questo sonetto Belli descrive proprio l’attesa dei “piferari”o zampognari, mentre in una nota specifica spiega che erano “abruzzesi, suonatori di pive e cornamuse o cennamelle, che il popolo chiama ciaramelle”. 

L'atmosfera del Natale iniziava con il suono delle zampogne...
Parecchi anni dopo, cioè nel 1844, il Poeta ritorna sul tema con il sonetto La novena di Natale”, con cui conferma la sua passione, insieme alla gran parte dei romani, per gli zampognari, confessando che: “quann’è er giorno de Santa Caterina, che li risento, io ci arinasco ar monno”. [Versione. ..quando è il giorno di santa Caterina, che li risento, io rinasco al mondo.] 
Caravaggio,
santa Caterina
Per gli zampognari la città eterna divenne nel sette-ottocento una inaspettata grande vetrina internazionale, in quanto Roma era la meta privilegiata del viaggiatori del Grand Tour. In pieno romanticismo, le figure arcaiche, quasi misteriose, di questi rozzi pastori con mantelli provenienti dalle montagne, nel segno di tradizioni secolari, colpìrono la fantasia e l’estro di molti artisti, poeti, scrittori ma anche musicisti e compositori.

Li venticinque novemmre
Oggiaotto ch’è ssanta Catarina
se cacceno le store pe le scale,
se leva ar letto la cuperta fina,
e ss’accenne er focone in de le sale. 
Er tempo che ffarà quela mattina
pe Natale ha da fallo tal e quale.
Er bugiardello cosa mette? brina?
la brina vederai puro a Natale.

E cominceno già li piferari
a calà da montagna a le maremme
co quelli farajòli tanti cari!

Che belle canzoncine! oggni pastore
le cantò spiccicate a Bettalemme
ner giorno der presepio der Zignore.
  

18 novembre 1831             
(Versione. Il 25 novembre.Tra otto giorni sarà la festa di S. Caterina d’Alessandria: si metteranno le stuoie su per le scale, si leverà dal letto la coperta sottile e si accenderà il braciere nelle sale. Il tempo che farà
Zampognari,
B. Pinelli
quella mattina sarà quello che si ripeterà tale e quale a Natale. Il lunario cosa prevede? Brina? La brina la vedrai anche a Natale. E in quel giorno cominciano già i suonatori di pive e cornamuse a scendere dalla montagna alle pianure con quei mantelli rattoppati tanto cari ! Che belle canzoncine! Ogni pastore le cantò tali e quali a Betlemme nel giorno del presepe del Signore Gesù.)


La novena de Natale                                
Eh, ssiconno li gusti. Filumena
se fa vvení cqueli gruggnacci amari
de li scechi: Mariuccia e Mmadalena
chiameno sempre li carciofolari;
              

e a mmé mme pare che nun zii novena
si nun zento sonà li piferari:
co cquel’annata de cantasilena
che sserve, bbenemio!, sò ttroppi cari.
 
Quann’è er giorno de Santa Caterina

me pare a mmé dde diventà rreggina.
 
 E cquelli che de notte nu li vonno?
Poveri sscemi! Io poi, ’na stiratina,
e mme li godo tra vviggijj’e ssonno.

(23  dicembre  1844)

(Versione. La novena di Natale. Eh, secondo i gusti. Filomena si fa venire sotto casa quelle facce amare dei ciechi (che cantavano litanie e altre preghiere a pagamento). Mariuccia e Maddalena chiamano sempre i suonatori e cantori girovaghi; e a me sembra che non sia novena se non sento suonare i pifferai. Con quell’andamento da cantilena che serve dirlo, bene mio (è un’esclamazione di piacere), sono troppo amabili. 
Quando arriva il giorno di S. Caterina (il 25 novembre) e io li risento (era questo il giorno nel quale cominciavano i pifferai a suonare per le strade), io rinasco al mondo: mi pare di diventare regina. E quelli che di notte non vogliono sentirli suonare? Poveri scemi! Quanto a me, una stiratina dentro il letto, e me li godo nel dormiveglia, tra la veglia e il sonno).

27/11/17

Belli e il "carrozzone" del papa



La vita del Poeta Belli fu abbastanza lunga, essendo nato nel 1791 e morto all'età di 72 anni nel 1863. 
In questo lungo periodo si avvicendarono sul trono pontificio addirittura sei papi: Pio VI, Pio VII, Leone XII, Pio VIII, Gregorio XVI e Pio IX. 
Un record! (leggi qui....)
La sua Roma è una città dove è netta la separazione fra la Curia e la plebe. Da una parte ci sono i rappresentanti dello stato teocratico e – il “papa-Vicecristo”-, accompagnato da un immenso stuolo di cardinali,  tutti privilegiati, insieme a decrepita nobiltà ereditaria - dall'altra una plebe abbandonata a se stessa.
Il Carrozzone del Papa
In alcuni Sonetti, Belli fa riferimento al mezzo di trasporto con cui il papa, spesso accompagnato dai cardinali, soleva spostarsi dentro e fuori Roma. Questo veicolo viene indicato dal Poeta  sempre e solo con il termine romanesco dispregiativo di "carrozzone". 
La costruzione della bellissima Berlina Pontificia di Gala si completò negli anni '20 del  secolo XIX e quindi si fa risalire al pontificato di Leone XII, al secolo Annibale Sermattei della Genga, rimasto sul Soglio di Pietro dal 28 settembre 1823 al 10 febbraio 1829. 
Ciononostante non fu questo papa a commissionarla, nè ad usarla (1).
Secondo la linea stabilita alla fine del '700 da Pio VI, lo scopo di questa lussuosa e molto costosa carrozza era quella di mettere in evidenza a tutti la sovranità del papa e della sua corte. 
Uno status simbol del papato, con cui si voleva esaltare la figura del papa, sottolineandone il suo centrale ruolo nei riti nei cerimoniali romani. 
Questa carrozza di gran lusso  fu usata fino al 1870.


Simboli del potere
In contrasto con questa linea di sfarzo, invece di usare la sontuosa berlina, Leone XII, come mezzo di trasporto,  preferì il modesto frullone, un mezzo di servizio, una specie di utilitaria, impiegata per i viaggi del pontefice o per il seguito della famiglia pontificia. 

Addirittura l'apertura del giubileo del 1825, Leone XII guidò le processioni andando a piedi, quasi scalzo per dare al popolo e ai forestieri un messaggio di maggiore spiritualità, e di poco interesse agli sfarzi mondani. 

E figuriamoci quanto infastidiva Belli l'ostentazione, lo sfoggio  adottati dal papa e dalla Corte, contrario come era a tutti i simboli e alle forme in cui si esteriorizzava l'immenso potere papale. Secondo Belli l Papa, invece di disinteressarsi totalmente dell'umanità dolente, nella sua doppia natura di capo spirituale e politico, avrebbe dovuto invece impegnarsi a  risolvere il problema della divisione in classi e dell’ingiustizia.
Neppure per idea!! Infatti il papa era sempre più chiuso nel suo sovrano disinteresse per l’umanità dolente, teso solo a realizzare i suoi sogni di potenza.

Il carrozzone nei Sonetti
I sonetti in cui Belli cita il veicolo usato dal papa sono cinque e sono scritti nell'arco cronologico che va dal 1832 al 1838. 
Il papa cui il poeta Belli si riferisce è quindi  Gregorio XVI (1831-1846)
Il pontificato di questo papa si svolge durante un arco di tempo di 15 anni,  dal 1831 al 1846, periodo in cui Belli si dedica anima e corpo alla stesura dei suoi Sonetti. 
E proprio nei confronti di questo papa Belli prova grande irritazione, in quanto lo considera un  Vicario di Cristo corrotto  e così lo sommerge di aggressioni verbali.
E così anche il  carrozzone serve a sottolineare lo sfarzo, che circonda ogni uscita del papa, ogni cerimonia papale..
Salvo poi ridicolizzare il papa, detto anche zor Grigorio,  quando lo ritrae nel carrozzone, dove si deve rifugiare per salvarsi dalla folla inferocita, o ancora quando trasforma l'atto isimbolico e carico di significato della benedizione papale in bbenedizzionaccia lesta lesta... (vedi: E cciò li testimoni).

Lo stesso carrozzone  serve poi al papa perbarricarsi dentro e difendersi dalla folla inferocita, che minacciosamente, durante una delle tante processioni,  lo circonda...
...strillanno: «Pane, o vve scannamo ar covo»... 
(...strillando...pane, o vi scanniamo nel vostro )

I sonetti in cui si cita il carrozzone sono i segg.::
489. Er Papa novo del 1832
1491. Tutto cambia del 1835
1936. La priscissione a Ssan Pietro del 1837
1977. E cciò li tistimònî del 1838
380. Er trionfo de la riliggione 1832

La Berlina di gran gala.
Realizzata a Roma  tra il 1823 e il 1829, come da iscrizione sulla carrozza. I suoi costruttori furono gli affermati Fratelli Casalini, fabbricanti e negozianti di carrozze rinomati non solo in Italia, ma anche all’estero, i cui laboratori si trovavano in via Margutta, nei pressi di Piazza di Spagna, ed erano in grado di costruire ogni tipologia di carrozza. 
La loro firma compare infatti sui pignoni delle ruote. Realizzata in legno e metallo, essa è magnificamente decorata con intagli dorati in ogni sua parte. 
Costruita per essere tirata da sei cavalli, non ha posto per il guidatore poiché veniva condotta da tre postiglioni con guida alla “Daumont”. Poichè i cocchieri non potevano dare le spalle al Papa la carrozza era tirata da un tiro à la Daumont, dove i “cocchieri” siedono sui cavalli di sinistra che quindi vengono sellati. In questo modo la guida della carrozza avviene agendo direttamente sui cavalli dalla sella e non più dal sedile del cocchiere.
Eliminando il sedile del cocchiere si ottiene un veicolo più elegante soprattutto nelle carrozze aperte, dove la mancanza della cassetta del cocchiere fornisce molta più visibilità alle persone che siedono nella stessa. Per questo motivo il tiro à la Daumont venne usato soprattutto nelle carrozze di gala.
Sormontata da quattro pennacchi, che secondo il protocollo distinguono il “Servizio Pontificio” di alcune cerimonie solenni, al suo interno, interamente tappezzato in damasco di seta cremisi, era posizionato un trono sovrastato da un capocielo, finemente ricamato a rilievo in filo d’argento, con la rappresentazione della colomba dello Spirito Santo al centro di una raggiera d’oro. 
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(1) Cfr. «La nuova stufa nobile in servizio di Nostro Signore». Committenza di corte per rappresentare la sovranità pontificia: la carrozza di Leone XII, in "La corte papale nell'età di Leone XII", a cura di I. Fiumi Sermattei e R. Regoli, Ancona 2015, pp. 149-170


13/11/17

Belli e le scritte sui muri


Passeggiando per Roma saltano agli occhi le tantissime scritte che imbrattano i muri. 
Sono sia in centro che in periferia, e questi atti, spesso di puro vandalismo, costano allo Stato cifre importanti per rimuoverle.
Soldi che potrebbero essere usati diversamente e invece il Comune è costretto a spendere  per ripulire i danni dei vandali che non hanno di meglio da fare che sporcare la città, tra scritte sui muri e graffiti. 

Nel caso dei murales, dei graffiti la situazione è un pò diversa,  perché in alcuni casi si tratta di vere e proprie opere d'arte fatte dagli artisti di strada: la street art (vedi qui [...] ).

I ragazzi si divertivano a imbrattare i muri
Comunque questa abitudine, non solo romana, di imbrattare muri, con più gusto se puliti da poco, è riferita anche alla Roma del tempo di Giuseppe Gioachino Belli.
In un sonetto dal titolo "Un ber gusto romano" il poeta  racconta proprio di questa pratica, con cui si divertivano i ragazzi romani della sua epoca. 
Infatti per questi giovani era una grande soddisfazione imbrattare i muri, soprattutto quelle delle case nuove e dei palazzi. 
Allora si usava semplicemente un pezzo di carbone.
Nel sonetto Belli si diverte ad elencare i disegni che venivano fatti su muri. 
Bellissimo murales 
con papa Francesco - superman
Roma Vaticano (poi cancellato)

Ieri come oggi i segni lasciati erano di vario genere, si trattava di cifre, pupazzi, numeri da giocare al lotto o il cosiddetto nodo di Gordiano o la stella di Salomone. 
Ma non solo, non mancavano i disegni sconci, ovviamente di carattere sessuale che i più impertinenti disegnavano abilmente sui muri.

Alcune volte poi questi atti di vandalismo  non si limitavano solo alle scritte, ma andavano oltre provocando veri e propri danni sui muri, insistendo con bastoni, chiodi o sassi. 

Anche il Poeta si divertiva così.
Quando scrive questo sonetto, Giuseppe Gioachino Belli ha 42 anni. Riveste anche un buon ruolo sociale in quanto impiegato dell'amministrazione pontificia, sposato con una ricca nobildonna e con un figlio, oltre che essere un personaggio di rilievo nella vita culturale di Roma. 
Ciononostante, le ultime righe contengono quella che potrebbe sembrare una confessione.

Le scritte sui muri come metafora.
Il Poeta dichiara che di  fronte a un bel muro bianco ritorna ragazzo e  ancora prova il gusto  di sporcarlo, ovviamente non visto.
Si tratta forse di nostalgia e di rivivere un attimo di quell' adolescenza, che per Lui non era stata affatto spensierata,  a causa delle tante disgrazie che avevano segnato fin dalla giovane età la sua esistenza? 
O piuttosto si tratta di una metafora, un' allusione all'impeto di protestare, contro il mondo in cui viveva grazie alla forza distruttiva dei suoi Sonetti...


Un ber gusto romano 
La nostra gran zodisfazzione
de noantri (1) quann’èrimo (2) regazzi
era a le case nove e a li palazzi
de sporcajje (3) li muri cor carbone.
              
Cqua ddiseggnàmio (4) o zziffere (5) o ppupazzi,(6)
o er nodo de Cordiano (7) e Ssalamone:  (8)
llà nnummeri (9) e ggiucate d’astrazzione,(10)
o pparolacce, o ffiche uperte e ccazzi.
              
Oppuro (11) co un bastone, o un zasso, o un chiodo,
fàmio (12) a l’arricciatura quarche sseggno,
fonno in maggnèra (13) c’arrivassi ar zodo. (14)
              
Quelle sò (15) bbell’età, pper dio de leggno!
Sibbè cc’adesso puro (16) me la godo,
e ssi (17) cc’è mmuro bbianco io je lo sfreggno (18).


22 giugno 1834

Note

1.Noi altri; 2. Quando eravamo; 3. Sporcargli; 4.Disegnavamo 5.Cifre. 6.Fantocci. 7.Gordiano 8. .Salomone  9. Per solito vi scrivano i numeri del millesimo corrente; 10. Giuocate: de’ numeri per la estrazione del lotto. 11.Oppure; 12.Facevamo; 13.Profondo in maniera; 14.Che arrivasse al sodo; 15 Sono; 16.Benché, adesso,pure, ecc 17.Se;18. Glielo rovino.

[Versione. Una grande soddisfazione di quando eravamo ragazzi  era quella di sporcare col carbone i muri delle case nuove e dei palazzi.
Qui disegnavamo cifre o pupazzi,  il nodo gordiano e quello di Salomone (cioè la stella a cinque punte): là numeri e le giocate per l'estrazione del lotto, o parolacce, o vagine aperte e membri maschili.
Oppure con un bastone, o un sasso o un chiodo, facevamo all'intonaco qualche segno, profondo in maniera da arrivare ai mattoni.
Quelle sono belle età, per Dio! Sebbene adesso anche io mi diverto, e se c'è un muro bianco lo sfregio.]

17/10/17

Belli e lo scrivano pubblico

 Scrivano pubblico
a Portico d'Ottavia

E. Meyer  -1829
Intorno a Roma si estendeva una fascia di terra larga da 2 a 4 miglia, densamente coperta di orti e vigne.
Poi iniziava l'Agro romano: con 262 tenute divise fra proprietari laici, corporazioni religiose ed opere pie, aristocrazia, enti ecclesiastici, borghesi. 
Dopo l'Agro si entrava nella Campagna Romana.  E in mancanza di industrie,  l'agricoltura era la base principale della vita economica di queste zone spesso spopolate e dai metodi arretrati.
Perciò intorno a Roma gravitava tutto un vasto mondo agricolo, da cui dipendeva l'importante rifornimento delle derrate alimentari.

Contadini e latifondisti a piazza Montanara.
Così spesso a causa delle pendenze amministrative con i proprietari terrieri  affluivano quotidianamente in città un gran numero di contadini, che ovviamente erano quasi sempre analfabeti, e che spesso avevano necessità di interloquire  con le autorità sia civili che religiose per ottenere concessioni e favori o (più raramente) reclamare diritti. Altri poi arrivavano in città anche per trovare lavoro nelle campagne romane. 
 Acquedotti nella 
campagna romana
 J.J. Frey, 1865.

Spesso il luogo di incontro era la piazza Montanara, posta ai piedi della Rupe Tarpea nelle immediate vicinanze del Campidoglio, delimitata in parte dal Teatro di Marcello. Oggi scomparsa.
Questa in passato era un affollato luogo di raccolta di persone provenienti dalle campagne circostanti e anche da fuori dello Stato Pontificio, che sin dalle primissime ore del mattino vi si affollavano per offrire merce e soprattutto la loro manodopera per lavori di bracciantato.
Poi, data la scarsa alfabetizzazione di questi lavoratori, era anche un luogo molto frequentato da scrivani, che prestavano la loro opera per la scritture di lettere ed altri atti di varia natura.

Analfabetismo diffuso
In questo scenario, si inserisce dunque questa figura molto familiare fino ad un secolo scorso: lo scrivano pubblico. 
Per i contadini analfabeti, e più in generale per il popolino romano, costituiva  il primo intermediario verso le autorità cittadine: a lui ci si rivolgeva per avere consulenze per le richieste, le raccomandazioni, reclami e rivendicazioni varie. 
Ma non solo. Anche l'epistolario amoroso dei giovani contadini era gestito dallo scrivano pubblico che, come un assistente sociale, conosceva tutti i problemi dei suoi assistiti.
Il Poeta Belli, come suo solito, apre un gustoso  siparietto sulla figura importantissima a Roma della comare che si serve proprio dello scrivano per  una lettera ad una Signora, di cui si dichiara appunto Comare.
 "Roma - Arco di Dolabella"
serie "Roma sparita"
di Ettore Roesler Franz

La Comare o Commare.
Interessante è poi l'uso  della parola Comare o Commare ad indicare varie accezioni. 
La prima di queste accezioni era (ed è) Madrina di battesimo o di Cresima. Poi con la stessa parola si indica la levatrice , in quanto era lei che, in alcune regioni, presentava il neonato al battesimo. 
A Roma invece il termine Commare, spesso utilizzato nei sonetti di G.G. Belli,  poteva avere un significato piuttosto dispregiativo  e stava ad indicare una donna curiosa, pettegola, maldicente, litigiosa, invidiosa..
In altri casi invece Commare è  la vicina di casa, che poteva essere amica e confidente, o invece avere  alcuni dei tratti  negativi di cui si è detto sopra.

Sonetto La lettra de la Commare


   Cara Commare. Piazza Montanara,1
oggi li disciannove der currente.
Ve manno a scrive che sta  
facciamara
de vostra fijja vò pijjà2 un pezzente.       
     Poi ve faccio sapé che la taccara
morse, in zalute nostra, d’accidente:
e l’arisposta sò a pregavve cara -
mente a dàlla alla torre3 der presente.   
     Un passo addietro.4 Cquà la capicciola

curre auffa,5 mannandove un zaluto
pe pparte d’Antognuccio e Lusciola. 
     Me scordavo de divve, si ha ppiovuto
che sta lettra nun pò passà la mola,
come, piascenno a Dio, ve dirà el muto.

Titta nun ha possuto;
e con un caro abbraccio resto cquane
vostra Commare Prascita Dercane. 6              


A l’obbrigate mane
de la Signiora Carmina Bberprato,

Roccacannuccia, in casa der curato.
Morrovalle, 26 settembre 1831 - Der medemo


N.B. In Piazza Montanara, presso l’antico Teatro di Marcello, siedono alcuni scrivani o segretari in servizio de’ villani dello Stato, che ivi si radunano, particolarmente le feste, per aspettare occasioni di vendere la loro opera pe’ lavori delle campagne romane; questi segretari hanno certa tassa per le varie lunghezze di lettere, le più preziose delle quali sono le dipinte a cuori trafitti, sanguinolenti e infiammati. 
Note - 1 Sposare. 2 Al latore. 3 Frase usata spessissimo dagli indòtti, i quali nel discorso hanno obliata qualche circostanza. 4 La bavella va a vil prezzo. Sull’auffa, a ufo, vedi il sonetto… 5 Placida del cane.

[Versione. La lettera della Commare
Cara Commare. Piazza Montanara,
oggi il 19 del mese corrente, vi mando a scrivere che questa faccia amara
di vostra figlia vuole sposare un poveraccio.
Poi vi faccio sapere che la taccaia (donna che fabbrica o vende tacchi), in vostra salute, è morta d'accidente: e la risposta sono a pregarvi caramente  di darla al latore della presente. 
Un passo indietro. Qui la capicciola (tessuto di seta) va a basso prezzo, 
vi mando un saluto per parte di Antoniuccio e di Luciola.
Mi scordavo di dirvi, se avrà piovuto questa lettera non può passare (il fiume) il mulino. Come , piacendo a Dio, vi dirà il muto.
Titta non ha potuto; e con un caro abbraccio resto qua vostra Commare Priscilla Del Cane.
Alle obbligate mani della Signora Carmela BelPrato,

Roccacannuccia, in casa del curato.]

02/10/17

Belli e Napoli

Appena le condizioni economiche glielo permisero, Giuseppe Gioacchino Belli  cominciò a viaggiare
Dopo un' adolescenza difficile, funestata da gravi problemi economici, che lo obbligarono a vivere lunghi anni da travet, finalmente la ruota della fortuna girò anche per Lui! 
Anno della svolta è il 1816, quando, conosce e sposa la benestante contessa Mariuccia Conti. 
Il matrimonio porta una discreta agiatezza economica che permette al Belli di dedicarsi con tranquillità all'attività poetica e ai tanto amati viaggi.  
Rimanevano però gli obblighi derivanti dal modesto impiego che occupava. Dal 1816 Belli era infatti impiegato come commesso nell'Ufficio del Bollo e Registro di Roma diretto dal conte Vincenzo Pianciani, amico della moglie.
Finalmente, dal 1827 al 1842 riuscì, grazie ad un regolamento interno, ad ottenere la "quiescienza interinale", cioè in sostanza un'apettativa per motivi di salute, che lo autorizzava a non presentarsi più in ufficio, sebbene continuasse a percepire lo stipendio!  
[Per approfondire  vai alla Mostra digitale su G.G.Belli, impiegato dell''amministrazione pontificia 1807-1845]

Belli inizia a viaggiare
Così, Belli, finalmente libero dalla routine di un impiego, verso cui non provava interesse, può incrementare la passione per i viaggi. 
Aveva già cominciato a muoversi da Roma dal 1817-1820 per curare gli interessi  dell'Accademia Tiberina di cui era socio fondatore, e poi quelli della famiglia della moglie nelle Marche recandosi a Macerata, Ripatransone, e poi in Umbria a Terni e a Spoleto. 

I pericoli del viaggio a Napoli
Ma il suo primo vero viaggio, a lungo desiderato, ha come metà Napoli. 

Ricordiamo che nel 1798 la famiglia Belli si era dovuta rifugiare  a Napoli, per ragioni politiche, in seguito alla proclamazione della Repubblica dei Francesi, tentativo a cui prende parte un cugino del padre Gaudenzio, tale Gennaro Valentini, che verrà fucilato dai francesi. A Roma, intanto, vengono confiscati i beni di famiglia.

Il viaggio a Napoli era stato già programmato un anno prima, nel 1822, ma forse a causa del moti di cospirazione,  che avevano coinvolto anche questa città Belli aveva preferito rinunciare. E in una lettera scritta nel 1822, Belli addirittura parla di masnadieri, di antropofagi che infestano quelle zone. 
E il Poeta, che sicuramente non aveva un cuor di leone, preferisce rinunciare al viaggio. A tal proposito è interessante la lettera scritta un anno prima circa  i pericoli, che gli fanno rimandare questo viaggio:

A GIUSEPPE NERONI CANCELLI — S. BENEDETTO [20 aprile 1822] 

....era disposto per fare il viaggio di Napoli, insieme con un mio amico; ma come trovare il coraggio di esporsi al probabilissimo se non certo pericolo di essere colto dai masnadieri che infestano ogni dì più le sventurate provincie, per le quali è d’uopo far transito? Numerose orde di antropofagi scorrono desolando que’ luoghi, e menando in ostaggio sui monti tutti quegl’infelici che loro vanno cadendo tra’ mani. Così, io che cerco la salute, troverei la morte o di ferro, o di disagio, o di spavento, le quali tutte tre si somigliano. E quando anche il danno si ristringesse al rovinare la Casa per pagare il taglione, non sarebbe già poco. Sono tre giorni che venne in loro potere il Governatore di Napoli, il quale per la improvvisa sopravvenienza di uno squadrone di cavalleria, ebbe la grazia da Santo Jennaro di veder fuggire i suoi guardiani ed essere lasciato in camicia. Che delizie eh? Che bel secolo! 
Napoli, Banditore di vino nuovo,
1890

I giudizi su Napoli
Giunto a Napoli nel 1823, Belli così scrive a proposito della città:

 A FRANCESCO SPADA — ROMA  Napoli, 15 aprile 1823....
...Troppo fracasso pel povero Belli! Se non fosse il buon clima, e il desiderio mio di vedere i luoghi celebri che circondano questa metropoli, a quest’ora ne sarei già partito. Sto sempre fuori di me, e qualora penso a me stesso, mi sembra ricordarmi di una lontana persona. Qui non si può né pensare né scrivere, né dormire né parlare, perché il chiasso vieta tutte queste belle cose. Bella Città assai, ma non la sceglierei per la dimora della mia vita. Ho già veduto qualche antichità, e ne sono restato commosso.
A Napoli Belli non tornò più. Anche se non mancarono ricordi e riferimenti a questa città nella sua opera. 

Detti napoletani nei Sonetti
Un primo riferimento al dialetto napoletano si trova in una lettera del 1840 indirizzata a Ciro, l'unico figlio avuto dal matrimonio, dove Belli cita un proverbio napoletano: Luca fa’ priesto. 
Questo detto si riferiva al pittore Luca Giordano detto "Luca Fapriesto" ("Luca fai presto"), soprannome datogli mentre stava lavorando nella chiesa di Santa Maria del Pianto a Napoli, quando dipinse in soli due giorni le tele della crociera. Giordano in tutta la sua vita realizzò più di tremila dipinti che lo resero uno dei più acclamati e prolifici artisti del Seicento.
Il proverbio è rimasto nel linguaggio popolare per indicare: chi per troppa fretta arronza.
Luca Giordano (1634-1705)

A CIRO BELLI — PERUGIA Di Roma, 18 gennaio 1840
Fra i napolitani corre un curioso proverbio, col quale si motteggiano coloro che per troppa furia sconciano sovente le loro opere, o non le producono così perfette come avrebbero dovuto e saputo. Questi proverbialmente chiamansi colà: Luca fa’ priesto. — Il proverbio però viene da un famoso pittore, chiamato Luca, il quale non era soggetto da beffe. Purtuttavia se ne valgono in oggi per mortificare i galoppatori e i pasticcioni, che appagansi di un falso bagliore di orpello.

Il secondo riferimento al dialetto napoletano è in una frase messa in bocca al predicatore del sonetto intitolato  Er predicatore, tale Gioachino, che agitandosi nella predica aveva dato un cazzotto al pulpito così forte che il protagonista del sonetto gli aveva urlato: «Ppòzzi èsse impiso!», cioè possa tu essere impiccato!

Sonetto dedicato al viaggio.
Er viaggiatore 
È un gran gusto er viaggià! 
St’anno sò stato sin a Castèr Gandorfo co Rrimonno. 
Ah! cchi nun vede sta parte de Monno 
nun za nnemmanco pe cche ccosa è nnato. 
Cianno fatto un ber lago, contornato
 tutto de peperino, e ttonno tonno, 
congeggnato in maggnera che in ner fonno 
sce s’arivede er Monno arivortato. 
Se pescheno llí ggiú ccerte aliscette, 
co le capòcce, nun te fo bbuscía, 
come vemmariette de Rosario. 
E ppoi sc’è un buscio
indove sce se mette un moccolo sull’acqua che vva vvia:
e sto bbuscio se chiama er commissario (1).

[Versione. Il viaggiatore. E' un gran piacere viaggiare! Quest'anno sono stato fino a CastelGandolfo con Raimondo. Ah! chi non vede questa parte del mondo non sa nemmeno per che cosa è nato. Ci hanno fatto un bel lago, contornato tutto da peperino, e intorno fatto in modo tale che nel fondo si specchia il Mondo rivoltato. Si pescano laggiù certe alicette, con le teste, non ti dico bugie, come i grani del Rosario. E poi c'è un buco dove ci si mette un moccolo sull'acqua che va via e questo moccolo  si chiama Commissario]

Roma, 16 novembre 1831 - Der medemo 


1) L’emissario del lago Albano. Chi lo visita, si diletta di mandarvi dentro dei moccoletti accesi sostenuti da pezzetti di legno galleggianti sull’acqua che vi s’interna.